sabato 28 giugno 2014

Troppe chiacchiere, tornate a giocare

Quando leggevo dei problemi della Nazionale Italiana dal 1950 al 1966, arco di tempo in cui l'Italia disputò i Mondiali peggiori della sua storia, compresa l'unica edizione in cui fallì la qualificazione (Svezia '58), ho sempre pensato che fossero cose lontane e superate, perché da allora l'Italia è tornata grande: ha vinto un Europeo (nel '68) e due Mondiali, oltre ad aver perso due finali europee e due Mondiali. Invece, le cose sembrano uguali a sessant'anni fa, con i giocatori e l'allenatore impauriti e una classe dirigenziale che non sa da che parte girarsi.
Tra il Mondiale del 2010 e questo, probabilmente è peggio quello sudafricano, se non altro perché l'Italia arrivava da campione del mondo e il girone era più facile. Le cose, però, di sicuro non faranno altro che peggiorare, perché il calcio italiano, tutto il movimento calcistico italiano, ha lacune che stanno venendo a galla solo adesso, se non altro agli occhi dei meno attenti. 
Tra il 1990 e il 2004 l'Italia ha raccolto molto meno di quanto meritava in realtà e questo non fa altro che aumentare la rabbia e la nostalgia verso una Nazionale in cui nessuno si riconosce più, ma che anzi continua a dividere. Tutto e tutti. Giocatori e tifosi. E sapete cosa rimane? Il Costa Rica agli ottavi. Così come la Slovacchia quattro anni fa.
In uno stato completamente confusionale, la Nazionale rischia di ritrovarsi in alto mare per molto tempo. E io, obiettivamente, non so quando si rifaranno vivi i Riva, i Rivera e i Mazzola, protagonisti della rinascita Azzurra tra il 1968 e il 1970. Io non so quando si rivedranno allenatori come Bearzot. E questi sono quelli che hanno vinto, perché in un'Italia in cui nemmeno la Nazionale di Baggio è riuscita a vincere qualcosa, io davvero non capisco come si possa pretendere qualcosa da quella di Balotelli, sempre se Balotelli possa essere accettato come simbolo di una Nazionale che di simboli, in realtà, non ne ha.
Tutte le chiacchiere, poi, che si stanno creando all'interno dello spogliatoio, non fanno altro che confermare i soliti luoghi comuni sull'Italia del calcio: va tutto bene fino a quando si vince, poi ognuno guarda per sé stesso. Ed è per questo che gli Azzurri sono giustamente tornati a casa. Il 2006 è lontano otto anni, ma nessuno sembra volerlo capire. E la finale di Euro 2012, non ha fatto altro che peggiorare le cose. Nemmeno il secco 4-0 contro la Spagna sembra aver fatto aprire gli occhi alla gente. Quest'Italia non vale niente, ma non ci voleva molto a capire. Evidentemente però, per qualcuno sì. Anzi, qualcuno non l'ha ancora capito. E per questo sotto metto una foto in grado di farlo capire, una volta per tutte.


Sedici vanno, sedici restano (parte due)

Dopo aver analizzato le squadre dei primi quattro gironi, è il momento di vedere come sono andate le altre sedici Nazionali impegnate nel resto dei gruppi.


Gruppo E: Francia 7, Svizzera 6, Ecuador 4, Honduras 0
La Francia si riscopre grande nel momento decisivo e, trascinata da un Benzema in stato di grazia, vince facilmente il proprio girone, rifilandone tre all'Honduras e ben cinque ai malcapitati svizzeri. La difesa c'è, il centrocampo pure e l'attacco è sulle spalle dell'attaccante del Real Madrid: questa Francia, dagli ottavi in poi, potrà solo crescere. E contro la Nigeria sarà tutt'altro che un'impresa impossibile.
La Svizzera, di fatto, ottiene il passaggio del turno all'ultimo minuto della prima partita, quando riesce a siglare il 2-1 contro l'Ecuador, squadra avversaria per il secondo posto. Per il resto è tutto scritto, a parte un'incredibile debacle contro la Francia. Il gioco c'è e i giocatori stanno iniziando a giocare meglio. Agli ottavi c'è Messi: sicuri che non si possa vincere in undici contro uno? Evidentemente, quando si tratta della Pulce, sì.

Gruppo F: Argentina 9, Nigeria 4, Bosnia 3, Iran 1
L'Argentina vince in scioltezza il suo gruppo, ma soffre dannatamente dal terzo minuto della prima all'ultimo della terza. La squadra di Sabella non è ancora riuscita ad esprimere una sua vera identità di gioco e si affida alle fiammate di Di Maria e Messi, autore già di quattro reti fondamentali per il passaggio del turno. Forse ciò potrà bastare agli ottavi contro gli elvetici, ma la sensazione è che se si continua così, Belgio e Stati Uniti (i possibili avversari a quarti), possano creare più di qualche grana.
La Nigeria è una delle due squadre del continente nero ancora in corsa. Hanno fatto il loro e sono riusciti a battere ed eliminare una Bosnia al suo esordio Mondiale e forse per questo ancora troppo inesperta. Sono riusciti a dare molte noie all'Argentina e possono contare su delle buone individualità. Partono da sfavoriti contro la Francia, ma provarci non costa nulla.

Gruppo G: Germania 7, Stati Uniti 4, Portogallo 4, Ghana 1
All'inizio di ogni Mondiale, tra le prime quattro candidate al titolo, ci sono sempre i tedeschi. E ci sarà un motivo. La Germania demolisce il Portogallo alla prima partita, prima di allentare un po' la presa contro Ghana e USA, trovando comunque sempre la via della rete e chiudendo il girone a quota sette e con la consapevolezza di poter solo far meglio. E con un Thomas Muller così, Lahm e compagni potrebbero fare tanta strada. Agli ottavi ci sarà l'Algeria, che evoca ricordi amari ai teutonici, ma ancora di più agli africani, che videro sfumare il passaggio del turno per una partita truccata. Trentadue anni dopo è tempo di rivincita, ma fermare questa Germania è pressoché impossibile.
Gli Stati Uniti stupiscono e giocano bene. E fanno fuori il Portogallo di CR7 per differenza reti, ma soprattutto per differenza di tattica e di gioco. Tanti calciatori sconosciuti ai più, provenienti dalla MLS, confermano la crescita del movimento calcistico americano. Adesso c'è il Belgio, una delle squadre più attese alla vigilia. Gli States, però, non partono così indietro, anzi.
Portogallo e Ghana tornano a casa a testa bassa, soprattutto i lusitani, che, pur facendo più punti e battendo le Black Stars, non hanno mai convinto. Proprio mai. Gli africani, invece, sono stati sfortunati, ma in un girone così, tornare a casa ci sta.

Gruppo H: Belgio 9, Algeria 4, Russia 2, Corea del Sud 1
Il Belgio è arrivato in Brasile pieno di fiducia nei proprio mezzi, ma forse aspettano di esplodere nel momento migliore, perché per ora i Red Devils non hanno fatto vedere grandi cose. O meglio, si sono limitati al compitino. Quando hai Hazard, Lukaku, De Bruyne e tutti gli altri in squadra, però, il compitino non è sufficiente, perché la gente vuole altro. I nove punti su nove non glieli toglie nessuno e agli ottavi contro gli USA arrivano da favoriti, sperando finalmente di vedere il Belgio migliore.
L'Algeria è la vera sorpresa. Perde di misura contro il Belgio, ma poi strapazza gli asiatici e pareggia contro la Russia di Capello. Difficile scommettere in un suo passaggio del turno prima del Mondiale, ma ora sono agli ottavi, dove cercheranno la rivincita contro la Germania. L'hanno già battuta, ripetersi è difficile, ma tentare è l'unica cosa da fare.

venerdì 27 giugno 2014

Sedici vanno, sedici restano (parte uno)

Il Mondiale brasiliano (arbitraggi a parte), fino a questo momento ha regalato tanto spettacolo. Neymar e Messi, i giocatori più attesi, non hanno deluso e sono primi nella classifica marcatori a quota quattro gol. Insieme a loro c'è il solito Thomas Muller, trascinatore della Germania e giunto a quota nove gol in nove partite al Mondiale: cecchino. Chi delude invece, è Cristiano Ronaldo, a segno solo nella vittoria inutile del suo Portogallo sul Ghana. Proviamo ora ad analizzare meglio tutti gli otto gironi di quello che, per ora, si sta rivelando un Campionato del Mondo davvero affascinante.



Girone A: Brasile 7, Messico 7, Croazia 3, Camerun 0
Il Brasile vince ma non convince, soprattutto con Croazia e Messico, contro cui arrivano una vittoria sofferta e un pareggio per 0-0. A togliere le castagne dal fuoco ci pensa sempre Neymar, autore di due doppiette contro i croati e il Camerun, ma il gioco non è ancora perfetto. Agli ottavi sfiderà il Cile, una delle squadre più in forma, e sarà già una prova decisiva. Soprattutto per l'attaccante del Barcellona, che dovrà definitamente dimostrare di poter trascinare un intero paese alla conquista del mondo e far così dimenticare il tragico Mondiale del 1950.
Il Messico, dal canto suo, ha conquistato meritatamente la qualificazione agli ottavi, come conferma il fatto di aver ottenuto lo stesso numero di punti della squadra di casa. Nella prima partita contro il Camerun segna più gol di quanti non ne conti il tabellino finale, ma è nel pareggio per 0-0 contro i Verdeoro che capisce di poter andare avanti. Nell'ultimo test contro la Croazia ha vita facile e, dopo 70' di noia, infila tre gol in rapida successione che sanciscono il passaggio del turno. Il 3-1 finale, però, non è sufficiente per la differenza reti e il Tricolor finisce secondo. Agli ottavi, contro l'Olanda, sarà dura, ma non impossibile.

Girone B: Olanda 9, Cile 6, Spagna 3, Australia 0
La Spagna campione di tutti è fuori! Ai gironi. È questa la vera sorpresa del Mondiale 2014. Il ciclo di vittorie è stato spazzato via dall'Olanda e dal Cile. E con merito, senza giustificazioni. Gli Oranje e La Roja (quella sudamericana), hanno giocato alla grande, con grande spirito di sacrificio e con tanta voglia. Voglia e fame che forse sono mancate alla Spagna, che torna giustamente a casa, non prima di battere l'Australia come premio di consolazione. Quasi a dire: ci rivediamo tra due anni agli Europei.
L'Olanda è stata una delle migliori squadre, se non la migliore, in queste prime tre partite. Arrivata come incognita e senza una difesa e un centrocampo degni di nota, van Gaal ha ricostruito un'autentica corazzata sulle macerie delle squadra di Euro 2012, affidando a Van Persie, Robben e Sneijder il gioco offensivo e allargando lo spazio di gioco, con una difesa a cinque senza giocatori eccezionali, ma con tanta voglia di fare ed osare, sbagliando anche a volte. Contro il Messico non sarà una passeggiata, ma con un Robben e un Van Persie così, è tutto più facile. 
Il Cile ha sbalordito tutti alla seconda partita, battendo 2-0 la Spagna e qualificandosi agli ottavi. Unica pecca l'ultima gara, persa con lo stesso punteggio contro un'Olanda sin troppo cinica. Sampaoli ha un gruppo forte e unito, con buone individualità. Il Brasile è l'esame finale: batterlo vorrebbe dire prendere piena coscienza dei proprio mezzi, perdere sarebbe solo la fine di un Mondiale più che positivo. 

Girone C: Colombia 9, Grecia 4, Costa d'Avorio 3, Giappone 1
C come Colombia. Pekerman continua lo splendido percorso iniziato due anni fa, che ha portato i Cafeteros a concludere il girone unico di qualificazione sudamericano al secondo posto, dietro solo all'Argentina e con una difesa capace di incassare solo tredici reti in sedici partite. Lì davanti la sua Nazionale fa paura e ha già segnato nove gol, solo l'Olanda con dieci ha fatto meglio. James Rodriguez ha messo lo zampino in cinque reti, collezionando tre gol e due assist. La vera sorpresa sono loro e nel derby sudamericano contro l'Uruguay partono da favoriti. Sognare traguardi importanti non costa nulla e non è nemmeno impossibile.
La vera delusione è stata la Costa d'Avorio, che non solo aveva i mezzi per andare agli ottavi, ma addirittura per vincere questo girone. Invece Drogba e compagni si sono fatti beffare all'ultimo dalla Grecia, che conquista un'insperata qualificazione e ora, contro il Costa Rica, ha la grande occasione di arrivare ai quarti. Una possibilità, che solo qualche settimana fa, avrebbe fatto ridere chiunque.

Girone D: Costa Rica 7, Uruguay 6, Italia 3, Inghilterra 1
Le ultime due nazioni campioni del mondo fuori entrambe al primo turno. Dopo la Spagna è toccato all'Italia. Senza gioco e senza idee, la squadra di Prandelli riesce a battere solo un'Inghilterra messa ancora peggio. Le due europee escono miseramente, lasciando spazio alle americane. 
La Costa Rica ha stupito tutti, rifilando tre gol all'Uruguay e battendo una modesta Italia per 1-0. Ottavi più che meritati e contro la Grecia ci sarà la possibilità di vivere un sogno.
L'Uruguay stecca l'esordio, ma con il rientro di Suarez doma l'Inghilterra e batte l'Italia in una partita che verrà ricordata solo per il morso del Pistolero e per un arbitraggio non esattamente congruo ad una manifestazione del genere. La Celeste non fa nulla per vincerla, ma l'Italia tutto per perderla. L'1-0 non è meritato, ma è la giusta punizione per un'Italia vuota e priva di fantasia. Cavani & co. contro la Colombia dovranno fare quasi un miracolo.

Agli ottavi quindi si sfideranno Brasile-Cile, Olanda-Messico, Colombia-Uruguay e Costa Rica-Grecia.

giovedì 26 giugno 2014

Ma quale stangata?


Recidivo. Luis Suarez ci casca ancora e morde un altro avversario. È la terza volta. La prima quando era all'Ajax, la seconda al termine della stagione 2012/2013 con il Liverpool e l'ultima adesso, con l'Uruguay contro l'Italia. Al Mondiale. La vetrina più importante. L'occasione, per molti ragazzi sconosciuti, di mettersi in mostra sulla scena internazionale e coronare il sogno di una vita. Sogno che Suarez ha già coronato, diventando uno degli attaccanti più forti del mondo, vincendo il titolo di capocannoniere della Premier League, saltando pure le prime giornate. Già, perché ad inizio campionato non aveva ancora finito di scontare le dieci giornate di squalifica per il morso ad Ivanovic della stagione precedente. Un gesto che aveva indignato tutta l'Inghilterra e che aveva messo in discussione la permanenza di Suarez al Liverpool. Permanenza che sembra non essere sicura neanche quest'anno. Stavolta, però, i motivi erano altri: il Real Madrid bussa insistentemente alla porta dei Reds, con una valanga di soldi pronta. Suarez però in Brasile ci va, gioca e segna. Nell'ultima partita del girone, il fattaccio. Alla Celeste serve una vittoria contro l'Italia, ma il risultato è fisso sullo 0-0. C'è uno scontro in area di rigore. Chiellini e Suarez cadono entrambi per terra. Il difensore della Juventus si tiene la spalla, il Pistolero si tocca i denti. I replay fanno capire meglio: Suarez azzanna Chiellini, talmente forte da farsi egli stesso male. L'arbitro non vede nulla, i giocatori dell'Uruguay tirano su la maglia a Chiellini, in modo da non far vedere i segni. Tutta la squadra e tutta la nazione sta con Suarez, dando del bugiardo al difensore italiano. La prova tv però fa venire a galla verità. Suarez prende nove giornate di squalifica con la Nazionale ed è sospeso per quattro mesi dall'attività agonistica. Rientrerà il 1° novembre. 
Ora, per un giocatore che ha già preso un totale di diciassette giornate (sette la prima e dieci la seconda volta) per lo stesso identico episodio, non è troppo poco? Siamo sicuri che un giocatore così, irritante, falso, razzista e "cannibale", meriti di giocare ancora? Ogni volta ne combina una, ma ogni volta non impara mai. Io spero che questa sia la sua ultima possibilità. Dopodiché dovrebbero fargli prendere le valigie e mandarlo definitivamente via. Persone così fanno solo male al calcio, per quanto brave possano essere.


lunedì 23 giugno 2014

Segna sempre lui...

Sono 15. Un numero pesante, assillante, storico e, in qualche modo, romantico. È il numero dei single: il 15 febbraio, il giorno dopo San Valentino, è la loro festa. E infatti, manco farlo apposta, nella lista dei migliori marcatori dei Mondiali, a quota 15, c'era un solo calciatore. Già, c'era. Adesso non è più così, è stato raggiunto e, forse, potrebbe essere presto superato. Si chiama Luis Nazario de Lima, per tutti Ronaldo. Quello vero, il Fenomeno. Quello delle finte supersoniche che mandavano in bambola tutti i difensori del mondo. A parte Maldini, come dirà lo stesso Ronaldo. Fatto sta che grazie a quelle finte, a quella velocità, a quella potenza fisica e a quell'innato senso del gol, è riuscito a segnarne tante di reti. Ovunque. Dal Brasile all'Italia, dalla Spagna alla Corea del Sud, dall'Olanda al Giappone. Nei vari campionati. Nazionali e Mondiali. Proprio nei Mondiali è riuscito ad infrangere il record di 14 gol di un certo Gerd Müller. Uno in più, giusto il necessario per prendersi lo scettro di migliore e guardare tutti dall'alto. I tedeschi, però, non mollano mai. Si sa. E proprio quando Ronaldo diventava campione del Mondo e capocannoniere di quell'edizione nel 2002, un tedesco di origini polacche, si affacciava al palcoscenico dei più grandi. Giusto l'anno prima, al suo esordio, fece una promessa: entro dieci anni avrebbe battuto il record di gol con la maglia della Nazionale Tedesca. In vetta alla classifica, neanche a dirlo, c'era quel tedesco piccolo e tarchiato, quello dei 14 gol al Mondiale. Nel 2011, il tedesco di origini polacche, non arrivò alle sue 68 reti, ma ci andò davvero vicino. Ci vollero altri tre anni, per superare quel record. Era il 6 giugno 2014 e il gol numero 69, finalmente, arrivò. Dal 2002, però, ne è passato di tempo. Sono passati tre Mondiali, tra l'altro. Nel primo, quello del 2002, Ronaldo e il tedesco di origini polacche si affrontarono in finale. Vinse il primo, con una doppietta e 8 gol per il titolo di capocannoniere. Il secondo si consolò con 5 gol e la consapevolezza che, forse, quella scommessa dell'anno prima non fosse così infondata. Nel 2006, nei Mondiali casalinghi, le marcature furono ancora 5, ma questa volta gli valsero il titolo di miglior goleador e l'entrata nello speciale club dei giocatori in doppia cifra nelle fasi finali del Campionato del Mondo. Nel 2010 la consacrazione definitiva nell'olimpo dei migliori di sempre: altri 4 gol e quota 14 raggiunta. Superati Kocsis, Klinsmann, Pelé e Fontaine. Raggiunto Müller e il record di Ronaldo a meno uno. La grande occasione sarebbero stati i Mondiali brasiliani del 2014. In casa di Ronaldo, promossi dallo stesso Fenomeno. La prima partita, quella contro il Portogallo, la guarda tutta dalla panchina, mentre vede l'erede di Gerd segnare una tripletta. Alla seconda, però, la Germania è in difficoltà e il ct Joachin Löw decide di affidarsi all'esperienza del tedesco di origini polacche, pronto a stabilire un altro record: sono passati infatti pochi giorni dello storico gol numero 69 con la sua Nazionale. Pochi, come i secondi che ci mette per siglare una rete storica, pesante, assillante. 70 con la Germania, 15 nei Mondiali. Ronaldo lo aveva detto, qualche tempo fa: "Klose gioca ancora, vero? Beh, spero che non venga convocato per i Mondiali". Invece è stato convocato e, 36 anni, si è tolto un grandissimo smacco, eguagliando quel tanto agognato record in casa del Fenomeno che, da gran signore, lo ha accolto pubblicamente nel club dei 15. Un club che Klose vuole presto abbondare, per entrare in quello dei 16, dei 17 e via andare, perché Klose vuole entrare nella storia. Ancora più di quanto non ci sia già. E soprattutto perchè si sa che segna sempre lui, segna sempre Miro Klose!

Sono 15 ragazzo!

L'esultanza, però, è sempre quella. Grande Miro!

lunedì 2 giugno 2014

2 giugno 1935: l'altro 5 maggio

Quello Scudetto, gli interisti, lo aspettavano da ormai tredici anni. Dal 1989, quando l'Inter dei record di Giovanni Trapattoni conquistò il campionato con 26 vittorie e sole 2 sconfitte, con il miglior attacco e la miglior difesa. Era l'Inter di Zenga, Bergomi, Brehme, Matthäus, Serena e Diaz. Quel 5 maggio 2002, però, si concluse con le lacrime di Ronaldo. Dopo tredici lunghi anni, l'Inter non era ancora riuscita a vincere il quattordicesimo scudetto della sua storia. Quel 5 maggio 2002, i nerazzurri vennero beffati dalla Juventus, che li scavalcò all'ultima giornata, causa la sconfitta all'Olimpico per 4-2 contro la Lazio. Da prima, la squadra di Cuper finì addirittura terza, superata anche dalla Roma. Quel 5 maggio 2002 la storia dell'Inter cambiò, o meglio, ritornò. Infatti, già nel 1935 la squadra milanese perse il campionato nella stessa maniera. Dopo una lunga lotta a tre con Juventus e Fiorentina, i nerazzurri si ritrovarono primi, insieme ai bianconeri, all'ultima giornata. Nella penultima giornata, la Fiorentina perse e lasciò le due rivali più titolate a contendersi il titolo. Per la chiusura del campionato, erano in programma Fiorentina-Juventus e Lazio-Inter. I bianconeri si imposero 1-0 grazie ad un gol di Ferrari, mentre i nerazzurri persero 4-2, proprio come 67 anni dopo. La Juventus vinse il suo quinto scudetto di fila, un record che resiste ancora oggi, eguagliato solo dal Grande Torino e proprio dall'Inter, che dovette aspettare diciassette anni dopo il 1989. Nel 2006 lo Scudetto fu revocato alla Juve e consegnato all'Inter, che iniziò uno dei migliori cicli di vittorie della sua storia, mentre la società torinese dovette ricominciare dalla Serie B. 
È proprio vero, Juventus-Inter è il derby d'Italia.


giovedì 29 maggio 2014

Matt Busby e il suo Paradiso


Matt Busby è stato un centrocampista che ottenne discreti risultati con le maglie di Manchester City e Liverpool, tra il 1928 e il 1940, prima di dover interrompere la sua carriera a causa della guerra. Con la maglia dei Reds giocò talmente bene da meritarsi un posto nella lista "100 players who shook the Kop", una classifica venuta fuori da un sondaggio fatto tra i tifosi della squadra del Merseyside. Stranamente, però, come allenatore trovò fortuna nella squadra rivale sia del City che del Liverpool: il Manchester United. Fu il manager dei Red Devils per un quarto di secolo, dal 1945 al 1969 e poi ancora nel 1970/71, contribuendo in modo sostanziale al primo ciclo di vittorie di una squadra che sarebbe ben presto diventata uno dei principali club di Inghilterra e d'Europa. Infatti, all'arrivo dello scozzese in panchina, i Red Devils avevano vinto solo due Campionati e una FA Cup, ma la musica sarebbe ben presto cambiata. Dal 1947 al 1949 arrivarono tre secondi posti consecutivi, alle spalle di Liverpool, Arsenal e Portsmouth. Il titolo arriverà nel 1952, con una FA Cup già in bacheca nel 1948. Negli anni seguenti lo United continuerà ad impressionare il pubblico inglese ed europeo e Matt Busby arriverà ad attirare l'attenzione di Santiago Bernabéu. L'allora presidente del Real Madrid - cui verrà dedicato successivamente lo stadio - nel 1956, dopo un altro trionfo di Busby, ma soprattutto dopo che i Blancos avevano appena vinto la prima edizione della Coppa Campioni, offrì al tecnico scozzese l'incarico di allenatore del Real Madrid, "promettendogli il Paradiso". La risposta di Matt Busby fu leggendaria: «Manchester is my heaven». Lo scozzese rimase allo United e quel 6 febbraio del 1958 c'era anche lui sull'aereo che si schiantò a Monaco di Baviera. Morirono otto dei suoi giocatori, otto di quei mitici Busby Babes, che da lui presero il nome. Lui, invece, riuscì a sopravvivere e con pazienza e devozione, ricostruì la squadra, portandola al trionfo in Coppa dei Campioni nel 1968. E poco importa che la squadra che rifiutò, il Real Madrid, vinse poi altre quattro Coppe dei Campioni consecutive negli anni '50. Sir Matt Busby divenne una leggenda del Manchester United e ci volle un altro scozzese, sedici anni dopo il suo addio, per riportare alla gloria i Red Devils. Sir Matt morì nel 1994, riuscendo a vedere lo United campione dopo ventisei anni, quando fu proprio lui a condurre Best, Law e Charlton alla vittoria nel 1967. Nel 1999 lo United e Ferguson vinsero la Champions League nella maniera più incredibile contro il Bayern Monaco. Era il 26 maggio, proprio il giorno in cui Sir Matt avrebbe compiuto 90 anni. Una coincidenza? Forse. Intanto, se il Manchester United è riconosciuto in tutto il mondo come una delle squadre più gloriose del calcio mondiale, lo deve anche a Sir Matt Busby: l'uomo che a Manchester si sentiva in Paradiso.


mercoledì 23 aprile 2014

Però così i dirigenti rovinano le squadre

Ho deciso di parafrasare un mio pensiero del 5 marzo 2013: avevo parlato di come Manchester United-Real Madrid, gara di ritorno degli ottavi di finale di Champions League, fosse stata condizionata dall'arbitro turco Çakır. Ancora non si sapeva, ma sarebbe stata l'ultima partita di Sir Alex Ferguson nella coppa più prestigiosa. Di lì a due mesi, Sir Alex avrebbe lasciato spazio ad un altro allenatore sulla gloriosa panchina del Manchester United, un club che ha sempre avuto pazienza, con tifosi che hanno sempre supportato il proprio tecnico, indifferentemente dai risultati sul campo. Pareva quasi che la squadra inglese fosse rimasta cinquant'anni indietro nel tempo, ferma forse ancora a Matt Busby e a quell'epoca in cui il calcio era uno sport con sani valori morali. Forse è proprio per questo che David Moyes, l'uomo che ha avuto l'ingrato compito di sostituire la leggenda vivente di Ferguson, sembrava l'uomo giusto: anche lui di Glasgow, anche lui da tanti anni nella stessa squadra (undici all'Everton) e anche lui rivale del Liverpool. Il contratto, poi, non lasciava dubbi: sei anni e una fiducia, di conseguenza, incondizionata. Quasi a dire: ti lasciamo carta bianca, prenditi il tuo tempo e poi si vedrà. Così è stato per Sir Alex, così sarebbe stato per Moyes. Già, peccato che il due volte campione d'Europa, arrivò allo United nel 1986, quando il calcio era ancora veramente uno sport e quando loro, i dirigenti, non si lasciavano influenzare dagli altri, i tifosi, e da quelli, i soldi. 
Ventisette anni sono un'eternità e nel frattempo il calcio è completamente cambiato. Un club, però, sembrava non essere cambiato: il Manchester United. È la squadra più titolata di Inghilterra e gran parte dei trofei li deve proprio a Sir Alex Ferguson, un uomo che ha preso un gruppo alla deriva e nella zona retrocessione, portandolo a vincere tutto. Sì, però il primo trofeo è arrivato dopo quattro anni di attesa. La dirigenza, quindi, è stata paziente. Ed è stata ripagata. È per questo che il Manchester United è diventato il Manchester United: con la pazienza, con l'onestà di dire "si può migliorare, ma c'è bisogno di tempo". Un bisogno, quello del tempo, che forse Moyes aveva ancora più di Ferguson. Un bisogno, però, sempre meno soddisfatto nel calcio moderno, dalle società di oggi. È così che gli esoneri aumentano a dismisura e i progetti duraturi nel tempo svaniscono nel nulla, figli di una mentalità ormai troppo arretrata. 

Nell'Enciclopedia Treccani, si trova: capro espiatorio: l'essere animato (animale o uomo), o anche inanimato, capace di accogliere sopra di sé i mali e le colpe della comunità, la quale per questo processo di trasferimento ne viene liberata. Nel calcio il capro espiatorio è sempre lui, l'allenatore. Lo è in una società normale, figuriamoci nel Manchester United del dopo Ferguson. La squadra va male: colpa di Moyes. La squadra vince, ma gioca male: colpa di Moyes. La squadra non gioca: colpa di Moyes. Era sempre la solita storia. Dietro questa stagione assolutamente da dimenticare, invece, la colpa era anche di altri. Sarà pur vero che Moyes non è riuscito a dare la propria impronta, ma è anche vero che alcuni dei giocatori simbolo della scorsa annata, quella della Premier League dominata, erano ormai alla frutta. Già, perché questi erano (e sono, ancora per qualche settimana) i campioni di Inghilterra in carica. Una squadra che ha dominato lo scorso campionato, lasciando le briciole agli altri. La colpa, di conseguenza, viene data all'allenatore. E invece no, perché quando giocatori del calibro di Nemanja Vidic, Rio Ferdinand, Michael Carrick, capiscono, quasi da un giorno all'altro, di non aver più nulla da dare a questa squadra, l'allenatore ha poche colpe. Anzi, l'unico peccato di cui lo si può accusare, è quello di non essere un grandissimo allenatore. Come Vittorio Pozzo, per dirne uno, che alla vigilia dei Mondiali del 1934 riesumò il grande Giampiero Combi da un bar, per portarlo a vincere la rassegna iridata. Ci sta, quindi, non essere un grandissimo, perché uno come Pozzo passa una volta ogni cento anni, figuriamoci uno come Ferguson. Quindi, David Moyes, è solo da applaudire, perché sfido qualsiasi altro tecnico a far meglio di quanto abbia fatto lo scozzese. La qualità della squadra era alta, sia chiaro, il budget per rifondare la squadra pure, ma quando sono gli stessi giocatori ad abbandonarti, qualcosa andrà comunque storto. Soprattutto quando hanno ormai passato gli anni migliori della loro carriera (alcuni) e quando non si impegnano (altri).

Moyes lo sapeva che sarebbe stata una missione impossibile far andare tutto per il verso giusto sin da subito, anche quando la benedizione arrivava direttamente da Sir Alex Ferguson. Uno che è riuscito a comandare non solo la squadra, ma tutta la società. Lui è stato il vero boss del Manchester United. È stato lui a decidere le sorti del club nell'ultimo quarto di secolo. E questa è una cosa che non è più possibile oggigiorno, perché persone così, adesso, sono scomode. Moyes, quindi, è stato quasi illuso dalla società. Illuso da quel contratto pluriennale che gli garantiva una certa serenità. Illuso da un gruppo di tifosi che lo avevo accolto come "The Chosen One", il prescelto. Invece questa cosa gli si è ritorta contro e dopo le prime difficoltà, anziché supportarlo, gli hanno girato le spalle. A lui e alla squadra. "Moyes out" gridavano i "fan". Un coro che è stato l'inno di una stagione tremenda. Un coro, però, non condiviso da chi per lo United farebbe, e ha fatto, di tutto. Gente come Gary Neville, che anche dopo l'esonero ha preso le parti di Moyes. Gente che ha lo United nel sangue e sa cosa voglia dire fare parte del Manchester United, far parte di una società diversa, che ha fatto dell'essere unica il proprio marchio di fabbrica.
È un esonero che fa male: a Moyes, alla squadra, al marchio del club e a tutti quei tifosi che speravano che le cose sarebbero migliorate, con Moyes in panchina. Il Manchester United, ieri, è diventato come tutte le altre squadre. Una squadra normale. Non che ci sia nulla di grave, ma forse era proprio per questo che le persone nel mondo avevano cominciato a supportare questo club. Proprio per il fatto di essere diverso, unico. Proprio per questo ai tifosi non è mai andata bene la dirigenza americana della famiglia Glazer. Proprio per questo è stato fondato il Football Club United of Manchester, una nuova squadra costruita dai tifosi che i Glazer non li digerivano proprio. Sono passati ormai nove anni, era il 2005. Nel frattempo la squadra è cresciuta, sia a livello sportivo che di tifosi. E sono sicuro, che dopo questa brutta faccenda, il numero di fans cresca. Perché dalle parti di Manchester sanno che i gentlemen del calcio non si trattano così. E Moyes fa parte di quel gruppo di gentlemen, ultimamente troppo bistratti, del calcio di adesso. 

Concludo citando Bill Shankly, storico allenatore del Liverpool, giusto per far capire che il calcio, in Inghilterra, lo hanno sempre visto in modo diverso, tutti: «In una squadra di calcio c'è una Santa Trinità: i giocatori, il tecnico e i tifosi. I dirigenti non c'entrano. Loro firmano solo gli assegni.»


martedì 22 aprile 2014

Torres torna Niño nello stadio che lo lanciò

Era l'estate di sette anni fa e alla porta dell'Atletico Madrid bussò il Liverpool. Dall'Inghilterra si erano portati venti milioni di Sterline, più Luis Garcia. I Colchoneros ringraziarono e diedero il via libera al trasferimento Fernando Torres ai Reds. Dopo sette stagioni e una vita per l'Atletico Madrid, El Niño si preparava a lasciare il club che tanto aveva amato. Sin da bambino, sin da quando nella sua classe delle elementari ventiquattro alunni su venticinque tifano Real Madrid. L'altro, ovviamente, era lui, che tifava Atletico. Il suo sogno era giocare e diventare professionista proprio con questa squadra. Un sogno che prese piede nel 1995, quando, undicenne, venne accolto nelle giovanili. Solo cinque anni più tardi avrebbe fatto il suo esordio nella Segunda Division, per poi ottenere la promozione ed esordire nella Liga a soli diciotto anni. Un traguardo importante, ma che fu superato nel 2003, quando divenne capitano, appena diciannovenne. Quella squadra, però, ad un certo punto cominciò a stargli stretta e capì che i trofei sarebbero arrivati solo altrove. Decise di migrare in Inghilterra, al Liverpool. Ben presto divenne uno degli attaccanti più forti del pianeta, raggiungendo quota cinquanta gol in Premier League in appena settantadue presenze, un record per la società. Intanto arriva anche la chiamata per l'Europeo del 2008. Un titolo che manca alla Spagna dal 1964. L'armata di talenti iberica fa fuori tutti e in finale è proprio un gol di Torres a stendere la Germania e a riportare la Spagna sul tetto d'Europa. Il 2008 si chiude in bellezza, con il terzo posto nella classifica del Pallone d'Oro e del FIFA World Player. Al Liverpool continua a segnare con una continuità disarmante, ma i trofei vinti sono ancora zero. Mentre con la Spagna, nel 2010, arriva il titolo di Campione del Mondo, il primo nella storia delle Furie Rosse. Nel gennaio del 2011 arriva l'offerta assurda del Chelsea, che mette sul piatto cinquanta milioni di Sterline per assicurarsi l'attaccante spagnolo. L'avventura con i Blues si rivela un flop totale. Torres non riesce più a giocare ai livelli di Liverpool e Madrid e finisce sempre più nel dimenticatoio. Nel 2012, comunque, arrivano i primi trofei. Prima la FA Cup, ai danni della sua ex squadra, il Liverpool. Due settimane dopo, il Chelsea conquista la prima Champions League della sua storia, battendo il Bayern Monaco ai rigori. In entrambi le occasioni, però, è Didier Drogba l'eroe, mentre per Torres c'è giusto lo spazio per fare qualche comparsa. Agli Europei del 2012 la Spagna si riconferma campione e Torres è capocanonniere del torneo con tre gol, ma la forma migliore è ormai lontana. L'anno dopo si riscatta in Europa League, trascinando i Blues con sei gol in nove partite alla loro prima affermazione nella competizione. In questa stagione la musica non cambia e si conferma ancora al di sotto degli ormai lontani standard di Liverpool. Questa stagione, però, rimarrà nel cuore del Niño, perché proprio stasera tornerà nello stadio da dove era partito: il Vicente Calderon di Madrid, casa dell'Atletico. Il destino, infatti, ha messo difronte la squadra di Simeone alla squadra di Mourinho, rievocando bei ricordi nella mente di Torres. Gli anni ormai sono trenta e quel bambino prodigio è cresciuto, lasciando i prodigi ad altri, ma almeno per una notte Torres tornerà El Niño, quello che fece impazzire i tifosi dei Colchoneros per sette anni. Quello che si sa che, prima o poi, tornerà a casa. In fondo, quello di sette anni fa, è stato solo un arrivederci. 


sabato 19 aprile 2014

La triste parabola di Testa d'oro

All'alba degli anni '50, un uragano travolse l'Europa calcistica. Erano passati ormai quasi vent'anni da quando, dopo il passaggio del fuorigioco da tre a due, Herbert Chapman rivoluzionò per sempre il mondo del calcio, inventando il Sistema. La difesa era così passata da due a tre uomini, proprio a causa del cambiamento della regola del fuorigioco. 
I primi a vincere con questo nuovo modulo, furono, neanche a dirlo, gli uomini di Chapman, che portò l'Arsenal alla vittoria di due titoli inglesi e una FA Cup. Erano gli inizi degli anni '30 e di lì a poco il Sistema si sarebbe espanso nel resto d'Europa. Alcuni, però, rimasero restii al cambio di modulo e preferirono restare fedeli al Metodo; altri, invece, cercarono di combinare i due schemi. Fu il caso di Hugo Meisl, allenatore del Wunderteam austriaco, che rivoluzionò il calcio danubiano e rese grande non solo l'Austria, ma anche la Cecoslovacchia e, soprattutto, l'Ungheria, che seppero interpretare bene le idee austriache. Proprio queste ultime due nazioni, arrivarono in finale al Mondiale del 1934 e del 1938, entrambi vinti dall'Italia di Vittorio Pozzo, affezionato al suo Metodo. Nello Stivale furono più lenti e il cambio di idee arrivò più tardi, giusto il tempo di entrare nella leggenda. Negli anni '40, infatti, il Grande Torino utilizzò proprio il Sistema per ottenere l'egemonia nazionale. Solo la tragedia di Superga riuscì a sconfiggere l'incredibile squadra granata. La fine di qualcosa, però, segna l'inizio di un'altra. Nel 1949 si siede sulla panchina dell'Ungheria Gusztav Sebes: il calcio non sarà più lo stesso. Il primo accorgimento tattico farà scuola: arretra il centravanti e porta le due mezze ali come prime punte. Era nato il centravanti arretrato. Era nata la Grande Ungheria, quella di Ferenc Puskas, Zoltan Czibor, Jozsef Bozsik, Nandor Hidegkuti, Gyula Grosics e, ovviamente, lui Sandor Kocsis. Testa d'oro.


Sandor Kocsis è nato a Budapest il 21 settembre 1929 e già da bambino si capisce una cosa: da grande farà il calciatore. A sedici anni è già titolare nel Ferencvaros, uno dei club di punta ungheresi, con cui vince il campionato nel 1949. Durante gli allenamenti, andava a ribattere di testa i palloni che i suoi compagni calciavano contro il muro: lui saliva altissimo e poi schiacciava proprio dove voleva. Non era altissimo, solo 1,77 m, ma sapeva saltare benissimo e riusciva a rimanere sospeso il tempo che serviva per impattare il pallone e spedirlo in rete. Ecco perché Testa d'oro, perché un colpitore di testa come lui, non si era mai visto.

Rimane al club biancoverde per cinque anni, prima di passare alla Honved nel 1950. La società rossonera aveva appena cambiato nome da Kispest, un sobborgo poco fuori Budapest, ad, appunto, Honved. Era la squadra dell'esercito e, di conseguenza, doveva avere in rosa il meglio del calcio nazionale. Calcio e politica, come sempre, vanno a braccetto e il governo ungherese usò quel gruppo di grandi campioni per dare una bella immagine del paese all'estero, come a dire: guardate come vanno bene le cose qui da noi. Ecco perché nei libri di storia, oltre che per le loro incredibili doti calcistiche, troviamo Ferenc Puskas come il Colonnello Puskas e Joszef Bozsik come il Deputato Bozsik. Tutti i calciatori della Honved ricoprivano cariche importanti ed erano al sicuro da tutto e tutti. Kocsis, però, non era attratto da queste cose e rimase sempre ai margini delle faccende politiche. L'unica cosa di cui si preoccupava era segnare. E ci riusciva con un'incredibile continuità. Nel 1951, 1952 e 1954 vinse il titolo di capocannoniere del campionato ungherese e con la Nazionale non era da meno. 
Fuori dal campo si divertiva con alcool e donne, sempre nella giusta dose, sempre per rimanere in equilibrio tra il campo e la vita reale. Nel rettangolo verde mieteva record, fuori si divertiva, ma sempre nella giusta maniera, mai sopra le righe. La vita di Kocsis era un perfetto connubio tra dovere e piacere. 
Con l'Ungheria vinse le Olimpiadi del 1952 ad Helsinki, dove segnò in tutte le partite tranne che in finale. In totale furono sei i gol, solo uno in meno di Zebec, che si laureò capocannoniere. A quei tempi la squadra di Sebes non perdeva da due anni, per un totale di quindici partite di fila. Nel giro di dieci mesi, sarebbe arrivata anche la Coppa Internazionale 1948-1953. Il 25 novembre 1953 diventano la prima squadtra ad espugnare Wembley, umiliando i maestri del calcio inglesi 6-3. L'Ungheria, dunque, arrivava al Mondiale del 1954 in Svizzera con tutti i favori del pronostico.



In campo nazionale, la Honved domina e Kocsis segna come se non ci fosse un domani. La ciliegina sulla torta deve essere, per forza, la vittoria del Campionato del Mondo. La Polonia rinuncia al turno di qualificazione e permette all'Ungheria di andare in Svizzera senza neanche il minimo sforzo. L'ultima partita prima dell'avventura mondiale, è la rivincita della vittoriosa trasferta di Wembley. Gli inglesi arrivano a Budapest cercando vendetta, ma i magiari non lasciano scampo a nessuno e si prendono gli applausi del mondo intero: finisce 7-1 e Testa d'oro è ancora protagonista con una doppietta. Arrivati in Svizzera, nel girone, spazzano via la Corea del Sud 9-0 (tripletta di Kocsis) e la Germania Ovest (scesa in campo con le seconde linee) 8-3, con Kocsis che si esalta e ne mette dentro quattro. Dopo solo due partite, quindi, Testa d'oro è già a quota sette gol. Nei quarti di finale va in scena la Battaglia di Berna contro il Brasile. Finisce 4-2 per i magiari, grazie ad una doppietta di Kocsis, che risolve la partita a poco dalla fine, siglando il gol della sicurezza. Per completare l'opera, in semifinale battono i campioni in carica dell'Uruguay, ancora 4-2 e ancora con una doppietta di Kocsis, con due gol fondamentali nei tempi supplementari. Testa d'oro è già arrivato ad undici gol, primo di sempre fra i marcatori del Mondiale. Nessuno è più in forma di lui e della sua Ungheria. Per la finale torna anche Puskas, recuperato dopo l'infortunio contro i tedeschi nel girone. E saranno proprio i tedeschi gli avversari di Kocsis e compagni. La finale, visto il risultato precedente, sembra una pura formalità. L'Ungheria è la squadra più in forma del momento, ha espugnato Wembley, ha umiliato i maestri inglesi e, soprattutto, non perde da trentuno partite consecutive. La squadra di Sebes è passata alla storia come Aranycsapat, la squadra d'oro, e questi sono solo alcuni dei motivi per cui possono vantare un simile soprannome. Il loro è un calcio magico, fatto di nuovi tatticismi e grande tecnica individuale, ma anche un notevole affiatamento, che rese quella squadra inarrivabile per tutti. Erano troppo avanti dal punto di vista tattico, tecnico e fisico. Nessuno sarebbe riuscito a fermare la loro cavalcata trionfale verso il tetto del mondo. I problemi, però, erano in agguato e anche se tutto sembrava andare secondo i piani, il tanto atteso lieto fino non sarebbe arrivato. 

Il 4 luglio 1954 si gioca la finale del Campionato Mondiale di calcio tra Ungheria e Germania Ovest. I magiari volevano vincere quell'alloro che nel 1938 gli era sfuggito a causa della classe di Piola. I tedeschi, invece, volevano far dimenticare la brutta sconfitta del girone. Dopo soli 8', però, la squadra di Sebes ha già messo le cose in chiaro: Puskas e Czibor hanno portato la loro squadra sul 2-0. A questo punto, quasi dal nulla, i tedeschi cominciano a cambiare marcia, a correre il doppio, a non essere stanchi. Al 18' Morlock e Rahn hanno pareggiato. I sessantamila del Wankdorfstadion di Berna si guardano esterrefatti, non capiscono cosa stia succedendo. Come è possibile che la squadra più forte del mondo stia pareggiando contro i tedeschi? Intanto i magiari arrancano e Kocsis esce dal gioco. Non tanto perché siano scarsi loro, ma perché i tedeschi sembrano trasformati, quasi rivitalizzati. L'Ungheria comunque ci prova, ma l'arbitro Ling annulla un gol regolare e non concede un rigore che, quantomeno, si poteva dare. I tedeschi osservano senza fare troppi complimenti e a quel punto nemmeno gli ungheresi ci credono più. Al minuto 84 è ancora Rahn a gonfiare la rete. E' 3-2 per la Germania Ovest. A fine partita è Fritz Walter ad alzare la Coppa Rimet. Per gli ungheresi, non solo si interrompe la striscia di imbattibilità, ma finisce anche un sogno. Un sogno spezzato dai tedeschi, su cui grava una pesantissima accusa di doping, più o meno confermata in seguito. Cosa importa a Kocsis di queste cose? Lui era andato in Svizzera per portare a casa il Mondiale, ma sarebbe tornato a casa da secondo. Non importa come, non importa perché. Era arrivata la prima sconfitta, la prima delusione. La vita non sempre è dolce e con il povero Testa d'oro lo sarebbe stata sempre di meno.
Al rientro in Ungheria, Kocsis continua segnare e vincere. Arriva un altro campionato nel 1955, il terzo con la Honved, il quarto in totale. Macina gol anche in Nazionale: dieci in dodici partite nel 1955, sette in nove presenze nel 1956. Qualcosa dentro di lui, però, è cambiato. Non è più felice, sembra triste. La mazzata definitiva arriva negli ottavi di finale di Coppa Campioni del 1956. La Honved sfida l'Athletic Bilbao, perdendo 3-2 la trasferta spagnola. Il ritorno non si giocherà in Ungheria, perché la situazione non è delle migliori. C'è la rivoluzione e il governo non può certo mostrare la faccia brutta del paese nella massima competizione europea. Il ritorno si gioca a Bruxelles, ma Kocsis e compagni pareggiano 3-3 e vengono eliminati. Da Budapest arriva l'ordine di non rientrare e i rossoneri iniziano un lungo tour in giro per l'Europa, per mostrare tutta la loro classe in partite amichevoli. Il 20 dicembre è l'ora del dietrofront, ma molti giocatori disubbidiscono, non tornando a casa. Tra questi c'è anche Kocsis. Testa d'oro torna nella terra che gli regalò la prima tristezza, la Svizzera. Trova posto negli Young Fellows, che non possono tesserarlo perché la Federazione Ungherese lo ha squalificato per un anno. Comincia così il primo momento di vera crisi di Sandor Kocsis. E' costretto a vendere elettrodomestici per riuscire a vivere ed usa gli ultimi soldi per far arrivare nel paese elvetico la sua famiglia. L'alcool non è più uno svizio, ma diventa un vizio e la distruzione arriva dall'interno. Il più grande colpitore di testa del mondo, uno dei più forti attaccanti del panorama calcistico è sull'orlo del declino. Nel 1957 giocherà per una stagione con la squadra svizzera, mostrando ancora tutta la sua classe, ma giocando con la tristezza che solo chi sta vedendo il proprio paese morire può provare. 
Il sogno di alzare la Coppa del Mondo è ormai un ricordo. Nel 1958 arriva, però, la chiamata del Barcellona, in cui già milita il suo ex compagno al Ferencvaros e all'Honved, Zoltan Czibor, l'incredibile ala della Nazionale magiara. Con loro due in attacco, la squadra catalana vince due titoli nel 1959 e nel 1960. Nel 1960 diventano la prima squadra ad eliminare il Grande Real Madrid dalla Coppa Campioni. Il loro cammino prosegue fino alla finale contro il Benfica. Lo stadio evoca tristi ricordi a Kocsis e Czibor. E' il Wankdorf di Berna, quello dove persero sette anni prima la finale del Campionato del Mondo. Questa volta Testa d'oro segna, con la specialità della casa, il colpo di testa. I portoghesi si riscattano subito e in 2' ribaltano tutto. Al 55' arriva anche il 3-1. Kocsis rivive i fantasmi della partita contro la Germania. Il Barcellona ha un moto d'orgoglio e Czibor accorcia le distanze, ma non c'è più nulla da fare. E' la seconda grande sconfitta nella vita di Sandor Kocsis. Gli anni migliori di carriera sono ormai alle spalle, la Nazionale manca dal 1956 e nel 1965 arriva il ritiro. Ai posteri rimangono i 296 gol in 335 presenze nei club, ma soprattutto le 75 reti in 68 partite con la Nazionale Ungherese, di cui oltre la metà segnate di testa, che lo proiettano al primo posto tra i giocatori con la migliore media gol in Nazionale. 


Quella tanta sognata rivincita Mondiale rimane, appunto, un sogno, un pensiero mai del tutto abbandonato, ma che ad un certo punto è stato messo da parte. La vita sa essere crudele e la caduta dalla cima è presto servita. Dopo il 1954, inizia un vortice che risucchia Kocsis in un tunnel da cui non riuscirà a tirarsene fuori. Nella testa sono ancora presenti le malinconiche immagine della finale mondiale persa, a cui si andranno poi ad aggiungere l'esilio dalla sua terra, l'impossibilità di praticare ciò che più ama e l'altra finale contro il Benfica. Tutte tappe dolorose della vita di Testa d'oro, che dopo gli ultimi gol non esultava nemmeno più. In fondo, che motivo c'era? La depressione aveva ormai preso il sopravvento. La distruzione arrivava dall'interno e i sospetti divennero presto realtà. Angoscianti realtà. Non gli era stata data neanche la possibilità di combattere e per questo decise di non farsi sconfiggere un'ultima volta, anticipando tutti sul tempo, come aveva sempre fatto nelle aree di rigore. Il dolore allo stomaco è ogni giorno più forte e gli esami non lasciano scampo. Testa d'oro ha un ultimo guizzo e decide di spiccare il volo più disperato della sua carriera, della sua vita. La stanza dell'ospedale è abbastanza in alto, solo quello è importante. Il giorno è il 22 luglio 1979, Sandor non aveva neanche 50 anni, ma non è importante l'età, quando la vita ti ha già riservato così tante delusioni. Questa volta non ci sono avversari da superare e anticipare, ma solo il tempo che lo stava corrodendo. Testa d'oro spicca il volo, l'ultimo, quello decisivo. 

sabato 12 aprile 2014

Il Real sfida il passato; Ancelotti il suo futuro?

Se il Real Madrid vorrà mettere, finalmente, le mani sulla Decima, dovrà vedersela nuovamente con una tedesca. Infatti, dopo lo Schalke negli ottavi e il Borussia Dortmund nei quarti, l'urna di Nyon ha ancora messo difronte Real Madrid e Bayern Monaco nelle semifinali di Champions League. È già successo ben cinque volte e i precedenti sorridono ai bavaresi. 
Nel 1976 le Merengues arrivarono tra le prime quattro dopo aver avuto ragione, grazie alla regola dei gol in trasferta, del Borussia Moechengladbach, allora campione in carica di Germania e detentore della Coppa UEFA. Se non bastassero gli intrecci, il bomber di quella squadra era Jupp Heynckes, ex allenatore proprio del Bayern Monaco che ha vinto tutto neanche un anno fa, autore del gol della speranza al Bernabeu. Non fu sufficiente la rete di "Osram", però, e il Madrid passò in semifinale, dove incontrò il Bayern Monaco. Le reti subite furono sempre tre, ma i gol segnati solo uno e poi... e poi i bavaresi erano bi-campioni d'Europa in carica e lanciatissimi verso il terzo trionfo consecutivo. Gerd Mueller fu il mattatore dello scontro: un gol all'andata e due al ritorno, consegnarono la finale al Bayern Monaco. Un gol di Roth, poi, fu necessario per stendere il Saint Etienne e vincere la Coppa per la terza volta di fila, eguagliando l'Ajax.

I tedeschi festeggiano dopo il gol di Roth
Si arriva dunque al 1987. Era il secondo anno senza squadre inglesi (a causa della Strage dell'Heysel), indigeste nel 1981 al Real Madrid (finale persa contro il Liverpool) e al Bayern Monaco nel 1982 (finale persa contro l'Aston Villa). I due club, quindi, volevano affermarsi nuovamente come migliore d'Europa, approfittando dell'assenza delle squadre di Sua Maestà. Soprattutto il Real, che, grazie alla nuova generazione soprannominata "Quinta del Buitre", era riuscito ad imporsi nelle due precedenti edizioni della Coppa UEFA. Questa edizione di Coppa dei Campioni, dunque, rappresentava il vero esame di maturità. Dall'altra parte c'era un Bayern, come al solito, ricco di talenti, ma che mancava un alloro europeo proprio dal 1976. La qualificazione si decise, di fatto, già all'andata, con un netto 4-1 dei tedeschi. L'1-0 del ritorno firmato Santillana, un superstite di undici anni prima, servì a rendere meno amara l'eliminazione dai Blancos. In finale, però, la corazzata tedesca venne sorpresa dal Porto, che si laureò campione per la prima volta nella sua storia, riportando il trofeo in Portogallo dopo un quarto di secolo.

I capitani Santillana e Augenthaler prima della semifinale 
Nel 2000 le due squadre hanno un incontro ravvicinato già nella seconda fase a gruppi, ma è un monologo bavarese: 4-2 a Madrid e 4-1 a Monaco. Riescono comunque tutte e due ad accedere ai quarti di finale, dove superano (entrambe con un 3-2 complessivo e tanta fatica) Manchester United (il Real) e Porto (il Bayern). La sorte le mette nuovamente difronte nelle semifinali. A regalare il passaggio del turno agli spagnoli è Nicolas Anelka, autore di due gol nel doppio confronto, che si rivelano decisivi ai fini del risultato. In finale ci sarà il primo derby tra club della stessa nazione: il Valencia, dopo aver eliminato il Barcellona in semifinale, cerca l'impresa contro i sette volte campioni d'Europa. Morientes, McManaman e Raul hanno altri programmi. Finisce 3-0 e il Real Madrid si porta a casa la Coppa per l'ottava volta.

Anelka in azione contro Linke
L'anno successivo è già tempo di rivincita. Le due squadre passano agevolmente il doppio turno di gironi, terminando sempre in testa e arrivando ai quarti di finali pieni di speranze. Superati Manchester United e Galatasaray senza troppe difficoltà, è ancora tempo di semifinali. I bavaresi fanno il colpaccio al Bernabeu, ripetendosi la settimana dopo in casa: Élber ne mette dentro uno all'andata e uno al ritorno, Jeremies inquadra la porta giusta dopo l'autogol dell'anno precendente e i tedeschi volano in finale. Ad attenderli c'è il Valencia, nel miglior momento della sua storia. I rigori di Mendieta ed Effenberg mandano le squadre fino alla serie dagli undici metri. Kahn è più bravo di Canizares e la Coppa, dopo venticinque anni di attesa, torna in Baviera.

Élber esulta
L'ultimo capitolo della sfida infinita tra spagnoli e tedeschi e storia freschissima. Nel 2012 la finale annunciata sembrava essere Real-Barça, ma le cose andarono diversamente. Ribery e Gomez regolano i madrileni all'Allianz Arena, a cui non basta la rete di Ozil. Al ritorno, una doppietta di Ronaldo in 15' pare spianare la strada verso la finale a Mourinho. Robben, però, riporta il risultato del doppio confronto in parità e la partita si trascina fino ai rigori. Sergio Ramos mira al satellite di Giove, mentre Schweinsteiger è freddissimo. In finale ci va il Bayern, mentre il Real piange. Dall'altra parte Di Matteo, grazie ad un meraviglioso Drogba, trova la formula per annullare il Barcellona.

I bavaresi festeggiano il passaggio del turno
I tedeschi, nella finale giocata in casa, sfiorano il trionfo nei tempi regolari e supplementari, ma saranno nuovamente i rigori a decidere il vincitore. E se è vero che sono una lotteria, è anche vero che ciò che danno, poi tolgono. Proprio Schweinsteiger, l'eroe della semifinale, sbaglia il rigore decisivo, permettendo a Drogba di andare dal dischetto con la possibilità di portare la Coppa a Londra per la prima volta. L'ivoriano, ovviamente, non sbaglia e stavolta sono i bavaresi a piangere e a veder sfumare il quinto trionfo continentale. Poco importa, perché l'anno dopo avrebbero vissuto una stagione magica, conclusa con un meraviglioso treble. Qualcosa che potrebbe ripetersi quest'anno, dato che i bavaresi hanno già vinto la Bundesliga e sono in semifinale di Coppa di Germania. Inoltre, nessuna squadra è ancora riuscita a vincere due volte di fila la Champions League da quando ha assunto questa denominazione: un motivo in più per portare a casa il trofeo.
Anche il Real Madrid di Carlo Ancelotti è ancora in corsa per il triplete, essendo in lotta nella Liga ed in finale di Coppa del Re. In Champions League il destino gli ha riservato lo Schalke, il Borussia e il Bayern. Rispettivamente la terza, la seconda e la prima forza del campionato tedesco. Che sia forse un segnale? Ancelotti, infatti, ha vinto in Italia, Inghilterra, Francia e, molto probabilmente, riuscirà a portare a casa un trofeo anche in Spagna. A quel punto, rimarrà solo la Germania da conquistare. Sarà quella la nuova sfida di Carletto? Chissà. Prima, però, c'è il super Bayern di Pep Guardiola da superare, per vincere, finalmente, la tanta sognata Decima.

sabato 8 marzo 2014

Cedric Mabwati e la sua particolare clausola di rescissione

Se dico Kinshasa, la cosa che viene alla mente è una: The Rumble in the Jungle, George Foreman vs Muhammad Ali, incontro valevole per il titolo dei pesi massimi di boxe. Per una notte la capitale dell'allora Zaire, sarebbe stata il centro del mondo. Era il 30 ottobre 1974 e Ali sfoderò una delle sue migliori prestazioni, rivincendo il titolo per la seconda volta. Diciotto anni dopo, nella stessa Kinshasa, nacque Cedric Mabwati, giocatore del Betis Siviglia. In questa stagione la giovane ala congolese si è messa in mostra, nonostante la sua squadra sia ultimissima e lontana dalla salvezza. Ma oltre alle discrete abilità tecniche, Cedric ha attirato l'attenzione per il suo passaggio dal Numancia al Betis: prezzo di trasferimento € 1,20. Sì e no, un caffè. Questo è stato possibile grazie alla sua particolare clausola di rescissione: se una squadra si fosse interessata a lui prima del 15 giugno (2013), il suo valore sarebbe stato € 1,20, altrimenti la cifra sarebbe lievitata fino a 5.000.000. Il Betis si è affrettato ed ha concluso un bell'affare. Il calcio offre sempre belle storie e se da una parte abbiamo "il giocatore costato un caffè", a Madrid, sponda Real, troviamo Cristiano Ronaldo e Bale, quasi 200 milioni di giocatori. Ora immaginatevi Betis-Real e Mabwati contro il portoghese e il gallese. All'andata, quando ancora Bale doveva arrivare a Madrid, il Betis e Cedric spaventarono il Bernabeu e la squadra di Ancelotti, che fu salvata in extremis da Isco. Poi arrivò Bale e Isco perse il posto da titolare. Il ritorno fu una pratica chiusa senza patemi da parte del Real, con Ronaldo e Bale ad aprire le marcature del 5-0 finale. Mabwati quella partita del 18 gennaio non la giocò. Tutto normale, insomma: il grande Real degli acquisti esorbitanti, strapazza il piccolo Betis degli acquisti misurati. Le solite storie. Però, ogni volta che berrete un caffè e lo pagherete più di € 1,20, ricordatevi di Cedric e dalla sua strana clausola, almeno potrete dire "Questo caffè mi è costato più di un calciatore". Strano, no?


venerdì 7 marzo 2014

Il più grande calciatore che non avete mai visto

Di solito, nell'immaginario collettivo, i più grandi calciatori della storia del calcio sono due: Edson Arantes do Nascimento, meglio noto come Pelé, e Diego Armando Maradona. Due tra i più influenti numeri 10 del XX secolo, che hanno scritto pagine importanti di Brasile e Argentina. A questi, si potrebbero affiancare, anzi si dovrebbero affiancare, altri grandi nomi: Johan Cruijff, Michel Platini, Alfredo Di Stéfano, Marco Van Basten e altri ancora. Uscendo da quell'immaginario collettivo di cui vi parlavo e mettendomi in prima linea, escluderei a priori Maradona. E non sarei l'unico. Le preferenze sono preferenze, sia chiaro, ma c'è un altro giocatore che dal 1963 al 1970 è stato "il migliore al mondo", usando le parole dello stesso Pelé: George Best. Se ne andrà dal Manchester United nel 1974 e proprio in quegli anni, quelli del declino, si affacciava nelle serie minori inglesi "l'altro George Best". Ora qui la storia cambia: da Di Stéfano a Van Basten, sono passati tanti grandi campioni e, in un modo o nell'altro, abbiamo avuto la possibilità di ammirare le loro gesta. All'inizio degli anni '70, invece, iniziava la carriera di un calciatore che sarebbe ben presto andato nel dimenticatoio. Un giocatore dal grande talento, è vero, ma inglese. E voi sapete che i sudditi della Regina hanno un difetto: l'alcool, a cui si aggiungono tante altre cose. Quando hai talento e riesci ad abbinarlo alla ragione e alla buona volontà, arrivi in prima divisione e tutti si accorgono di te. Quando hai talento, ma lo sprechi rovinandoti la vita, la prima divisione la vedi con il binocolo e il tuo provino per una squadra dilettante si chiama riformatorio. Ma se andate dai tifosi del Reading e chiedete il nome del loro calciatore del millennio, vi risponderanno in coro: Robin Friday. 


La sua storia parte da Acton, un quartiere difficile di Londra, nel 1952. Sin da piccolo mostra un incredibile potenziale calcistico, ma Crystal Palace, QPR e Chelsea gli sbattono la porta in faccia: un carattere troppo sopra le righe gli preclude qualsiasi chance di giocare con i grandi. Decide quindi di lasciare la scuola e di iniziare il lavoro di muratore a 15 anni. L'anno dopo finisce in riformatorio, dove gioca per la squadra della prigione: è diverse spanne sopra gli altri ed ottiene il permesso per allenarsi con le giovanili del Reading, che ovviamente poi lo rispediscono indietro. A 19 anni trova posto nella squadra di dilettanti del Walthamstow Avenue. Ci rimane pochissimo, giusto il tempo di essere notato dall'Hayes, dove mette in mostra tutto il suo repertorio: sia dentro che fuori dal campo. Alcolizzato, drogato e donnaiolo: Friday non se ne fa mancare una. Resta qui tre anni, ma prima di andarsene, affronta il Reading in FA Cup: il manager Charlie Hurley viene colpito dall'estro di Friday e decide di portarselo con sé. 



È il 1973, Robin ha solo 21 anni e finalmente è arrivata la prima grande chiamata. Il suo esordio è tardivo, a causa della sua troppa foga agonistica durante gli allenamenti, che ne comporta un allontanamento dalla squadra. A quel punto, però, la situazione del Reading è critica e Hurley decide di buttarlo nella mischia e Friday non delude le aspettative: incredibilmente forte in campo, "stupefacente" fuori. Nella stagione 1975/76 si rivela fuoriclasse assoluto della quarta divisione inglese, mettendo a segno 21 gol in 44 partite e trascinando da solo il Reading alla promozione. A metà della stagione dopo, però, viene cacciato e trova posto nel Cardiff City in seconda divisione. Qui ritrova il Chelsea, che lo aveva scartato circa dieci anni prima, che riuscirà ad arrivare secondo ed essere promosso, insieme al Wolverhampton primo e al Nottingham Forest di Brian Clough terzo. In mezzo a quelle 22 squadre c'era anche il Fulham di Bobby Moore, il leggendario capitano dell'Inghilterra campione del mondo. L'esordio avviene proprio contro i Cottagers: Friday segna due reti e ridicolizza Moore, che si becca pure una celebre strizzatina di testicoli. Il resto è il solito copione: alcool, droga e donne. L'ultimo highlight della sua breve carriera arriva il 16 aprile 1977: dopo vari scontri, colpisce il portiere del Luton con una scarpata in faccia. In un momento di ragione, decide di scusarsi e porgere la mano, ma il suo avversario lo ignora e passa subito la palla ad un difensore. A quel punto Friday corre come un dannato, recupera palla, arriva in area, mette a sedere il portiere, segna ed esulta con le dita a V, che nei paesi anglosassoni sta ad indicare una parola che inizia appunto per v e finisce affanculo. 


La stagione dopo la inizia, ma non la finisce. Dopo sole due partite, decide di ritirarsi il 20 dicembre del 1977, a soli 25 anni e con alle spalle una carriera mai totalmente iniziata e rimasta incompiuta. Il Brentford e il Reading proveranno a rimetterlo in squadra, ma sarà tempo sprecato. Leggendario il rifiuto alla sua ex squadra: quando l'allenatore gli chiede di mettere la testa a posto, per poter arrivare anche in Nazionale, Friday gli chiede l'età e risponde "Ho la metà dei tuoi anni e ho già vissuto il doppio di te". Si ritira quindi ad Acton, dove viene trovato morto il 22 dicembre del 1990 a causa di un overdose, a soli 38 anni. 
La sua carriera è durata solo quattro anni, dal 1973 al 1977, ma in questa breve parentesi è riuscito ad imporre il suo gioco e ad entrare nel cuore di tutti quelli che sono riusciti a vederlo, che difficilmente riusciranno a dimenticare un giocatore così. Sfrenato e fuori le righe, ma con un grande talento che, in un modo o nell'altro, ha sempre messo in campo. A lui non importava giocare, a lui importava prendere la palla, scartare tutti e segnare. A lui importava semplicemente essere Robin Friday, il più grande calciatore che non avete mai visto.

giovedì 6 marzo 2014

Inter ti presento Vidic


"Nemanja, oh oh oh, Nemanja, oh oh oh, he comes from Serbia, he'll fucking murder ya!". Basterebbe un semplice coro, cantato sulle note di "Nel blu dipinto di blu", per descrivere Nemanja Vidic. Non c'è bisogno di traduzione, il messaggio arriva comunque forte e chiaro: Vidic non ha paura di nulla e lo ha sempre dimostrato sul campo. Del resto, come dice lui stesso, "Sono cresciuto in mezzo alle bombe, perché mai dovrei avere paura di un contrasto aereo contro il portiere?". Ed è qui che sta la forza del centrale serbo: il coraggio. Pochi giocatori oggigiorno possiedono la stessa carica agonistica di Vidic e proprio questo lo ha reso uno dei migliori difensori degli ultimi anni. Ma il giocatore nato a Uzice non è solo cattiveria e impegno, perché a queste qualità è riuscito ad abbinare anche molto abilità tecniche, che lo hanno reso un pericolo pure per i portieri avversari, oltre che per gli attaccanti. 
Con il Manchester United, Vidic ha vinto tutto quello che c'era da vincere, formando insieme a Rio Ferdinand una delle coppie centrali più solide degli anni 2000. Sin da quando è arrivato nel gennaio del 2006, il serbo ha imposto la sua leadership, imponendosi dapprima in Premier League e poi in tutta Europa. Nei suoi otto anni all'Old Trafford, si è guadagnato la stima, il rispetto e l'affetto di tutti, diventando uno dei giocatori più amati ed ereditando ufficialmente la fascia di capitano nel 2011, dopo l'addio di Gary Neville. 
Dopo otto anni, dunque, Vidic lascia il Manchester United per provare una nuova esperienza nel campionato italiano con la maglia dell'Inter. La squadra nerazzurra ha sicuramente fatto un grande acquisto sotto il punto di vista dell'esperienza, ma se la politica di Thorir è "tutti sotto i 26 anni", la strada è ancora lontana: il difensore serbo è sulla via dei 33 anni, non di certo un giovincello. Ma a volte l'esperienza è più importante dell'età e Vidic arriverà in Italia per dimostrarlo. A dispetto di tutti i suoi detrattori, che lo danno ormai per pensionato.

Saluti, capitano.


sabato 1 marzo 2014

Il Superman rumeno dice no al Barcellona

Era il 1986. Il Barcellona era lontano anni luce dai momenti di gloria di questi tempi. In quella stagione, però, riuscì a battere sia i campioni d'Europa in carica della Juventus, che i futuri vincitori dell'edizione successiva, il Porto. Ma, come già detto, era il 1986, non il 1987. Il Barcellona in finale di Coppa Campioni ci arrivò, ma sulla sua strada incontrò un avversario che, da semplice outsider, divenne imbattibile. 

Era il 1986, il primo anno senza squadre inglesi nelle competizioni europee. Dal 1975 al 1985 (ad eccezione del 1976 e del 1983), i club di Sua Maestà avevano sempre centrato la finale di Coppa Campioni, vincendola nel 1977, 1978, 1979, 1980, 1981, 1982 e 1984 con Liverpool, Nottingham Forest e Aston Villa. Il dominio venne spezzato dalla furia dei tifosi del Liverpool che, nella finale del 1985 contro la Juventus, ne combinarono di ogni, facendo entrare quel 29 maggio di diritto della storia del calcio. Con contorni negativi, purtroppo. La punizione della UEFA fu esemplare: ogni squadra sarebbe rimasta esclusa da qualsiasi competizione europea per un tempo indeterminato. Solo nel 1990 - un anno dopo un'altra tragedia del football inglese, quella di Hillsborough - i club inglesi furono riammessi, ma gli anni d'oro erano ormai passati. Troppe cose erano cambiate nel frattempo. Una cosa rimase uguale: il Barcellona, uno dei club più gloriosi di Spagna, aveva ancora zero Coppe Campioni in bacheca. Nel 1961 fu il mitico Benfica a negargli la gioia europea. Nel 1986 fu un simpatico portiere rumeno dai folti baffi: Helmuth Duckadam.

Era il 1986, il 7 maggio per la precisione. Si giocava una partita. No, qualcosa in più di un semplice incontro: era la finale della Coppa Campioni, che si sarebbe disputata in uno degli stadi più infuocati di Spagna, il Sanchez-Pizjuan di Siviglia. Solo quattro anni prima, era stato il teatro della stupenda semifinale del Mondiale tra Germania e Francia. Quella sera le cose andarono diversamente, perché se tra tedeschi e francesi le cose dovevano essere, e furono, incerte, quel 7 maggio il popolo gridava già un vincitore predestinato: il Barcellona. I catalani, infatti, avevano difronte i rumeni della Steaua Bucarest. Chi mai avrebbe pensato che quegli undici uomini arrivati da un paese semi-sconosciuto al resto del mondo, potessero battere i campioni spagnoli? Senza dimenticare che i catalani erano 60000 nello stadio. Quello che la squadra di Terry Venables avrebbe dovuto fare, era semplicemente segnare un gol, per poi godersi gli attimi di felicità al fischio finale. Una missione semplicissima. Forse troppo...

Era il 1986. La squadra più forte della Romania era la Steaua Bucarest, undici rumeni che nessuno conosceva allenati da Emerich Jenei. Un mix di esperienza e gioventù, ma anche molta fortuna. Nel primo turno incontrano i danesi del Vejle: 5-2 totale senza troppe storie. Negli ottavi regolano con un 4-1 interno le macerie della Honved. Nei quarti riescono a pescare la squadra più scarsa in mezzo a squadroni: i finlandesi del Kuusysi Lahti. Incredibilmente, sono la formazione che gli dà più noie, ma riescono comunque ad accedere alle semifinali, dove incontrano l'Anderlecht, che ha eliminato il Bayern Monaco nel turno precedente. L'ennesima prova di forza casalinga, spinge i rumeni verso un'insperata finale. Dall'altra parte del tabellone, il Barcellona suda sette camicie per eliminare Sparta Praga e Porto grazie alla regola dei gol in trasferta, la Juventus ai quarti (1-0 e 1-1), mentre in semifinale rimonta il 3-0 dell'andata al Goteborg, vincendo ai rigori. In finale ci arrivano loro, con una sola certezza: il trofeo avrà un nuovo vincitore, per il secondo anno consecutivo. 

Quel 7 maggio del 1986 successe qualcosa di incredibile a Siviglia. Il Barcellona attacca, domina, tira, ma trova sempre un avversario insuperabile: Helmuth Duckadam. Il simpatico baffone è in giornata di grazia ed inventa un nuovo metodo per vincere: giocare con un portiere che non può subire gol. I catalani tirano, lui para. I catalani ritirano, lui ripara. Dopo 90' è ancora 0-0. Nei supplementari il copione non cambia. Dopo 120' il Barcellona non è ancora riuscito a segnare. Ma adesso ci sono i rigori, arriveranno i gol. O, almeno, tutti si aspettano, finalmente, dei gol. Batte Majearu: sbaglia. Tocca ad Alexanko: Duckadam para. Va Boloni: Urruti ci arriva. Pedraza batte a sinistra come Alexanko: Duckadam si oppone nuovamente. 120', quattro rigori e zero gol. Quel 7 maggio era già entrato nella storia. Ora toccava al baffo scrivere la sua. Lacatus riesce a segnare. Il Pichi Alonso non cambia lato, tira a sinistra: Duckadam ci arriva ancora. Balint segna. Marcos Alonso tira a destra, forse è la mossa giusta. Invece no, perché Duckadam nega il gol anche a lui. La Steaua vince 2-0 ai rigori la Coppa dei Campioni. L'eroe si chiama Helmuth Duckadam, un portiere che non può subire gol. Facile vincere così, vero? Quel giorno Superman si rivelò a noi umani e parve spiccare il volo verso una carriera ricca di successi. Invece... 


Quel 7 maggio del 1986 fu l'ultima partita di Helmuth Duckadam. In mezzo al suo ritiro, tante voci, forse troppe, perché il 7 maggio del 1986 la Steaua Bucarest giocò e vinse la finale della Coppa Campioni con in porta un grande portiere. Quello che successe dopo, è un'altra storia. A me piace ricordare la parte più bella, la copertina di una storia fatta di tanti bassi e pochi alti, ma con un acuto che fa intimidire anche un portierone come Gigi Buffon.






venerdì 21 febbraio 2014

Triplette inglesi

Se dico "Inghilterra" la prima cosa che scatta alla mente è "Londra". D'accordo, è la capitale e il ragionamento fila liscio. Poi ci sono due strade percorribili: una porta al tè, l'altra al calcio. Ovviamente avete già capito quale tipo di via io preferisca prendere e, se siete qui, penso sia quella che scegliereste anche voi. L'Inghilterra, proprio per un principio storico, è legata indissolubilmente al calcio. Londra, con tutta la marea di squadre che hanno sede nella City, pure. Non solo con tutti i club, ma anche con tutti i calciatori nati nella stessa Londra. Basti pensare a David Beckham che a cavallo tra la fine degli anni '90 e l'inizio dei 2000 è diventato, probabilmente, il calciatore più conosciuto e famoso del mondo, anche e soprattutto per le sue vicende extra-calcistiche: leggasi "persona che avrebbe potuto tranquillamente fare il modello" e "matrimonio con una Spice Girl". Quindi, possiamo affermare, che Londra non solo è il richiamo internazionale al Regno Unito, ma lo è anche per quanto riguardo il football britannico. O almeno in grossa parte.
Ashton-under-Lyne potrebbe suonare nuovo ai più. Sarebbe, circa, come sapere il capoluogo di regione del Molise. Non è necessario saperlo, ma conoscere Campobasso non fa mai male. Ashton invece è leggermente più a nord del Molise, precisamente nella Greater Manchester, una contea nel nord-ovest dell'Inghilterra. Non ci vuole un genio per capire che siamo vicini a Manchester, la città che ospita lo United e il City. Capire cosa c'entri Ashton con il calcio è un po' più dura. Lì ci sono nate due persone che hanno due cose in comune, oltre al luogo di nascita: la professione e il massimo traguardo raggiunto. Uno è Simone Perrotta, calciatore campione del mondo nel 2006 con l'Italia. L'altro invece si ricollega a Londra, perché quando vinse il Mondiale, il suo capitano era proprio delle zone della capitale. Il capitano era Bobby Moore, una leggenda della Nazionale Inglese e del West Ham. Geoff Hurst era un suo compagno di club e di nazionale. Professione: calciatore; massimo traguardo: Mondiale del 1966; luogo di nascita: Ashton-under-Lyne. Il cerchio, dunque, si è chiuso? E invece no, perché manca l'ultimo tassello, quello che ci riporta definitivamente a Londra. Risponde al nome di Jimmy Greaves, ex attaccante di quell'Inghilterra campione nel '66, nato proprio a Londra. Però la finale la giocò Hurst. Perché?

Geoff Hurst con la maglia del West Ham United
Jimmy Greaves è un classe 1940, Geoff Hurst 1941. Il primo a 18 anni non compiuti è già titolare nel Chelsea, con cui firma 22 gol in 35 partite di First Division come biglietto da visita. Non male! Il secondo ci mette qualche anno in più a maturare ed è "solo" intorno ai 20 anni che riesce a strappare un posto da titolare nel West Ham United. Già i due si incrociano, sono rivali, rivali cittadini. Peccato che il primo bruci le tappe, e mentre il secondo guadagna la maglia a 20 anni, Greaves qualche mese prima ne abbia già messi dentro 100 in First Division con la maglia dei Blues. È il più giovane in assoluto ad aver centrato tale traguardo. È il 1961: Greaves ha 21 anni e Hurst 20. Il primo è a 124 gol. Il secondo a zero. D'accordo che hai un anno e due stagioni in più, ma la prima sfida l'hai vinta tu, non ci sono alibi che tengano. Troppe poche 9 presenze, contro le 169 di Jimmy. A questo punto Jimmy decide di migrare per provare nuove esperienze. Lo accoglie il Milan, che pensa di aver preso un cannoniere di razza. Infatti è così: 10 partite, 9 gol. Litiga con l'allenatore però e torna a casa in pochissimo tempo. Londra gli mancava troppo e arriva al Tottenham Hotspur, che lo paga 99.999£: guai a caricarlo del peso delle 100.000£. Ed è così, mentre Greaves torna a casa, che Hurst si guadagna la sua prima stagione da titolare: 24 presenze, 1 gol. Lontani da quello che ci aspetterebbe da un attaccante.
Le stagioni intanto vanno avanti e si arriva al 1965. Geoff Hurst si è ormai affermato: segna con una buona continuità, gioca e sono tutti contenti. Sì, ma non ha fatto i conti con Greaves. Non soddisfatto dei titoli del 1959 e 1961 vinti con la maglia del Chelsea, inanella una serie di tre vittorie consecutive nella classifica dei marcatori dal 1963 al 1965. La sua tripletta l'ha servita così, alla sua maniera: tanti gol e tante triplette vere, sul campo, ovviamente.

La stagione decisiva è quella successiva, quella dell'anno dei Mondiali. L'anno magico lo vive Willie Irvine, attaccante del Burnley, che si laurea capocannoniere con 29 gol, 6 in più di Hurst, addirittura 14 più di Greaves. Irvine, però, non viene selezionato da Sir Alf Ramsey per i Mondiali casalinghi, Greaves e Hurst sì. L'attaccante titolare, ovviamente, è lui The Goal Machine: Jimmy Greaves. E chi se no? Anche se arrivava dalla sua stagione peggiore, il migliore rimaneva sempre lui.

Jimmy Greaves con la maglia del Tottenham
È il 20 luglio 1966, si affrontano i padroni di casa inglesi e la Francia nell'ultima partita del Gruppo A, che vede l'Uruguay primo a 4, poi i Three Lions a 3, il Messico a 2 e i Galletti a 1. Partita da dentro o fuori, di conseguenza. La decide il compagno di reparto di Greaves, Roger Hunt, leggendario attaccante del Liverpool, che mette a segno una doppietta e sale a quota tre gol nel torneo. Tre dei quattro gol della Nazionale di Sir Alf Ramsey sono stati segnati da Hunt, l'altro da Bobby Charlton. Il grande Jimmy Greaves è ancora a secco, Hurst mugugna in panchina. Il 20 luglio però, durante la partita con la Francia, Greaves si infortuna e lascia il posto ad Hurst. Sarà la più grande fortuna della storia dell'Inghilterra. Tre giorni dopo, i quarti contro l'Argentina li decide proprio l'attaccante del West Ham, che manda la sua Nazionale per la prima volta tra le migliori quattro del mondo. La semifinale contro il Portogallo del temibile Eusébio si preannuncia una partita tanto bella quanto incerta. La spuntano gli inglesi, grazie a una doppietta di Bobby Charlton, che rende inutile il tentativo di rimonta finale firmato Eusébio. Hurst si mette ancora in luce e si guadagna di diritto un posto nella finalissima contro la Germania Ovest. Questa volta è Greaves che mugugna: nonostante i problemi fisici siano passati, la maglia da titolare non è più sua. 
Era un sabato. 30 luglio 1966, ore 15, Wembley, Londra. La City torna per chiudere il cerchio di tutta la storia. Non è stata una finale, è stata molto di più. Troppo semplice etichettare come partita di calcio quello che successe quel giorno. I quasi 100.000 di Wembley assistettero ad un evento unico, mai più replicato da nessuno. La finale è bellissima, le due squadre giocano a viso aperto ed offrono un grande spettacolo. Dopo 12' Haller porta in vantaggio i tedeschi. Al 18', però, sale in cattedra Geoff Hurst, che servito da un'intelligente punizione di capitan Moore non ha difficoltà a pareggiare i conti. Al 78' è da un tiro sporcato della punta inglese che nasce l'azione del vantaggio inglese: Hurst tira, Hoetgges scivola, il pallone si impenna, Peters arriva come una furia e butta dentro quello che sembra essere il colpo del KO. Ma non sarà così. Primo perché i tedeschi non mollano mai, secondo perché la partita deve entrare nella leggenda. Quando mancano una manciata di secondi alla fine è Weber a siglare il 2-2, dopo un'astuta punizione di Emmerich. Saranno dunque i tempi supplementari a decretare il vincitore di questo Mondiale. Non dei semplici tempi supplementari, ma quei tempi supplementari. Quelli  di Inghilterra-Germania Ovest. Quelli del gol-non gol di Geoff Hurst. È il 101' quando la punta inglese lascia partire un bolide dal limite dell'area piccola: la palla si stampa sulla traversa, rimbalza fuori dalla porta ma Hunt, appostato a un metro da lì, alza le braccia al cielo e fa esplodere Wembley. I tedeschi si lamentano, protestano, non hanno visto quella palla entrare. A questo punto la decisione passa al guardalinee, il sovietico Bakhramov. Basta un cenno con la testa per far entrare nella leggenda quella partita. Il suo sì fa definitivamente urlare gli inglesi, che tornano in vantaggio grazie alla doppietta di Hurst. Il secondo tempo è un assedio tedesco, che però si trovano inevitabilmente scoperti. Moore lancia Hurst a pochi secondi dalla fine e l'attaccante non sbaglia. 4-2 Inghilterra, tripletta personale per Geoff Hurst. Primo ed unico a riuscirci in una finale Mondiale. I tedeschi protestano, pensano che il guardalinee sovietico abbia favorito gli inglesi solo per vendicare l'eliminazione in semifinale dell'URSS. Ai padroni di casa queste cose non interessano e ringraziano sentitamente. Dopo anni di sberle, sono nuovamente loro i maestri del calcio. La sua tripletta Hurst l'ha messa a segno nel momento più importante, rubando la maglia a Greaves. Un vero smacco! 

Il tiro del gol-non gol di Geoff Hurst


Tornati a darsi battaglia nella First Division, i due continuano a segnare a raffica. Jimmy Greaves vince un altro titolo di capocannoniere nel 1969, l'ultimo della sua carriera: in totale sono sei, un record. Nel 1970 si ritroveranno compagni di squadra per una stagione e mezza, fino a quando nel 1971 Jimmy Greaves non dirà addio al calcio (anche se tornerà in serie minori dal 1975 al 1980). Hurst andrà allo Stoke City, prima di chiudere la sua carriera tra Sud Africa e Stati Uniti, dove troverà nei Seattle Sounders il suo ultimo club, nel 1976. 
Con la Nazionale il rapporto di Greaves sarà controverso, non verrà infatti più convocato dopo il 1967, saltando dunque il Mondiale di Messico '70, nonostante continuasse a segnare. Mentre per Hurst la sorte riserverà un carriera internazionale fino al 1972.
Le statistiche dicono che Geoff Hurst abbia segnato 299 gol in 674 partite di club. Jimmy Greaves 422 in 602 presenze. Con l'Inghilterra Hurst ha siglato 24 gol in 49 caps. Greaves la bellezza di 44 in sole 57 partite, un record superato unicamente da Bobby Charlton e Gary Lineker, che la sua media gol se la scordano. 

Jimmy Greaves con la medaglia del Mondiale


La tripletta più importante è sicuramente quella di Geoff Hurst, tre gol che hanno consegnato l'unico titolo Mondiale all'Inghilterra. Ma è una tripletta sporca, a causa di quel secondo gol che non è mai entrato. Jimmy Greaves, dal canto suo, è l'ultimo giocatore ad aver segnato 40 gol in First Division (41 nel 1961 con il Chelsea) ed è il primatista di gol nella massima serie inglese. Forse tutti si ricordano Hurst per quella prestazione, ma dimenticare la carriera di Jimmy non è comunque giusto nei confronti di un attaccante leggendario. The Goal Machine resterà sempre lui: James Peter Greaves, uno che in carriera ha segnato quasi il doppio di Hurst. A volte, però, è importante segnare i gol al momento giusto e il vecchio Geoff, in questo, è stato un maestro. Nei libri di storia troverete sicuramente il suo nome, per quello di Jimmy servirà un po' più di ricerca, ma ne varrebbe sicuramente la pena. 
Due triplette totalmente diverse, due storie che si intrecciano. Da Ashton-under-Lyne a Londra uno; da Londra a Milano andata e ritorno l'altro. È proprio vero che la City è il centro di tutto.