lunedì 27 gennaio 2014

Dallo Special One al Chosen One: il viaggio di Mata Juan

Londra-Manchester solo andata, grazie. Un viaggio verso nord, il nord dell'Inghilterra. Secondo me questo ragazzo è alla ricerca del nord sin da bambino. Il suo nord si chiama Manchester United, ma ha dovuto girovagare un po' per cercarlo, trovarlo, avvicinarsi e prenderlo. Ha deciso di raggiungere la sua meta nel momento più delicato, più difficile per lo United. Settimi in Premier League, fuori dalle coppe nazionali e con un 3-1 incassato nell'ultimo turno di campionato proprio contro il Chelsea, la ex squadra di Mata. Forse, si è sentito vicino alla squadra proprio per questo: anche per Juan le cose non stavano girando bene questa stagione, relegato sempre in panchina da José Mourinho, che gli ha preferito i vari Oscar e Willian. È anche per questo che un giocatore capace di segnare 18 gol nelle sue prime due stagioni di Premier League, sia ancora a secco in quella corrente. È anche per questo che il miglior giocatore delle ultime due annate del Chelsea abbia deciso di lasciare una squadra in cui era re fino a maggio. Con l'arrivo dello Special One, le cose sono diventate tristi per Mata. Ha capito di non essere più lui il fulcro del gioco del Chelsea, ha capito che cambiando aria avrebbe fatto la cosa migliore. La cosa strana, però, è il fatto di lasciare una squadra lanciatissima per il titolo, per una che naviga in zone meno nobili, costretta a non sbagliare più nulla per non perdere il treno dell'Europa. Ed è qui che il calcio torna un po' più umano, perché se è vero che è diventato il giocatore più caro del Manchester United ed è vero che guadagnerà fior di milioni, è anche vero che quando cerchi il tuo nord, se capisci che puoi arrivarci, non ti lasci sfuggire l'occasione; anche se ciò vuol dire rivoluzionare i piani della tua stagione e iniziare a combattere per altri obiettivi. Sono certo che oltre a questo, Mata abbia lasciato il Chelsea in vista del Mondiale. Essere abbandonato in panchina non è un'ottima pubblicità. Allo United, invece, potrà ritagliarsi tutto lo spazio che vorrà. La squadra di Manchester gli servirà come trampolino di (ri)lancio per conquistare un posto da titolare con la Spagna. Mata, dal canto suo, servirà alla squadra di David Moyes come ancora di salvezza per risollevare una stagione non proprio positiva. Certo, un giocatore non può cambiare una squadra (soprattutto in quella zona del campo, che era già la meglio assortita all'Old Trafford), ma dal punto di vista psicologico potrà influire molto. E con Rooney già proiettato verso un super rinnovo, questo mese di gennaio potrebbe regalare ancora sorprese ai tifosi dei Red Devils.
Il viaggio di Mata è anche, e soprattutto, un addio a José Mourinho, lo Special One. Un addio fatto per abbracciare David Moyes, il Chosen One. Due soprannomi importanti, ma con una grande differenza: il primo se lo è auto attribuito, mentre il secondo ha ricevuto la benedizione di Sir Alex Ferguson. Una benedizione importante. Anche per questo Mata è diventato Special Juan, in attesa che le cose speciali le faccia vedere in campo. Con la maglia rossa dei Red Devils, ovviamente.



sabato 25 gennaio 2014

Pianista belga



Reputo la bandiera del Belgio come una delle più belle al mondo: tre strisce verticali con un notevole impatto visivo. Del resto, nero, giallo e rosso non sono tre colori che passano inosservati. Passa inosservata, invece, la Nazionale di calcio belga, di certo non una delle migliori al mondo. Ultimamente, però, sono spuntati fuori degli ottimi elementi (Hazard, Kompany, Lukaku per dirne alcuni) che stanno seriamente facendo sognare i tifosi dei Rode Duivels. Rode Duivels è il soprannome del Belgio e vuol dire Diavoli Rossi. Ah sì? Ma i Diavoli Rossi (Red Devils) sono anche quelli del Manchester United, giusto? Esatto. E, tornando agli ottimi elementi che stanno venendo dal Belgio, se ne trova uno proprio nella rosa della squadra allenata da David Moyes. Il giocatore risponde al nome di Adnan Januzaj ed è un centrocampista nato in Belgio, ma di origini albanesi, che a soli 18 anni è già diventato quasi titolare in uno dei più grandi club al mondo.
Bill Shankly, leggendario allenatore del Liverpool, disse che «Il calcio è come un pianoforte: otto persone lo caricano in spalla e tre sanno suonare quel dannato strumento». Il giovane Adnan invece ha deciso di fare tutto solo: con le pesanti assenze di Wayne Rooney e Robin van Persie, è stato il belga a caricarsi la squadra sulle spalle, cercando di fare il meglio possibile. Già, il meglio possibile, perché quest'anno allo United le cose non vanno benissimo. Settimi in campionato e già fuori dalla FA Cup, con una semifinale di Capital One Cup persa in maniera beffarda. Januzaj ha giocato quella partita, sbagliando anche uno dei quattro rigori non messi a segno dai suoi. Una sola realizzazione su cinque dagli undici metri basterebbe da sola a far capire quanto questa stagione sia nera per i Red Devils. Ovviamente il povero Adnan, nonostante ce la metta tutta, non può fare miracoli, ma rimane, comunque, una delle poche note positive in questa annata negativa del Manchester United.
Nero, giallo e rosso. Tre colori a cui Januzaj sembra essere davvero legato: rosso come lo United, nero come questa brutta stagione. Ma il giallo? Il giallo è l'oro, i trofei. I tanti trofei che Adnan spera di riuscire a vincere con questa squadra. Magari anche con la Nazionale. Certo, prima bisogna sceglierla. Belgio e Albania aspettano, ma con la possibilità di giocare per i Three Lions tra qualche anno, la tentazione di aspettare c'è, eccome. Intanto il ragazzo di Bruxelles deve solo pensare a giocare come sa e confermare le belle cose espresse in questi primi mesi di professionismo. Il resto arriverà dopo, sperando solo che il peso del pianoforte lo lasci ad altri, perché lui ha tutte le carte in regola per poterlo suonare. E anche molto, molto bene.


martedì 14 gennaio 2014

Quel pallone sempre meno d'oro

Nel 1956 venne ideato un premio dalla rivista France Football per indicare il giocatore che più si era distinto nell'anno solare. Così è stato (più o meno) fino al 2009, quando le grandi menti della FIFA hanno deciso di unire il Pallone d'oro con il FIFA World Player, creando il Pallone d'oro FIFA. Risultato: una sudditanza verso Lionel Messi. Le differenze: prima votavano solo i giornalisti, ora anche i calciatori. Dati alla mano, ci ritroviamo con Cesare Prandelli e Gianluigi Buffon che hanno nominato Andrea Pirlo miglior giocatore del 2013. Ovvio, sono scelte personali, sia chiaro, ma un po' di parte sembrano.
"Per 50 anni questo premio ha tenuto conto di quello che è stato vinto sul campo. Ora invece si basa sulle prestazioni complessive dei giocatori ed è un problema, anche se Ronaldo è un grande Pallone d'Oro. Qualcosa è cambiato da quando il premio è sotto l'egida della FIFA". Queste sono le parole di Michel Platini, presidente UEFA, in merito al "nuovo" formato per l'assegnazione del Pallone d'oro. Io non voglio stare qui a polemizzare, perché avrei troppo da dire, ma lascio parlare i dati. 

Votazione giornalisti: 
Frank Ribery 523 voti
Cristiano Ronaldo 399 voti
Lionel Messi 365 voti

Votazione giornalisti + allenatori e capitani:
Cristiano Ronaldo 1365
Lionel Messi 1205
Frank Ribery 1127

Per carità, Cristiano Ronaldo è stato devastante l'anno scorso, ma cosa ha vinto? Il titolo di capocannoniere della Champions League, e basta. Messi ha saltato tante partite per infortunio nell'ultima parte dell'anno, risultando tra l'altro neanche troppo incisivo nella prima parte. E Ribery? E Ribery se lo meritava, senza se e senza ma, perché è stato un assoluto protagonista nell'anno d'oro del Bayern Monaco. 
Quindi, ora, io dico: cari allenatori e capitani, tornate ad allenare e a giocare, che alle votazioni per eleggere i migliori ci pensano i giornalisti, che forse ne capiscono un po' più di voi. 
In ogni caso, complimenti a Cristiano Ronaldo. Ma Messi secondo non lo digerisco proprio. Sembra quasi un insulto. E lo sapete perché? Perché se Ronaldo non avesse fatto quella tripletta contro la Svezia, molto probabilmente l'argentino avrebbe vinto il premio per la quarta volta consecutiva, aggiungendolo al Pallone d'oro del 2009, per un totale di cinque affermazioni di fila. Dunque, vedete voi se è giusta una cosa del genere.
Per la cronaca, Cristiano Ronaldo diventa il primo portoghese a vincere due volte il premio, staccando Eusébio e Figo. Ancora complimenti al numero 7 del Real Madrid, senza dubbio un grandissimo giocatore che ha dimostrato tutto il suo valore e la sua concretezza nel 2013, ma un anno così Ribery non lo farà mai più. Semplicemente perché è stato quasi perfetto. Unica consolazione per il francese, il fatto di aver vinto il UEFA Best Player in Europe Award, un premio che incarna i veri principi del Pallone d'oro, contando però la stagione e non l'anno.
Ci vediamo l'anno prossimo, sperando di non vedere più queste brutte sorprese, come Messi secondo.


lunedì 13 gennaio 2014

Stand up



Ieri sera stavo ascoltando l'album "Stand Up" dei Jethro Tull. Come tutti saprete, "stand up" vuole dire alzarsi, ma c'è anche un altro significato: "stand-up comedy" è un termine che viene usato per indicare i cabarettisti. Ecco, ora abbiamo due strade: alzarsi ed essere presi in giro. Stavo ascoltando quell'album e posso assicurarvi che era la più perfetta sintesi di Sassuolo-Milan. Da una parte una squadra che si è alzata, dall'altra una che è stata letteralmente presa in giro.
New Day Yesterday: è la traccia numero uno dell'album. Ieri è stato un nuovo giorno, per certi versi. O forse no, perché se è vero che il Sassuolo ha vinto con una grande rimonta, è anche vero che non stupisce più di tanto aver visto il Milan perdere in questo modo e contro i Neroverdi. Quindi no, non è stato un nuovo giorno ieri. E, anzi, mi permetto di cambiare le parole del testo: "It was a new day yesterday, but it's an old day now", lo facciamo diventare "It was an old day yesterday, but it's a new day now". Ovviamente oggi è un giorno nuovo, perché è stato esonerato Massimiliano Allegri. Ovvio, non una sorpresa, c'era solo da capire il quando, cioè oggi. "It's a new day now".
Back to Family: quarto brano dell'album. E' la sfida del Milan: Clarence Seedorf. L'olandese potrebbe tornare ai Rossoneri, ma da allenatore. "I think I enjoyed all my problems, where I did not get nothing for free.Oh, I'm going back to the family". Appunto, tornare alla famiglia. Sarà una scommessa: sia per il Milan che per lo stesso Seedorf. Siamo sicuri che un ritorno in famiglia, adesso, possa far bene?
Nothing is Easy: sesto brano. Il titolo dice già, di per sé, tutto. "Just try hard and see why they're not worrying me" questa invece è la frase che più rappresenta Allegri: lui ci ha provato, non importandosene troppo degli altri ed è per questo che se ne va a testa alta. A Seedorf, o a chiunque arrivi, lascio il titolo: nulla è facile, figuriamoci allenare questo Milan.
Passiamo alla partita ora. La riassumo in due parole: Domenico Berardi. Quattro gol al Milan per dimostrare di non essere un semplice predestinato e per centrare i gol numero 8, 9, 10, 11 in sole 14 presenze di Serie A. Per il resto è il solito Milan. Robinho e Balotelli avevano illuso tutti, ma poi l'uragano Berardi si è abbattuto sulla squadra di Allegri, mandandolo alla deriva. 
Il Sassuolo si è alzato, il Milan è stato ridicolizzato. Ancora una volta.



martedì 7 gennaio 2014

Morte e rinascita del Submarino Amarillo


La storia la fa chi vince. O almeno così è nella maggior parte dei casi. Ad esempio, nel 1974 l'Olanda ha perso il Mondiale, ma ha sicuramente scritto una delle pagine più belle e significative della storia del calcio. Gli olandesi si sono arresi all'atto conclusivo anche quattro anni dopo, nel 1978 contro l'Argentina. Era il 25 giugno, si giocava al mitico Monumental di Buenos Aires e la partita finì 3-1: una doppietta di Mario Kempes decise l'incontro. Il giorno prima, il 24 giugno, era nato a San Fernando, una città nella provincia di Buenos Aires, Juan Roman Riquelme. Forte, per carità; di certo non uno di quei giocatori che hanno cambiato il calcio, ma forte. Palmarès un po' povero a dir la verità, però una semifinale di Champions League la ha giocata anche lui. Era il 2006 e toccava a lui adesso scrivere la storia. La partita è Villareal-Arsenal del 25 aprile, semifinale di ritorno di Champions. All'andata era finita 1-0 per i Gunners. Il Villareal, però, era praticamente un miracolo sportivo: Villareal è una città della comunità valenciana e la cosa bella è che ha solo 50000 abitanti. Non bastano nemmeno per riempire i maggiori stadi di Europa, ma erano riusciti a spingere una squadra sino alla semifinale della coppa per club più importante al mondo.
Ora torniamo indietro. È il 1967, il Villareal milita nella Divisione Regionale ed è una delle tante squadre delle tante serie del calcio spagnolo. Una squadra di provincia, insomma. Quell'anno arriva la promozione nella Terza Divisione spagnola e viene festeggiata con Yellow Submarine, la famosissima canzone dei Beatles, cantata però dai Los Mustang un gruppo spagnolo sempre degli anni '60. Da allora la squadra viene chiamata Sottomarino Giallo, Submarino Amarillo in spagnolo. Dal '67 sino alle fine del millennio, il Villareal però stenta e non riesce ad ingranare la marcia e continua ad oscillare tra la Seconda e la Terza Divisione. Nel 1998/99 disputa la prima stagione tra i grandi, ma viene subito rispedito al mittente. Non si perdono d'animo ed ottengono subito la seconda promozione nel 2000, restando nella Liga fino al 2012, anno della drammatica retrocessione. Dalla Champions alla Seconda Divisione il passo è breve. Già, la Champions, ve la ricordate?
Andiamo avanti con la storia. Con la storia di quella semifinale, ovviamente. La partita di ritorno stava per concludersi 0-0, qualificando così l'Arsenal alla loro prima, storica finale. Dall'altra parte, però, il Sottomarino non si arrende e a pochi minuti dalla fine si guadagna un calcio di rigore. Sul dischetto va Riquelme. Il Madrigal può contenere circa 34000 posti, meno dei cittadini di Villareal, ma sono sicuro che in quel momento tutti gli abitanti erano con la mente dentro lo stadio. L'argentino parte, prende la rincorsa: il tiro non è un granché, apre il piattone senza la necessaria sicurezza, quasi come se quello che stesse battendo fosse una preghiera, più che un calcio di rigore. La palla va verso destra, Lehmann, il portiere dell'Arsenal, verso la sua sinistra: detto in parole povere, azzecca l'angolo giusto. Para il tiro e lì finisce, di fatto, la partita. 0-0 che manda i Gunners avanti e lascia la squadra di Pellegrini con l'amaro in bocca. Me le sono immaginate quelle 50000 persone: certo che saranno tristi, ma penso anche molto orgogliose, perché ripeto, Londra ha più di 8 milioni di abitanti, Villareal no. C'è eccome una differenza! Ed è per questo che il Villareal è stato simpatico a tutti, perché è sempre bello vedere Davide contro Golia.
Già, Davide contro Golia. Quando si parla di calcio spagnolo ci sono sempre due Golia: Real Madrid e Barcellona. Tutti si sono sempre sottomessi allo straordinaria supremazia delle due big, ma il Villareal no, anzi è pure riuscita a mettersi in mezzo. Nella stagione 2007/2008 il Sottomarino Giallo è arrivato secondo alle spalle del Real, otto lunghezze avanti, ma staccando di ben dieci punti i catalani, terzi. Una grande prova di forza e maturità, che ha fatto sperare nella nascita di una degna rivale ai due squadroni. Poi è arrivato Guardiola e la musica è cambiata. 


Nel 2011 arriva un'altra qualificazione alla Champions. Il gruppo è di quelli tosti: Bayern Monaco, Manchester City e Napoli. La fine è indegna: sei sconfitte, due gol fatti e quattordici subiti. È l'inizio di una stagione che segnerà la fine di uno dei veri miracoli calcistici degli ultimi tempi. La squadra si gioca la salvezza fino all'ultimo, ma alla fine deve arrendersi e arriva diciottesima. Con la retrocessione se ne vanno via alcuni dei giocatori più importanti, facendo temere un tracollo che avrebbe portato il Submarino ad una completa disfatta. Invece no. Pronti via e si parte male, certo, ma poi inizia tutto a girare bene e la Seconda Divisione si termina in seconda posizione. Un solo anno di purgatorio, poi subito verso la rinascita. La classifica della Liga ora dice: Barcellona 49, Atletico Madrid 49, Real Madrid 44, Athletic Bilbao 33, Real Sociedad 32, Villareal 31. Ora ci sono i cugini del Real a dar fastidio ai due mostri, ma il Villareal è lì, a soli due punti dalla Champions League. Non male per una neopromossa. Ma dopo oltre un decennio nella Liga e notti come quella del 25 aprile 2006, la Champions League non deve più essere un miraggio, anzi, deve essere l'obiettivo primario. Sperando che la prossima volta, al posto di Riquelme, ci sia qualcun altro. 
E per chiudere il discorso, alla fine il Villareal non ha vinto nulla, ma ha scritto una entusiasmante pagina del calcio spagnolo ed europeo.
We all live in a yellow submarine!


domenica 5 gennaio 2014

La Perla nera del Mozambico

José Carlos Bauer è stato un giocatore brasiliano di chiare origini svizzere. Ha raccolto 29 presenze con la Nazionale Brasiliana, ma è al San Paolo che ha legato la sua carriera: undici anni dal 1945 al 1956 e oltre 400 partite. Poco dopo il suo addio al Tricolor, sulla panchina della gloriosa squadra brasiliana arriva Béla Guttmann, allenatore ungherese con una carriera calcistica di quarantanni alle spalle. Probabilmente è qui che i due si conoscono: infatti Guttmann, prima di sedersi ufficialmente sulla panchina del San Paolo, l'anno prima aveva fatto una tournée in Brasile con la mitica Honvéd, anticipando la sua esportazione del 4-2-4. I brasiliani nel 1958 ne fecero buon uso; Pelé, Garrincha, Didi e Vavà fecero il resto: era il quadrato magico del Brasile campione del mondo del 1958 e tutto si doveva al grande Béla. Torniamo però al nostro amico José e alla sua conoscenza con Guttmann. I due erano entrambi degli ex centromediani metodisti, un ruolo che ormai non esiste più, ma che a quei tempi era parte integrante del gioco del pallone. Forse Béla ha provato anche a dare qualche consiglio a Bauer, fatto sta che ormai gli anni erano 33 e il brasiliano decise di appendere gli scarpini al chiodo e di iniziare la carriera di allenatore. 

Nulla, non succede nulla. La sua carriera è ben distante da quella dell'amico ungherese. I due comunque rimangono in contatto e nel 1960 Bauer va a fare una tournée in Mozambico con il Ferroviaria. Qui mette gli occhi su quello che sarebbe stato il dominatore del calcio portoghese per i successivi quindici anni. Lo segnala a Béla, che intanto era passato al Benfica, e l'affare si conclude. Eusébio da Silva Ferreira diventa un calciatore di Béla Guttmann ed è qui che nasce la leggenda. È qui che inizia la storia.
Eusébio nasce il 25 gennaio 1942 a Lourenço Marques, la capitale del Mozambico, che allora era ancora una colonia portoghese. Dopo l'indipendenza la città cambiò nome e diventò Maputo, com'è conosciuta tutt'oggi. Inizia a giocare già a 15 anni nella squadra della sua città: si vedeva già che era destinato ad andarsene da lì, era troppo forte per gli altri. I numeri parlano per lui: 42 partite, 77 gol. Non c'era storia, doveva provare il calcio europeo. A 18 anni arriva il calcio europeo grazie al Benfica, grazie a Bauer che l'ha scoperto, grazie a Guttmann che ha creduto in lui. Nel 1961 un autentico uragano si abbatte sul Vecchio Continente e non risparmia nessuno. In quell'anno il Benfica è campione in carica del Portogallo e ha quindi diritto a partecipare alla Coppa Campioni. Le energie vengono concentrate tutte lì e forse è per questo che gli uomini di Guttmann arrivano solo terzi in campionato. Poco importa. Vincono la Taça de Portugal e arrivano in finale di Coppa Campioni dopo aver fatto fuori Austria Vienna, Norimberga e Tottenham. Dall'altra parte c'era il Real Madrid, a cui proprio i lusitani avevano rubato lo scettro di regina d'Europa l'anno prima, interrompendo l'egemonia lunga cinque anni degli spagnoli. Quindi non era una semplice finale, era campioni contro campioni. Gli unici fino ad allora ad aver scritto il loro nome nell'albo d'oro della manifestazione. 
È il 2 maggio 1962, si gioca allo Stadio Olimpico di Amsterdam e si gioca un derby tutto iberico: undici portoghesi per il Benfica, otto spagnoli più tre naturalizzati per il Real, che ha anche l'allenatore spagnolo. I lusitani invece no, perché loro hanno Guttmann, che è ungherese, nato a Budapest. Proprio come uno dei tre naturalizzati nelle file del grande Real. Parlo, ovviamente, di Ferenc Puskas, che forse viene esaltato dal fatto di giocare contro un allenatore del suo stesso paese, della sua stessa città, e ne mette dentro tre in 21', quasi a voler dire al vecchio Béla che i migliori sono in Ungheria, senza bisogno di andarsene in giro per il mondo. Il primo tempo finisce 3-2 per gli uomini di Munoz e gli spagnoli già festeggiano. Non avevano fatti i conti con Eusébio però. Ci mette anche lui una ventina di minuti: al 51' pareggia Coluna, poi dal 65' al 68' sale in cattedra la Perla nera. Uno-due micidiale che spezza le gambe al Real e porta il Benfica sul 5-3. Inutile dire che la partita finisce lì, perché quel Benfica era davvero di un'altra categoria. Il Grande Real delle cinque Coppe era finito, i giocatori erano vecchi ormai. Ok, è vero, però avrebbero messo in cassaforte altre quattro vittorie in Europa. Il Benfica invece? Loro no e la colpa è proprio di chi li ha resi grandi, quel Béla Guttmann che lanciò la maledizione secondo cui il Benfica non avrebbe più vinto la Coppa Campioni e nessuna squadra portoghese avrebbe vinto due volte Coppa. Il Porto ha vinto due volte, anche se non consecutive, ma il povero Benfica ha fatto in tempo a perdere cinque volte in finale. L'ultima volta nel 1990: il grande Eusébio prima della finale contro il Milan prega sulla tomba del suo grande mentore Guttmann. Non c'è niente da fare però. Quel Milan era anche più forte del Benfica che umiliò il Grande Real: 1-0 Rijkaard, senza storie.

Eusébio, Guttmann e Coluna

La storia di Eusébio, però, va avanti, non si ferma a quel 2 maggio 1962. L'anno dopo, infatti, il Benfica è ancora in finale di Coppa Campioni. Davanti c'è il Milan di Nereo Rocco e sulla panchina dei portoghesi non c'è più Guttmann. Eusébio però non si fa intimorire da nessuno e fa quello che gli riesce meglio: segnare. Poi però sale in cattedra José Altafini che con una doppietta manda il Diavolo in Paradiso e inizia a far capire che la maledizione di Guttmann è qualcosa di concreto.
Due anni dopo tutti iniziano a capire che qualcosa di maledetto deve esserci. A San Siro è l'Inter a bissare il successo dell'anno prima e ad aggiudicarsi la Coppa Campioni del 1965.
La beffa più grande, però, rimane quella del 1968. Ancora a Wembley, dove avevano perso con il Milan. Sulla strada verso la terza Coppa c'è il temibile Manchester United di George Best e Bobby Charlton. È proprio il campione del mondo inglese a siglare l'1-0. Graça pareggia a 10' dalla fine e poi... e poi succede l'impensabile. A poco dalla fine Eusébio si trova in area contro il portiere Stepney marcato da due difensori, spara una cannonata delle sue da posizione ravvicinata, ma la palla non entra, rimane salda tra le braccia del portiere inglese. Il portoghese reagisce in maniera più che sportiva, applaudendo alla parata di Stepney, che intanto aveva mandato via il pallone in avanti. Eusébio, invece, aveva mandato via la possibilità di rivincere la Coppa. Ai tempi supplementari gioca solo lo United, che in 3' ne mette dentro tre, con le firme di Best, Kidd e ancora Charlton. Sarebbe stata l'ultima occasione di Eusébio per vincere la Coppa Campioni.
Torniamo indietro di due anni adesso. La location è sempre la stessa, ma stavolta si giocano i Mondiali di calcio. Eusébio è semplicemente magnifico, superbo durante quei venti giorni. Ne mette dentro due al Brasile campione nella fase a gironi, vince da solo ai quarti contro la Corea del Nord che si era incredibilmente trovata avanti 3-0: quattro gol e un assist ed è 5-3 Portogallo. In semifinale trova l'Inghilterra e Bobby Charlton. Il futuro Pallone d'oro di quell'anno sigla una doppietta anche in quell'occasione, ma il portoghese non sta a guardare e segna il primo gol alla difesa inglese dopo quattro partite al mondiale. Finisce 2-1 per l'Inghilterra che va in finale. La finalina contro l'URSS la gioca, la vince e segna ancora: sono 9 gol, è il titolo di capocannoniere. Però arriva terzo e un vincente come lui non se ne fa niente del terzo posto. Piange, come forse è anche giusto che sia. La sua nazione non arriverà mai più a un traguardo così alto, neanche negli anni recenti con Figo prima e Cristiano Ronaldo poi.

Eusébio dopo la semifinale del 1966

Lui non si perde d'animo però e continua a vincere campionati e coppe in Portogallo. Alla fine saranno 11 titoli portoghesi e 5 Coppe di Portogallo. Nel 1975 decide di migrare in America, tra nord e sud. Vincerà anche qui un campionato, poi nel 1979 si ritira. A 37 anni e dopo oltre 20 anni di carriera. I numeri non bastano per rendere il degno omaggio a questo campione, ma io ve li dico lo stesso: con i club sono 585 gol in 571 partite, solo con il Benfica 473 reti in 440 apparizioni, con la Nazionale 41 centri in 64 presenze. Ovviamente, con tutti questi gol, sono arrivati anche tanti titoli di capocannoniere: oltre a quello del Mondiale del 1966, anche sette volte quello del campionato portoghese e tre volte quello della Coppa Campioni. I 42 gol nel 1967/68 e i 40 nel 1972/73 gli sono valsi due Scarpe d'oro. Nel 1970 e nel 1973 è stato eletto calciatore portoghese dell'anno, mentre nel 1965 è stata tutta l'Europa a rendergli omaggio, consegnandogli il Pallone d'oro. Pelé lo ha incluso nel FIFA 100, la IFFHS lo colloca al 9° posto tra tutti i più grandi del XX secolo. Al decimo posto c'è il suo amico/nemico Bobby Charlton, all'ottavo Garrincha, ve lo ricordate? Uno dei componenti del quadrato magico importato da Béla Guttmann, il grande mentore della Perla nera. 
Eusébio è stato semplicemente il più grande calciatore portoghese della storia. Si è messo sulle spalle il Benfica e il Portogallo e li ha resi grandi a suon di gol, tanti gol. Eusébio per me significa molto, era uno dei più grandi della storia del football. Mi dispiace dire che se ne sia andato, ma prima o poi tocca a tutti. 
Ciao Eusébio, non sarai mai dimenticato!



sabato 14 dicembre 2013

Fate correre quella maledetta palla!



"Fate correre quella palla! Fate correre quella maledetta palla!", diceva Arpad Weisz, straordinario allenatore ungherese degli anni '30. 
Oggi, comunque, non voglio parlare della triste vita di questo grande manager, voglio semplicemente soffermarmi su quelle cinque parole, quelle cinque pesantissime parole. No, non c'entra niente neanche la tattica. Il mio punto è un altro: siamo sicuri che questa palla, questa maledetta palla, venga fatta ancora correre su un campo? Siamo sicuri che non la si faccia correre su altri binari?
Sapete, ultimamente il calcio mi sta annoiando, e lo dico seriamente. Penso che stia diventando un qualcosa di invivibile, almeno per me che vivo di calcio. Martedì sera, durante la partita tra Galatasaray e Juventus, ho visto uno sport ridotto allo stremo, comandato tramite dei fili da burattinai che dovrebbero stare fuori da queste faccende. Martedì sera, quando la Turk Telekom Arena di Istambul veniva ricoperta di neve, quando si iniziava a parlare di un possibile rinvio, ho seriamente capito che ormai il binario che quella palla seguiva non era un più un campo da calcio, ma era un binario fatto di diritti televisivi, sponsor e altre storie inventate da uomini in giacca e cravatta. La realtà è che il calcio non è questo. Il calcio non è una partita rinviata per un po' di neve. Quella partita sarebbe dovuta continuare, non doveva essere sospesa. Quella partita non doveva essere giocata il giorno dopo ad un orario improponibile. Quella partita, e tutto quello che ne è seguito sui media e sui social network, mi ha fatto capire che questo calcio non mi appartiene. Questo non è calcio, questo è solo uno sporco business contornato da gente ignorante. Ahimè, ho a che fare con la gente ignorante ogni giorno. E giorno dopo giorno, inizio davvero a pensare se qualcuno è ancora in grado di parlare di calcio.
Quello che ho scritto sono cose ripetitive, lo so. Le avrò già dette, lo so. Ma io sono davvero rimasto senza parole quando ho visto quella partita rinviata. In fondo, io, voglio semplicemente veder correre quella maledetta palla. Non importa che sia su un campo perfetto o in un campo dell'Africa centrale; a me interessa vedere una partita di calcio, con 22 giocatori in campo che danno il massimo per la loro squadra e che si ritengono fortunati ad aver realizzato il loro sogno.
L'immagine sopra è di una partita tra Arsenal e Manchester United del 1926, finita 3-2, che è stata giocata comunque nonostante la neve. Era il 1926 e il caro Arpad terminava la sua carriera da calciatore, per iniziare quella da allenatore e sono sicuro che una delle prime cose disse fu: fate correre quella palla! La sua Inter e il suo Bologna fecero correre quella palla; il resto è storia. Perché dobbiamo rovinare tutto?


venerdì 29 novembre 2013

Capocannonieri della Coppa Campioni (1964-1969)

Vladica Kovačević: 7 gol nel 1963/64 con la maglia del Partizan Belgrado. Nel primo turno segna due gol all'Anothosis all'andata e uno al ritorno. Agli ottavi ne segna quattro in casa contro il Jeunesse Esch. Nei quarti viene eliminato dall'Inter futuro campione.












Sandro Mazzola: 7 gol nel 1963/64 con la maglia dell'Inter. Agli ottavi segna due gol in casa del Monaco. Ai quarti ne segna un altro in casa del Partizan. In semifinale segna sia in casa che fuori contro il Borussia Dortmund. Nella finale contro il Real Madrid è il vero eroe, siglando la doppietta decisiva nel 3.1 finale e permettendo all'Inter di diventare campione d'Europa.











Ferenc Puskas: 7 gol nel 1963/64 con la maglia del Real Madrid. Nel primo turno segna un gol in casa dei Rangers, siglando una tripletta al ritorno. Segna ancora agli ottavi in casa contro la Dinamo Bucarest. Nei quarti contro il Milan segna nuovamente in casa. Ancora in gol in Spagna contro lo Zurigo. In finale perde contro l'Inter.












José Augusto Torres: 9 gol nel 1964/65 con la maglia del Benfica. Nel primo turno ne segna quattro in casa dell'Aris, andando in gol anche al ritorno. Negli ottavi segna un gol in casa del Chaux-de-Fonds, segnando anche al ritorno. In semifinale fa una doppietta in casa al Vasas. Perde in finale contro l'Inter.










Eusébio: 9 gol nel 1964/65 con la maglia del Benfica. Nel primo turno segna in casa dell'Aris, siglando una doppietta al ritorno. Negli ottavi segna in casa con il Chaux-de-Fonds. Nei quarti segna una doppietta in casa con il Real Madrid, timbrando il cartellino anche al ritorno. In semifinale fa una doppietta in casa al Vasas. Perde in finale contro l'Inter.

Eusébio: 7 gol nel 1965/66 con la maglia del Benfica. Nel primo turno ne segna quattro in casa contro lo Stade Dudelange. Agli ottavi sigla una doppietta in casa del Levski Sofia, andando a segno anche al ritorno. Ai quarti si arrende al Manchester United.





Florian Albert: 7 gol nel 1965/66 con la maglia del Ferencváros. Segna un gol in casa del Keflavik al primo turno, mentre al ritorno ne segna addirittura cinque. Agli ottavi segna in casa del Panathinaikos. Ai quarti viene eliminato dall'Inter.










Paul van Himst: 6 gol nel 1966/67 con la maglia dell'Anderlecht. Segna solo nel primo turno: prima cinque in casa dell'Haka e poi uno al ritorno. Agli ottavi viene eliminato dal Dukla Praga.













Eusébio: 6 gol nel 1967/68 con la maglia del Benfica. Nel primo turno segna un gol importantissimo in casa del Glentoran. Agli ottavi segna contro il Saint-Ètienne in casa. Ai quarti mette a segno una doppietta in casa contro il Vasas. In semifinale ne segna uno in casa e uno fuori contro la Juventus. In finale si arrende al Manchester United.










Denis Law: 9 gol nel 1968/69 con la maglia del Manchester United. Nel primo turno segna una tripletta all'andata e una quaterna al ritorno contro il Waterford United. Agli ottavi mette a segno una doppietta in casa contro l'Anderlecht. In semifinale viene eliminato dal Milan futuro campione.









Riassunto delle edizioni: Nel 1964 e nel 1965, l'Inter continua il ciclo italiano avviato dal Milan la stagione precedente. Grazie a giocatori come Mazzola, Corso, Jair, la squadra di Herrera porta a casa due volte la Coppa, facendo fuori squadre come Real Madrid e Benfica. Nel 1966 è proprio il Real a tornare campione, non sapendo che avrebbe dovuto poi attendere altri 32 anni per tornare campione. Nel 1967 e nel 1968 sono due britanniche a spezzare questo dominio mediterraneo: prima ci pensa il Celtic con una squadra composta da giocatori provenienti dalle zone limitrofe a Glasgow e con in panchina Jock Stein, poi è il turno del Manchester United, che grazie a Best, Law e Charlton, guidati dal mitico Sir Matt Busby, spazza via il Benfica. Sei anni dopo il primo trionfo, è ancora il Milan ad aggiudicarsi la coppa nel 1969, raggiungendo l'Inter a quota a due. Protagonista assoluto Pierino Prati, che segna l'ultima tripletta in finale a tutt'oggi. Quell'anno viene strapazzato l'Ajax, ma nel giro di qualche mese le cose sarebbero cambiate.

Squadra simbolo: Inter; tra il 1963 e il 1965 la squadra di Herrera è stata senza dubbio la migliore d'Europa, potendo contare su giocatori come Mazzola, Suarez, Jair, Corso. Grazie alle ottime strategie del tecnico argentino, l'Inter vinse due Coppa Campioni consecutive, scrivendo il suo nome nel libro della storia.

Giocatore simbolo: George Best; non me ne voglia Eusébio (forte di due finali perse e di tre titoli di capocannoniere), ma gli anni '60 sono stati quelli della rivoluzione e chi meglio del Quinto Beatle può essere il simbolo di quella generazione? Venuto fuori a soli 17 anni nel 1963, pian piano si dimostra un giocatore fantastico. La consacrazione arriva proprio contro in casa del Benfica di Eusebio: una doppietta di Best aiuta lo United a sbancare il da Luz, dove i lusitani non avevano mai perso, 5-1. Due anni più tardi arriva la conferma definitiva. Ancora il Benfica sulla sua strada, ma stavolta si gioca la finale. A Wembley sigla il 2-1. Charlton e Kidd fanno il resto. United campione, Best Pallone d'oro a fine anno. Continuerà su questi livelli ancora per un annetto, poi si perderà e delle sue notti europee resterà solo un triste ricordo.

Albo d'oro: 
1963/64: Inter-Real Madrid 3-1 (Mazzola 43' e 76', Milani 62'; Felo '69); 27 maggio 1964 Praterstadion, Vienna;

1964/65: Inter-Benfica 1-0 (Jair 42'); 27 maggio 1965 San Siro, Milano

1965/66: Real Madrid-Partizan Belgrado 2-1 (Amancio 70', Serena 76'; Vasovic 55'); 11 maggio 1996 Heysel, Brussels 

1966/67: Celtic-Inter 2-1 (Gemmell 63', Chalmers 84'; Mazzola 7' rig); 25 maggio 1967 Stadio Nazionale di Jamor, Lisbona

1967/68: Manchester United-Benfica 4-1 (Charlton 55' e 100', Best 97', Kidd 98'; Graça 80'); 29 maggio 1968 Wembley, Londra

1968/69: Milan-Ajax 4-1 (Prati 7', 40' e 75', Sormani 67'; Vasovic 60' rig); 28 maggio 1969 Santiago Bernabéu, Madrid

mercoledì 20 novembre 2013

Ronaldo in, Ibra out

Russia, Israele, Azerbaigian, Irlanda del Nord e Lussemburgo. Alzi la mano chi, a vedere questi nomi accostati a quelli del Portogallo, ha pensato anche solo per un istante che i lusitani non avrebbero concluso davanti a tutti. Penso nessuno. Il girone di qualificazione, però, l'ha vinto la Russia, precedendo di un solo punto il Portogallo, che è stato dunque costretto a giocarsi i play-off.  Dall'urna è uscito il nome della Svezia: di nuovo Ronaldo contro Ibra, come in Manchester United-Inter, Real Madrid-Barcellona, Real Madrid-Milan. Altra sfida: alzi la mano chi ha pensato che non sarebbero stati loro due a decidere questo scontro. Qui proprio nessuno la alza, vero?
Ora veniamo alla partita. Anzi, alle partite. L'andata, giocata all'Estadio da Luz di Lisbona, l'ha vinta il Portogallo. Cross di Veloso e testa, neanche a dirlo, di Cristiano Ronaldo. 1-0 e ci vediamo a Solna. Quattro giorni dopo si gioca il ritorno in terra svedese. Prima della partita Ibra ne spara una grossa affermando che "Solo Dio sa come finirà questa partita", proseguendo con un "Ce l'hai davanti". Eh, il solito Zlatan! Solito, certo: tante parole, ma anche tanti fatti. Due gol in 4' e Svezia avanti 2-1, con un solo gol a separarla dal Brasile. Poi, però, risale in cattedra Ronaldo, che fa anche meglio: due gol in pochi secondi. Svezia-Portogallo 2-3. L'altra rete, tanto per cambiare, l'ha messa dentro l'asso del Real Madrid. Sono 47 con la maglia della sua Nazionale. Agganciato Pauleta, che dovrà presto dire addio al record.
Ora torniamo indietro e pensiamo che quel Israele-Portogallo sia terminato 1-0 e non 1-1. Aggiungiamo due punti ai lusitani e portiamoli a 23, contro i 22 della Russia. Ecco, Ronaldo in Brasile e Russia agli spareggi. I russi pescano sempre la Svezia. Io non faccio il veggente, ma ripeto il giochino: alzi la mano chi pensa che la Svezia non possa battere la Russia. Bene. Ora vi pongo una domanda: meglio vedere Kerzhakov o Ibra al Mondiale?
Io la mia risposta ce l'ho. Voi avrete, sicuramente, la vostra. Non sono un veggente, ripeto, ma penso che le risposte siano uguali.
Ora torniamo a noi, ad ora, al Pallone d'oro. È vero, Cristiano Ronaldo ha mandato (quasi) da solo la sua Nazionale in Brasile, ma se avesse iniziato già durante il girone ad essere così decisivo? Se avesse fatto vincere già contro Israele e l'Irlanda del Nord il suo Portogallo? È indubbiamente stato decisivo, ma non poteva esserlo anche prima? Certo che poteva ed è proprio per questo che mi arrabbio; perché a quest'ora il Portogallo avrebbe potuto vincere il girone facilmente; perché a quest'ora ci sarebbe stato Svezia-Russia e non Svezia-Portogallo; perché a quest'ora, ne sono sicuro, ci sarebbe la Svezia ai Mondiali al posto della Russia; perché io, e penso anche voi, preferisco Ibra a Kerzhakov. In fondo, io, penso che abbia ragione Zlatan Ibrahimovic: che Mondiale sarà senza un personaggio del genere? Solo Dio lo sa, vero Ibra?


lunedì 18 novembre 2013

Capocannonieri della Coppa Campioni (1960-1963)

Ferenc Puskas: 12 gol nel 1959/60 con la maglia del Real Madrid. L'ungherese inizia forte, segnando una tripletta agli ottavi contro il Jeunesse Esch, timbrando una volta il cartellino anche nel ritorno. Nei quarti segna un gol contro il Nizza nella gara di ritorno in Spagna. In semifinale, nel derby contro il Barcellona, segna una volta in casa, per poi siglare una doppietta anche al Camp Nou. Con il titolo di capocannoniere già in tasca, nella finale contro l'Eintracht Francoforte, mette a segno una quaterna: record dei record, mai più eguagliato.

José Aguas: 11 gol nel 1960/61 con la maglia del Benfica. I portoghesi interrompono l'egemonia del Real Madrid, e gran parte del merito va a questo giocatore: subito in gol nel turno preliminare in casa degli Hearts, seguito da una doppietta al ritorno. Agli ottavi fa due gol in casa contro l'Ujpest. Nei quarti sigla una doppietta contro l'AGF, ripetendosi al ritorno con un'altra marcatura in casa dei danesi. In semifinale segna sia in casa che fuori contro il Rapid Vienna. Nella finale iberica contro il Barcellona segna l'1-1: alla fine la sua squadra vincerà 3-2.


Justo Tejada: 7 gol nel 1961/62 con la maglia del Real Madrid. Nel primo turno segna due gol fuori casa contro il Vasas, seguiti da un gol al ritorno. Negli ottavi segna un gol in casa del Boldklubben. Ai quarti segna un gol alla Juventus nella terza partita, quella di spareggio dopo il doppio 1-0 delle partite "normali". In semifinale segna una doppietta allo Standard Liegi. Perderà la finale 5-3 contro il Benfica.





Heinz Strehl: 7 gol nel 1961/62 con la maglia del Norimberga. Inizia con una doppietta nei preliminari contro il Drumcondra, mentre al ritorno ne farà addirittura tre. Agli ottavi segna in casa del Fenerbahce. Viene eliminato dal Benfica ai quarti, pur vincendo la partita d'andata, in cui sigla il suo ultimo gol.






Bent Lofqvist: 7 gol nel 1961/62 con la maglia del Boldklubben. Segna tutti i gol nel primo turno: prima due in casa del Spora Luxemburg, a cui riserva, poi, una cinquina al ritorno. Sulla sua strada incontrerà il Real Madrid agli ottavi, che lo farà fuori facilmente.










Alfredo Di Stéfano: 7 gol nel 1961/62 con la maglia del Real Madrid. Nel ritorno dei preliminari segna una doppietta al Vasas. Agli ottavi, sempre al ritorno e sempre in casa, rifila una tripletta al Boldklubben. Ai quarti segna il gol vittoria in casa della Juventus. Segna il suo ultimo gol nella semifinale d'andata contro lo Standard Liegi. In finale perderà 5-3 contro il Benfica.
















Ferenc Puskas: 7 gol nel 1961/62 con la maglia del Real Madrid. A secco nel primo turno, sigla una doppietta agli ottavi contro il Boldklubben, rifilandogli un gol anche al ritorno. Rimane poi a secco fino alla semifinale di ritorno contro lo Standard Liegi. In finale si esalta e segna una tripletta, ma non basta: il Benfica vince 5-3. 



José Altafini: 14 gol nel 1962/63 con la maglia del Milan. Record per l'italo-brasiliano: nei preliminari ne rifila cinque all'Union Luxemburg, ripentendosi al ritorno con una tripletta. Ai quarti segna in casa del Galatasaray, aggiungendo un'altra tripletta al ritorno. In semifinale si ferma, ma per la finale è carico: è sua la doppietta che stende il Benfica, coronando il Milan campione d'Europa.






Riassunto delle edizioni: Le prime quattro edizioni degli anni '60 continuano a parlare iberico. Il Real Madrid completa la sua cinquina, con una finale da favola contro l'E. Francoforte, vinta per 7-3: Di Stéfano ne mette dentro tre, ma è Puskas l'eroe di giornata, grazie alla sua quaterna, che è ancora oggi nel libro dei record. Nel biennio successivo il Benfica riesce a spezzare il dominio dei Blancos, grazie ad una squadra dall'indubbio valore, a cui si aggiunge il mitico Béla Guttmann in panchina. Prima è il Barcellona ad arrendersi ad Aguas e compagni, l'anno dopo è il Real Madrid, che nulla può contro il fenomenale Eusébio. Nel 1963 la storia cambia e la Coppa (dopo sette anni) lascia la penisola iberica. Il Benfica prova a vincere la terza edizione di fila, ma Altafini e il Milan hanno altri programmi: Cesare Maldini alza la prima Coppa Campioni vinta da una squadra italiana.

Squadra simbolo: Benfica; grazie alle tre finali consecutive, i portoghesi di Béla Guttmann entrano di diritto nel libro del calcio. I protagonisti sul campo sono José Aguas, capitano dei due successi del 1961 e 1962, Mario Coluna, che erediterà la fascia, Cavém, José Augusto ed ovviamente Eusébio, giocatore chiave per la conquista del secondo titolo.





Giocatore simbolo: Ferenc Puskas; è vero che le primavere superavano ormai la trentina, ma l'ungherese continuava a stupire tutti. Bomber implacabile, si è portato a casa due titoli di capocannoniere (non sarebbero stati gli unici), segnando una quaterna e una tripletta, vincendo anche la Coppa nel 1960, dopo quella vinta l'anno prima.




Albo d'oro:
1959/1960: Real Madrid-Eintracht Francoforte 7-3 (Di Stéfano 27', 30' e 72', Puskas 45', 54', 60', e 70'; Kress 19', Stein 71' e 75'); 18 maggio 1960 Hampden Park, Glasgow;

1960/61: Benfica-Barcellona 3-2 (Aguas 30', Ramallets o.g. 30', Coluna 54'; Kocsis 20', Czibor 75'); 31 maggio 1961 Wankfdorstadion, Berna;

1961/62: Benfica-Real Madrid 5-3 (Aguas 25', Cavém 34', Coluna 51', Eusébio 65' e 68'; Puskas 17', 23' e 38'); 2 maggio 1962 Stadio Olimpico, Amsterdam;

1962/63: Milan-Benfica 2-1 (Altafini 58' e 70'; Eusébio 19); 22 maggio 1963 Wembley, Londra

domenica 17 novembre 2013

Capocannonieri della Coppa Campioni (1956-1959)

Milos Milutinovic: 8 reti nel 1955/56 con la maglia del Partizan Belgrado. Segnò due reti nella prima partita in assoluto contro lo Sporting Lisbona (ottavi) in casa dei portoghesi. In seguito rifilò una quaterna nella partita di ritorno e un'altra doppietta nell'andata dei quarti contro il Real Madrid, poi futuro campione.






Dennis Violet: 9 gol nel 1956/57 con la maglia del Manchester United. Segnò un gol in casa dell'Anderlecht e ben quattro nel ritorno all'Old Trafford (10-0) nel turno preliminare. Negli ottavi fece una doppietta al Borussia Dortmund in casa. Nei quarti segnò un gol sia in casa che in trasferta contro l'Athletic Bilbao. In semifinale incontrò il Real Madrid e venne eliminato dai futuri campioni.













Alfredo Di Stéfano: 10 gol nel 1957/58 con la maglia del Real Madrid. I Blancos vincono per la terza volta consecutiva e devono dire (ancora) grazie all'argentino: doppietta agli ottavi in casa del Royal Antwerp; quattro gol in casa nel derby contro il Siviglia ai quarti; tripletta in casa contro il Vasas in semifinale; e l'1-1 in finale contro il Milan. Finirà 3-2 per il Real Madrid.














Just Fontaine: 10 con nel 1958/59 con la maglia dello Stade de Reims. Pronti-via e arriva già una quaterna in casa dell'Ards nel turno preliminare, seguita da una doppietta al ritorno, in Francia. Agli ottavi arrivano altri due gol in casa dell'HPS Helsinki. Altra doppietta ai quarti in casa contro lo Standar Liegi. In semifinale rimane a secco e nella finale contro il Real Madrid (in una rivincita del 1956) sono ancora gli spagnoli ad uscire vincitori (2-0).




Riassunto delle edizioni:

Le quattro edizioni della Coppa Campioni svoltesi negli anni '50, hanno visto il Real Madrid C.F. scrivere la storia. La squadra spagnola, grazie a giocatori come Alfredo Di Stéfano, Raymond Kopa, Francisco Gento, Miguel Muñoz, Héctor Rial, riesce a far fuori qualsiasi avversario gli si presenti davanti. Nel 1956 e nel 1959 sono i francesi dello Stade de Reims ad arrendersi in finale, nel 1957 e nel 1958 è toccato alle italiane Fiorentina e Milan. 
Altra squadra in grande ascesa fu il Manchester United di Sir Matt Busby, semifinalista nel 1957 e nel 1958; purtroppo in quello stesso anno l'aereo che da Monaco di Baviera doveva riportare a casa la squadra, ebbe un incidente, causando la morte di otto giocatori.

Squadra simbolo: Real Madrid; ovviamente sono i Blancos la squadra simbolo degli anni '50. Gli artefici in panchina della supremazia delle Merengues, sono José Villalonga (1956 e 1957) e Luis Carniglia (1958 e 1959), anche se con una squadra così era davvero difficile sbagliare.

Giocatore simbolo: Alfredo Di Stéfano; l'attaccante di origine argentina era ormai sulla trentina, ma è stato lui l'anima del Real Madrid. Sempre presente nei momenti decisivi, come dimostrano le quattro reti in altrettante finali. E non sarebbero state le uniche... 







Albo d'oro:
1955/56: Real Madrid-Stade de Reims 4-3 (Di Stéfano 14', Rial 30' e 79', Marquitos 67'; Leblond 6', Templin 10', Hidalgo 62'); 13 giugno 1956 Parco dei Principi, Parigi;

1956/57: Real Madrid-Fiorentina 2-0 (Di Stéfano rig. 69', Gento 76'); 30 maggio 1957 Santiago Bernabéu, Madrid;

1957/58: Real Madrid-Milan 3-2 d.t.s. (Di Stéfano 74', Rial 79', Gento 107'; Schiaffino 59', Grillo 78'); 28 maggio 1958 Heysel, Bruxelles;

1958/59: Real Madrid-Stade de Reims 2-0 (Mateos 2', Di Stéfano 47'); 3 giugno 1959 Neckarstadion, Stoccarda

giovedì 14 novembre 2013

Io ci credo!


Non sono mai stato un amante del Ranking FIFA, né di quello UEFA, però vorrei partire proprio da un dato: l'Islanda, a giugno 2012, era al 131° posto nella classifica delle nazioni. Ora vi occorre sapere che in totale sono 207 e che agli ultimi posti troviamo nazioni come Mongolia, Isole Vergini, Seychelles e altri stati in cui, magari, sarà bello andare a farsi una vacanza, non di certo vedere una partita di calcio. L'Islanda, invece, oltre che essere una terra davvero splendida (parere personale), ha una tradizione calcistica sicuramente superiore a quella del Suriname (attuale numero 131). Ovvio, son sempre l'Islanda, e di soddisfazioni ne hanno avute ben poche, ma quest'anno potrebbe essere l'anno giusto. 
Ora l'Islanda è al 46° posto nel Ranking FIFA, complici gli ottimi risultati ottenuti nelle Qualificazioni al campionato del mondo del 2014, in cui gli uomini di Lars Lagerbäck sono arrivati secondi alle spalle della Svizzera, disputando delle buone gare, seppur con brutte battute d'arresto (sconfitta con Cipro), ma mostrando delle ottime potenzialità, soprattutto in giocatori come Kolbeinn Sigþórsson, giovane attaccante dell'Ajax, e Gylfi Sigurðsson, centrocampista offensivo del Tottenham Hotspur; entrambi a quota 4 gol segnati nel girone, dietro solo allo sloveno Novakovic. Gli Strákarnir okkar (i nostri ragazzi), soprannome della Nazionale Islandese, si affideranno soprattutto a loro per riuscire a superare la Croazia negli spareggi e scrivere il loro nome nella storia. Infatti l'Islanda mai si è qualificata ad una competizione internazionale e questa potrebbe davvero essere la volta giusta. 
Sono passati 66 anni dall'esordio contro la Norvegia a Reykjavík (partita persa 4-2) e oggi più che mai la Nazionale Islandese può fare il vero salto di qualità e partecipare ai prossimi Mondiali. Certo, in Brasile sarà tutta un'altra storia, ma già arrivarci sarebbe una splendida vittoria.
Forza Islanda, io ci credo!


La Nazionale Islandese festeggia dopo aver raggiunto i play-off per il Mondiale

mercoledì 13 novembre 2013

Greaves, Francis, Bale e la crescita del calciomercato


Gareth Bale, nell'ultima finestra di calciomercato, si è trasferito dal Tottenham Hotspur al Real Madrid per una cifra compresa tra i 91 e i 100 milioni di euro. La cifra esatta non è stata resa nota, ma ormai Bale è diventato per tutti "Mister 100 milioni", perché per tutta l'estate sull'asse Londra-Madrid si è trattato su questa base, con punte di addirittura 145 milioni; numeri impressionanti! Impressionanti soprattutto qui in Italia, dove solo il Napoli è riuscito a sborsare tanti soldi per un giocatore (Higuain è arrivato per 40 milioni proprio dal Real Madrid), ma solo grazie alla vendita di Cavani al PSG, che ha praticamente in rosa solo giocatori provenienti dalla Serie A. In giro per l'Europa non sono stati da meno: basti pensare ai 50 milioni pagati dall'Arsenal al Real Madrid per avere Mesut Özil, che si è visto incredibilmente relegato in panchina dopo gli arrivi di Isco e, appunto, Gareth Bale. Per alcuni è stato strapagato, in quanto non pensano che valga tutti quei soldi. E in effetti il gallese non ha iniziato alla grande la sua avventura spagnola: tra infortuni e un ambientamento difficile, non è riuscito sin da subito a dare il meglio di sé, finendo per essere schiacciato dal peso di quei "100 milioni". Era proprio questo il rischio di prendere un giocatore per quella cifra, il rischio di vederlo soffocato dalla sua nuova etichetta, il rischio di dover comunque dimostrare di valerli quei soldi; perché a volte non basta essere bravi, a volte bisogna superarsi e reinventarsi. Bale è sicuramente un grande giocatore, ma è anche vero che non è un campione e che quei soldi, quei tanti soldi, non li vale, semplicemente perché per superarsi e reinventarsi devi essere un campione in senso assoluto e l'ex Tottenham non lo è. È forte, ma non vale 100 milioni: lo sanno tutti e lo sapeva anche Florentino Perez; ma vuoi mettere il vanto di avere i due giocatori più pagati di sempre in rosa con l'avere "solamente" un Bale pagato 40-50 milioni? Non sia mai, perché ormai conta più la forma che la sostanza e gli affari a buon mercato vengono visti con riluttanza. Poi però guardi in Italia e trovi la Juventus che ha pagato uno dei migliori centrocampi d'Europa (Pirlo, Vidal, Pogba, Marchisio) la misera somma di 10 milioni. Ah, ma allora c'è ancora qualcuno che non si perde in inutili trattative milionarie, o forse, più semplicemente, in Italia non ci sono i soldi e allora si fa di necessità virtù? La seconda alternativa ha più senso. E forse la risposta di tutti questi discorsi sul calciomercato è proprio contenuta in quella parola: senso. Perché chi riesce a capire qualcosa in tutti questi giri di soldi è bravo. E se è vero che adesso ci sono più soldi rispetto agli anni passati, è anche vero che prima venivano usati meglio e con più moderazione; perché infondo Bale non ha ancora dimostrato nulla e difficilmente sarà lui l'uomo decisivo per le sorti del Real Madrid. Il gallese passerà alla storia come uno strapagato, vedendo passare in secondo piano tutte le sue indubbie doti tecniche. Quindi faccio una domanda: siamo sicuri che Bale abbia fatto bene ad andare al Real Madrid in queste condizioni? Solo il tempo ce lo dirà.

Adesso torniamo indietro fino agli anni '60. Rimaniamo sempre in Inghilterra, sempre a Londra, per parlare proprio di un calciatore londinese: Jimmy Greaves. Bastano tre parole per descriverlo: The goal machine. Macchina da gol. Con i suoi 44 gol in appena 57 apparizioni, è il terzo cannoniere della Nazionale Inglese, dietro solo a Bobby Charlton e Gary Lineker. Bomber di razza, detiene il record di gol segnati in First Divison: 357 in 516 partite. Ha sempre giocato in squadre della sua città, fatta eccezione per la parentesi italiana al Milan. Nel club rossonero non riuscirà ad ambientarsi e verrà rispedito a casa in pochi mesi. Il suo rendimento comunque parla per lui: 12 partite 9 gol. Menomale che non si era ambientato! Nel 1961, dopo quattro anni al Chelsea e qualche mese al Milan, è il Tottenham a farsi avanti per lui. Qui i dettagli dell'acquisto si sanno e sono entrati nella leggenda: 99,999 £. Solamente una Sterlina sotto le 100,000. Il motivo di questa curiosa cifra? Bill Nicholson, allenatore degli Spurs, non voleva caricare Greaves della pressione per essere il primo giocatore ad essere pagato 100,000 Sterline. Secondo il vecchio Jimmy, però, le cose sono andate diversamente: era lo stesso Nicholson che non voleva essere il primo manager a comprare un giocatore ad una cifra così alta. Fatto sta, che Jimmy Greaves è diventato il cannoniere più prolifico nella storia del club di Londra, portando a casa due FA Cup, due Charity Shield e una Coppa delle Coppe in cui, manco a dirlo, si laureò capocannoniere. Alla voce First Divison lo spazio rimane vuoto: un grande peccato per un giocatore così forte. Si consolerà nel 1966 con la vittoria del Mondiale, anche se un infortunio lo terrà fuori dal campo per tutta la parte centrale della competizione, fino alla finale in cui vedrà il suo sostituto, Geoff Hurst, segnare l'unica tripletta in un atto decisivo. Jimmy tornerà a casa da campione, ma con la coda tra le gambe e senza la maglia da titolare dei Three Lions. Poco importa per The goal machine, perché ormai aveva dimostrato a tutti che quelle 100,000 £ le valeva tutte, figuriamoci 99,999!

Jimmy Greaves con la medaglia di campione del mondo nel 1966
Quasi vent'anni dopo una storia simile si ripete con Trevor Francis. Non il miglior attaccante in circolazione, non una vera e propria macchina da gol, ma un buon attaccante che aspettava la chiamata giusta. Quella chiamata arriva all'inizio del 1979: Trevor è negli Stati Uniti a giocare (e segnare) con i Detroit Express, in prestito dal Birmingham City, con cui si era già affermato ad alti livelli nel campionato inglese. La chiamata è di quelle importanti, perché dall'altra parte ci sono i campioni in carica del Nottingham Forest. Sul piatto vengono messe 1,000,000 di Sterline: mai nessun inglese è stato pagato così tanto. Anche qui c'è un piccolo aneddoto: Brian Clough, allenatore del Forest, disse che la cifra reale fu di 999,999 £ e che venne fissata per non caricare il giocatore della "solita" pressione. In realtà non si sa se Clough disse mai quella frase, anche perché con le tasse il prezzo di Francis lievitò fino a 1,150,000 £, rendendolo di fatto e senza appello "The million pounds man". L'uomo da un milione di dollari ripagò la fiducia accordatagli il 30 maggio 1979 all'Olympiastadion di Monaco di Baviera. In programma c'era la partita che tutti vorrebbero giocare almeno una volta nella vita, la finale di Coppa dei Campioni. Davanti a 57000 spettatori, fu proprio Trevor Francis a siglare l'unico gol della gara contro il Malmö, facendo diventare il Nottingham Forest campione d'Europa per la prima volta nella sua storia. Anche in questo caso, quella cifra così alta, quel milione di Sterline, era stato speso più che bene. 

Trevor Francis bacia la Coppa Campioni

Ora torniamo ai giorni nostri. Ho già detto che Gareth Bale è senza dubbio un grande giocatore, ma qui non si tratta di essere o non essere bravi, qui si tratta di scrivere la storia. Greaves e Francis, a modo loro, ci sono riusciti. Siamo sicuri che Bale ce la farà, soprattutto avendo come compagno di squadra un Cristiano Ronaldo che sta demolendo ogni sorta di record del club di Madrid? Ovviamente no. Non lo dico perché sono un veggente o perché voglio portare sfortuna al povere Gareth, ma semplicemente perché lo vedi subito: Cristiano Ronaldo e Messi sono i tipi di calciatore in grado di cambiare la storia. L'unico modo per fare qualcosa di davvero leggendario, sarebbe portare il Galles ai Mondiali. Ma se non ci è riuscito un certo Ryan Giggs, mi sembra molto dura.
Poi magari mi sbaglio, ma una cosa è certa: con Greaves e Francis hanno in qualche modo cercato di proteggerli da un'eventuale pressione, Bale è stato letteralmente preso di mira. Anche da qui si capisce com'è cambiato, e come sta cambiando, il calcio. In bene o in male non si sa, quello lo diranno le generazioni future.