Matt Busby è stato un centrocampista che ottenne discreti risultati con le maglie di Manchester City e Liverpool, tra il 1928 e il 1940, prima di dover interrompere la sua carriera a causa della guerra. Con la maglia dei Reds giocò talmente bene da meritarsi un posto nella lista "100 players who shook the Kop", una classifica venuta fuori da un sondaggio fatto tra i tifosi della squadra del Merseyside. Stranamente, però, come allenatore trovò fortuna nella squadra rivale sia del City che del Liverpool: il Manchester United. Fu il manager dei Red Devils per un quarto di secolo, dal 1945 al 1969 e poi ancora nel 1970/71, contribuendo in modo sostanziale al primo ciclo di vittorie di una squadra che sarebbe ben presto diventata uno dei principali club di Inghilterra e d'Europa. Infatti, all'arrivo dello scozzese in panchina, i Red Devils avevano vinto solo due Campionati e una FA Cup, ma la musica sarebbe ben presto cambiata. Dal 1947 al 1949 arrivarono tre secondi posti consecutivi, alle spalle di Liverpool, Arsenal e Portsmouth. Il titolo arriverà nel 1952, con una FA Cup già in bacheca nel 1948. Negli anni seguenti lo United continuerà ad impressionare il pubblico inglese ed europeo e Matt Busby arriverà ad attirare l'attenzione di Santiago Bernabéu. L'allora presidente del Real Madrid - cui verrà dedicato successivamente lo stadio - nel 1956, dopo un altro trionfo di Busby, ma soprattutto dopo che i Blancos avevano appena vinto la prima edizione della Coppa Campioni, offrì al tecnico scozzese l'incarico di allenatore del Real Madrid, "promettendogli il Paradiso". La risposta di Matt Busby fu leggendaria: «Manchester is my heaven». Lo scozzese rimase allo United e quel 6 febbraio del 1958 c'era anche lui sull'aereo che si schiantò a Monaco di Baviera. Morirono otto dei suoi giocatori, otto di quei mitici Busby Babes, che da lui presero il nome. Lui, invece, riuscì a sopravvivere e con pazienza e devozione, ricostruì la squadra, portandola al trionfo in Coppa dei Campioni nel 1968. E poco importa che la squadra che rifiutò, il Real Madrid, vinse poi altre quattro Coppe dei Campioni consecutive negli anni '50. Sir Matt Busby divenne una leggenda del Manchester United e ci volle un altro scozzese, sedici anni dopo il suo addio, per riportare alla gloria i Red Devils. Sir Matt morì nel 1994, riuscendo a vedere lo United campione dopo ventisei anni, quando fu proprio lui a condurre Best, Law e Charlton alla vittoria nel 1967. Nel 1999 lo United e Ferguson vinsero la Champions League nella maniera più incredibile contro il Bayern Monaco. Era il 26 maggio, proprio il giorno in cui Sir Matt avrebbe compiuto 90 anni. Una coincidenza? Forse. Intanto, se il Manchester United è riconosciuto in tutto il mondo come una delle squadre più gloriose del calcio mondiale, lo deve anche a Sir Matt Busby: l'uomo che a Manchester si sentiva in Paradiso.
Ognuno vede il mondo secondo la prospettiva che si è scelto. Io ho deciso di guardare il mondo attraverso il calcio e sarò lieto di portare anche voi dentro il mio universo. Il nostro universo: quello del pallone.
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giovedì 29 maggio 2014
mercoledì 23 aprile 2014
Però così i dirigenti rovinano le squadre
Ho deciso di parafrasare un mio pensiero del 5 marzo 2013: avevo parlato di come Manchester United-Real Madrid, gara di ritorno degli ottavi di finale di Champions League, fosse stata condizionata dall'arbitro turco Çakır. Ancora non si sapeva, ma sarebbe stata l'ultima partita di Sir Alex Ferguson nella coppa più prestigiosa. Di lì a due mesi, Sir Alex avrebbe lasciato spazio ad un altro allenatore sulla gloriosa panchina del Manchester United, un club che ha sempre avuto pazienza, con tifosi che hanno sempre supportato il proprio tecnico, indifferentemente dai risultati sul campo. Pareva quasi che la squadra inglese fosse rimasta cinquant'anni indietro nel tempo, ferma forse ancora a Matt Busby e a quell'epoca in cui il calcio era uno sport con sani valori morali. Forse è proprio per questo che David Moyes, l'uomo che ha avuto l'ingrato compito di sostituire la leggenda vivente di Ferguson, sembrava l'uomo giusto: anche lui di Glasgow, anche lui da tanti anni nella stessa squadra (undici all'Everton) e anche lui rivale del Liverpool. Il contratto, poi, non lasciava dubbi: sei anni e una fiducia, di conseguenza, incondizionata. Quasi a dire: ti lasciamo carta bianca, prenditi il tuo tempo e poi si vedrà. Così è stato per Sir Alex, così sarebbe stato per Moyes. Già, peccato che il due volte campione d'Europa, arrivò allo United nel 1986, quando il calcio era ancora veramente uno sport e quando loro, i dirigenti, non si lasciavano influenzare dagli altri, i tifosi, e da quelli, i soldi.
Ventisette anni sono un'eternità e nel frattempo il calcio è completamente cambiato. Un club, però, sembrava non essere cambiato: il Manchester United. È la squadra più titolata di Inghilterra e gran parte dei trofei li deve proprio a Sir Alex Ferguson, un uomo che ha preso un gruppo alla deriva e nella zona retrocessione, portandolo a vincere tutto. Sì, però il primo trofeo è arrivato dopo quattro anni di attesa. La dirigenza, quindi, è stata paziente. Ed è stata ripagata. È per questo che il Manchester United è diventato il Manchester United: con la pazienza, con l'onestà di dire "si può migliorare, ma c'è bisogno di tempo". Un bisogno, quello del tempo, che forse Moyes aveva ancora più di Ferguson. Un bisogno, però, sempre meno soddisfatto nel calcio moderno, dalle società di oggi. È così che gli esoneri aumentano a dismisura e i progetti duraturi nel tempo svaniscono nel nulla, figli di una mentalità ormai troppo arretrata.
Nell'Enciclopedia Treccani, si trova: capro espiatorio: l'essere animato (animale o uomo), o anche inanimato, capace di accogliere sopra di sé i mali e le colpe della comunità, la quale per questo processo di trasferimento ne viene liberata. Nel calcio il capro espiatorio è sempre lui, l'allenatore. Lo è in una società normale, figuriamoci nel Manchester United del dopo Ferguson. La squadra va male: colpa di Moyes. La squadra vince, ma gioca male: colpa di Moyes. La squadra non gioca: colpa di Moyes. Era sempre la solita storia. Dietro questa stagione assolutamente da dimenticare, invece, la colpa era anche di altri. Sarà pur vero che Moyes non è riuscito a dare la propria impronta, ma è anche vero che alcuni dei giocatori simbolo della scorsa annata, quella della Premier League dominata, erano ormai alla frutta. Già, perché questi erano (e sono, ancora per qualche settimana) i campioni di Inghilterra in carica. Una squadra che ha dominato lo scorso campionato, lasciando le briciole agli altri. La colpa, di conseguenza, viene data all'allenatore. E invece no, perché quando giocatori del calibro di Nemanja Vidic, Rio Ferdinand, Michael Carrick, capiscono, quasi da un giorno all'altro, di non aver più nulla da dare a questa squadra, l'allenatore ha poche colpe. Anzi, l'unico peccato di cui lo si può accusare, è quello di non essere un grandissimo allenatore. Come Vittorio Pozzo, per dirne uno, che alla vigilia dei Mondiali del 1934 riesumò il grande Giampiero Combi da un bar, per portarlo a vincere la rassegna iridata. Ci sta, quindi, non essere un grandissimo, perché uno come Pozzo passa una volta ogni cento anni, figuriamoci uno come Ferguson. Quindi, David Moyes, è solo da applaudire, perché sfido qualsiasi altro tecnico a far meglio di quanto abbia fatto lo scozzese. La qualità della squadra era alta, sia chiaro, il budget per rifondare la squadra pure, ma quando sono gli stessi giocatori ad abbandonarti, qualcosa andrà comunque storto. Soprattutto quando hanno ormai passato gli anni migliori della loro carriera (alcuni) e quando non si impegnano (altri).
Moyes lo sapeva che sarebbe stata una missione impossibile far andare tutto per il verso giusto sin da subito, anche quando la benedizione arrivava direttamente da Sir Alex Ferguson. Uno che è riuscito a comandare non solo la squadra, ma tutta la società. Lui è stato il vero boss del Manchester United. È stato lui a decidere le sorti del club nell'ultimo quarto di secolo. E questa è una cosa che non è più possibile oggigiorno, perché persone così, adesso, sono scomode. Moyes, quindi, è stato quasi illuso dalla società. Illuso da quel contratto pluriennale che gli garantiva una certa serenità. Illuso da un gruppo di tifosi che lo avevo accolto come "The Chosen One", il prescelto. Invece questa cosa gli si è ritorta contro e dopo le prime difficoltà, anziché supportarlo, gli hanno girato le spalle. A lui e alla squadra. "Moyes out" gridavano i "fan". Un coro che è stato l'inno di una stagione tremenda. Un coro, però, non condiviso da chi per lo United farebbe, e ha fatto, di tutto. Gente come Gary Neville, che anche dopo l'esonero ha preso le parti di Moyes. Gente che ha lo United nel sangue e sa cosa voglia dire fare parte del Manchester United, far parte di una società diversa, che ha fatto dell'essere unica il proprio marchio di fabbrica.
È un esonero che fa male: a Moyes, alla squadra, al marchio del club e a tutti quei tifosi che speravano che le cose sarebbero migliorate, con Moyes in panchina. Il Manchester United, ieri, è diventato come tutte le altre squadre. Una squadra normale. Non che ci sia nulla di grave, ma forse era proprio per questo che le persone nel mondo avevano cominciato a supportare questo club. Proprio per il fatto di essere diverso, unico. Proprio per questo ai tifosi non è mai andata bene la dirigenza americana della famiglia Glazer. Proprio per questo è stato fondato il Football Club United of Manchester, una nuova squadra costruita dai tifosi che i Glazer non li digerivano proprio. Sono passati ormai nove anni, era il 2005. Nel frattempo la squadra è cresciuta, sia a livello sportivo che di tifosi. E sono sicuro, che dopo questa brutta faccenda, il numero di fans cresca. Perché dalle parti di Manchester sanno che i gentlemen del calcio non si trattano così. E Moyes fa parte di quel gruppo di gentlemen, ultimamente troppo bistratti, del calcio di adesso.
Concludo citando Bill Shankly, storico allenatore del Liverpool, giusto per far capire che il calcio, in Inghilterra, lo hanno sempre visto in modo diverso, tutti: «In una squadra di calcio c'è una Santa Trinità: i giocatori, il tecnico e i tifosi. I dirigenti non c'entrano. Loro firmano solo gli assegni.»
martedì 22 aprile 2014
Torres torna Niño nello stadio che lo lanciò
Era l'estate di sette anni fa e alla porta dell'Atletico Madrid bussò il Liverpool. Dall'Inghilterra si erano portati venti milioni di Sterline, più Luis Garcia. I Colchoneros ringraziarono e diedero il via libera al trasferimento Fernando Torres ai Reds. Dopo sette stagioni e una vita per l'Atletico Madrid, El Niño si preparava a lasciare il club che tanto aveva amato. Sin da bambino, sin da quando nella sua classe delle elementari ventiquattro alunni su venticinque tifano Real Madrid. L'altro, ovviamente, era lui, che tifava Atletico. Il suo sogno era giocare e diventare professionista proprio con questa squadra. Un sogno che prese piede nel 1995, quando, undicenne, venne accolto nelle giovanili. Solo cinque anni più tardi avrebbe fatto il suo esordio nella Segunda Division, per poi ottenere la promozione ed esordire nella Liga a soli diciotto anni. Un traguardo importante, ma che fu superato nel 2003, quando divenne capitano, appena diciannovenne. Quella squadra, però, ad un certo punto cominciò a stargli stretta e capì che i trofei sarebbero arrivati solo altrove. Decise di migrare in Inghilterra, al Liverpool. Ben presto divenne uno degli attaccanti più forti del pianeta, raggiungendo quota cinquanta gol in Premier League in appena settantadue presenze, un record per la società. Intanto arriva anche la chiamata per l'Europeo del 2008. Un titolo che manca alla Spagna dal 1964. L'armata di talenti iberica fa fuori tutti e in finale è proprio un gol di Torres a stendere la Germania e a riportare la Spagna sul tetto d'Europa. Il 2008 si chiude in bellezza, con il terzo posto nella classifica del Pallone d'Oro e del FIFA World Player. Al Liverpool continua a segnare con una continuità disarmante, ma i trofei vinti sono ancora zero. Mentre con la Spagna, nel 2010, arriva il titolo di Campione del Mondo, il primo nella storia delle Furie Rosse. Nel gennaio del 2011 arriva l'offerta assurda del Chelsea, che mette sul piatto cinquanta milioni di Sterline per assicurarsi l'attaccante spagnolo. L'avventura con i Blues si rivela un flop totale. Torres non riesce più a giocare ai livelli di Liverpool e Madrid e finisce sempre più nel dimenticatoio. Nel 2012, comunque, arrivano i primi trofei. Prima la FA Cup, ai danni della sua ex squadra, il Liverpool. Due settimane dopo, il Chelsea conquista la prima Champions League della sua storia, battendo il Bayern Monaco ai rigori. In entrambi le occasioni, però, è Didier Drogba l'eroe, mentre per Torres c'è giusto lo spazio per fare qualche comparsa. Agli Europei del 2012 la Spagna si riconferma campione e Torres è capocanonniere del torneo con tre gol, ma la forma migliore è ormai lontana. L'anno dopo si riscatta in Europa League, trascinando i Blues con sei gol in nove partite alla loro prima affermazione nella competizione. In questa stagione la musica non cambia e si conferma ancora al di sotto degli ormai lontani standard di Liverpool. Questa stagione, però, rimarrà nel cuore del Niño, perché proprio stasera tornerà nello stadio da dove era partito: il Vicente Calderon di Madrid, casa dell'Atletico. Il destino, infatti, ha messo difronte la squadra di Simeone alla squadra di Mourinho, rievocando bei ricordi nella mente di Torres. Gli anni ormai sono trenta e quel bambino prodigio è cresciuto, lasciando i prodigi ad altri, ma almeno per una notte Torres tornerà El Niño, quello che fece impazzire i tifosi dei Colchoneros per sette anni. Quello che si sa che, prima o poi, tornerà a casa. In fondo, quello di sette anni fa, è stato solo un arrivederci.
sabato 19 aprile 2014
La triste parabola di Testa d'oro
All'alba degli anni '50, un uragano travolse l'Europa calcistica. Erano passati ormai quasi vent'anni da quando, dopo il passaggio del fuorigioco da tre a due, Herbert Chapman rivoluzionò per sempre il mondo del calcio, inventando il Sistema. La difesa era così passata da due a tre uomini, proprio a causa del cambiamento della regola del fuorigioco.
I primi a vincere con questo nuovo modulo, furono, neanche a dirlo, gli uomini di Chapman, che portò l'Arsenal alla vittoria di due titoli inglesi e una FA Cup. Erano gli inizi degli anni '30 e di lì a poco il Sistema si sarebbe espanso nel resto d'Europa. Alcuni, però, rimasero restii al cambio di modulo e preferirono restare fedeli al Metodo; altri, invece, cercarono di combinare i due schemi. Fu il caso di Hugo Meisl, allenatore del Wunderteam austriaco, che rivoluzionò il calcio danubiano e rese grande non solo l'Austria, ma anche la Cecoslovacchia e, soprattutto, l'Ungheria, che seppero interpretare bene le idee austriache. Proprio queste ultime due nazioni, arrivarono in finale al Mondiale del 1934 e del 1938, entrambi vinti dall'Italia di Vittorio Pozzo, affezionato al suo Metodo. Nello Stivale furono più lenti e il cambio di idee arrivò più tardi, giusto il tempo di entrare nella leggenda. Negli anni '40, infatti, il Grande Torino utilizzò proprio il Sistema per ottenere l'egemonia nazionale. Solo la tragedia di Superga riuscì a sconfiggere l'incredibile squadra granata. La fine di qualcosa, però, segna l'inizio di un'altra. Nel 1949 si siede sulla panchina dell'Ungheria Gusztav Sebes: il calcio non sarà più lo stesso. Il primo accorgimento tattico farà scuola: arretra il centravanti e porta le due mezze ali come prime punte. Era nato il centravanti arretrato. Era nata la Grande Ungheria, quella di Ferenc Puskas, Zoltan Czibor, Jozsef Bozsik, Nandor Hidegkuti, Gyula Grosics e, ovviamente, lui Sandor Kocsis. Testa d'oro.
Sandor Kocsis è nato a Budapest il 21 settembre 1929 e già da bambino si capisce una cosa: da grande farà il calciatore. A sedici anni è già titolare nel Ferencvaros, uno dei club di punta ungheresi, con cui vince il campionato nel 1949. Durante gli allenamenti, andava a ribattere di testa i palloni che i suoi compagni calciavano contro il muro: lui saliva altissimo e poi schiacciava proprio dove voleva. Non era altissimo, solo 1,77 m, ma sapeva saltare benissimo e riusciva a rimanere sospeso il tempo che serviva per impattare il pallone e spedirlo in rete. Ecco perché Testa d'oro, perché un colpitore di testa come lui, non si era mai visto.
Rimane al club biancoverde per cinque anni, prima di passare alla Honved nel 1950. La società rossonera aveva appena cambiato nome da Kispest, un sobborgo poco fuori Budapest, ad, appunto, Honved. Era la squadra dell'esercito e, di conseguenza, doveva avere in rosa il meglio del calcio nazionale. Calcio e politica, come sempre, vanno a braccetto e il governo ungherese usò quel gruppo di grandi campioni per dare una bella immagine del paese all'estero, come a dire: guardate come vanno bene le cose qui da noi. Ecco perché nei libri di storia, oltre che per le loro incredibili doti calcistiche, troviamo Ferenc Puskas come il Colonnello Puskas e Joszef Bozsik come il Deputato Bozsik. Tutti i calciatori della Honved ricoprivano cariche importanti ed erano al sicuro da tutto e tutti. Kocsis, però, non era attratto da queste cose e rimase sempre ai margini delle faccende politiche. L'unica cosa di cui si preoccupava era segnare. E ci riusciva con un'incredibile continuità. Nel 1951, 1952 e 1954 vinse il titolo di capocannoniere del campionato ungherese e con la Nazionale non era da meno.
Fuori dal campo si divertiva con alcool e donne, sempre nella giusta dose, sempre per rimanere in equilibrio tra il campo e la vita reale. Nel rettangolo verde mieteva record, fuori si divertiva, ma sempre nella giusta maniera, mai sopra le righe. La vita di Kocsis era un perfetto connubio tra dovere e piacere.
Con l'Ungheria vinse le Olimpiadi del 1952 ad Helsinki, dove segnò in tutte le partite tranne che in finale. In totale furono sei i gol, solo uno in meno di Zebec, che si laureò capocannoniere. A quei tempi la squadra di Sebes non perdeva da due anni, per un totale di quindici partite di fila. Nel giro di dieci mesi, sarebbe arrivata anche la Coppa Internazionale 1948-1953. Il 25 novembre 1953 diventano la prima squadtra ad espugnare Wembley, umiliando i maestri del calcio inglesi 6-3. L'Ungheria, dunque, arrivava al Mondiale del 1954 in Svizzera con tutti i favori del pronostico.
In campo nazionale, la Honved domina e Kocsis segna come se non ci fosse un domani. La ciliegina sulla torta deve essere, per forza, la vittoria del Campionato del Mondo. La Polonia rinuncia al turno di qualificazione e permette all'Ungheria di andare in Svizzera senza neanche il minimo sforzo. L'ultima partita prima dell'avventura mondiale, è la rivincita della vittoriosa trasferta di Wembley. Gli inglesi arrivano a Budapest cercando vendetta, ma i magiari non lasciano scampo a nessuno e si prendono gli applausi del mondo intero: finisce 7-1 e Testa d'oro è ancora protagonista con una doppietta. Arrivati in Svizzera, nel girone, spazzano via la Corea del Sud 9-0 (tripletta di Kocsis) e la Germania Ovest (scesa in campo con le seconde linee) 8-3, con Kocsis che si esalta e ne mette dentro quattro. Dopo solo due partite, quindi, Testa d'oro è già a quota sette gol. Nei quarti di finale va in scena la Battaglia di Berna contro il Brasile. Finisce 4-2 per i magiari, grazie ad una doppietta di Kocsis, che risolve la partita a poco dalla fine, siglando il gol della sicurezza. Per completare l'opera, in semifinale battono i campioni in carica dell'Uruguay, ancora 4-2 e ancora con una doppietta di Kocsis, con due gol fondamentali nei tempi supplementari. Testa d'oro è già arrivato ad undici gol, primo di sempre fra i marcatori del Mondiale. Nessuno è più in forma di lui e della sua Ungheria. Per la finale torna anche Puskas, recuperato dopo l'infortunio contro i tedeschi nel girone. E saranno proprio i tedeschi gli avversari di Kocsis e compagni. La finale, visto il risultato precedente, sembra una pura formalità. L'Ungheria è la squadra più in forma del momento, ha espugnato Wembley, ha umiliato i maestri inglesi e, soprattutto, non perde da trentuno partite consecutive. La squadra di Sebes è passata alla storia come Aranycsapat, la squadra d'oro, e questi sono solo alcuni dei motivi per cui possono vantare un simile soprannome. Il loro è un calcio magico, fatto di nuovi tatticismi e grande tecnica individuale, ma anche un notevole affiatamento, che rese quella squadra inarrivabile per tutti. Erano troppo avanti dal punto di vista tattico, tecnico e fisico. Nessuno sarebbe riuscito a fermare la loro cavalcata trionfale verso il tetto del mondo. I problemi, però, erano in agguato e anche se tutto sembrava andare secondo i piani, il tanto atteso lieto fino non sarebbe arrivato.
Il 4 luglio 1954 si gioca la finale del Campionato Mondiale di calcio tra Ungheria e Germania Ovest. I magiari volevano vincere quell'alloro che nel 1938 gli era sfuggito a causa della classe di Piola. I tedeschi, invece, volevano far dimenticare la brutta sconfitta del girone. Dopo soli 8', però, la squadra di Sebes ha già messo le cose in chiaro: Puskas e Czibor hanno portato la loro squadra sul 2-0. A questo punto, quasi dal nulla, i tedeschi cominciano a cambiare marcia, a correre il doppio, a non essere stanchi. Al 18' Morlock e Rahn hanno pareggiato. I sessantamila del Wankdorfstadion di Berna si guardano esterrefatti, non capiscono cosa stia succedendo. Come è possibile che la squadra più forte del mondo stia pareggiando contro i tedeschi? Intanto i magiari arrancano e Kocsis esce dal gioco. Non tanto perché siano scarsi loro, ma perché i tedeschi sembrano trasformati, quasi rivitalizzati. L'Ungheria comunque ci prova, ma l'arbitro Ling annulla un gol regolare e non concede un rigore che, quantomeno, si poteva dare. I tedeschi osservano senza fare troppi complimenti e a quel punto nemmeno gli ungheresi ci credono più. Al minuto 84 è ancora Rahn a gonfiare la rete. E' 3-2 per la Germania Ovest. A fine partita è Fritz Walter ad alzare la Coppa Rimet. Per gli ungheresi, non solo si interrompe la striscia di imbattibilità, ma finisce anche un sogno. Un sogno spezzato dai tedeschi, su cui grava una pesantissima accusa di doping, più o meno confermata in seguito. Cosa importa a Kocsis di queste cose? Lui era andato in Svizzera per portare a casa il Mondiale, ma sarebbe tornato a casa da secondo. Non importa come, non importa perché. Era arrivata la prima sconfitta, la prima delusione. La vita non sempre è dolce e con il povero Testa d'oro lo sarebbe stata sempre di meno.
Al rientro in Ungheria, Kocsis continua segnare e vincere. Arriva un altro campionato nel 1955, il terzo con la Honved, il quarto in totale. Macina gol anche in Nazionale: dieci in dodici partite nel 1955, sette in nove presenze nel 1956. Qualcosa dentro di lui, però, è cambiato. Non è più felice, sembra triste. La mazzata definitiva arriva negli ottavi di finale di Coppa Campioni del 1956. La Honved sfida l'Athletic Bilbao, perdendo 3-2 la trasferta spagnola. Il ritorno non si giocherà in Ungheria, perché la situazione non è delle migliori. C'è la rivoluzione e il governo non può certo mostrare la faccia brutta del paese nella massima competizione europea. Il ritorno si gioca a Bruxelles, ma Kocsis e compagni pareggiano 3-3 e vengono eliminati. Da Budapest arriva l'ordine di non rientrare e i rossoneri iniziano un lungo tour in giro per l'Europa, per mostrare tutta la loro classe in partite amichevoli. Il 20 dicembre è l'ora del dietrofront, ma molti giocatori disubbidiscono, non tornando a casa. Tra questi c'è anche Kocsis. Testa d'oro torna nella terra che gli regalò la prima tristezza, la Svizzera. Trova posto negli Young Fellows, che non possono tesserarlo perché la Federazione Ungherese lo ha squalificato per un anno. Comincia così il primo momento di vera crisi di Sandor Kocsis. E' costretto a vendere elettrodomestici per riuscire a vivere ed usa gli ultimi soldi per far arrivare nel paese elvetico la sua famiglia. L'alcool non è più uno svizio, ma diventa un vizio e la distruzione arriva dall'interno. Il più grande colpitore di testa del mondo, uno dei più forti attaccanti del panorama calcistico è sull'orlo del declino. Nel 1957 giocherà per una stagione con la squadra svizzera, mostrando ancora tutta la sua classe, ma giocando con la tristezza che solo chi sta vedendo il proprio paese morire può provare.
Il sogno di alzare la Coppa del Mondo è ormai un ricordo. Nel 1958 arriva, però, la chiamata del Barcellona, in cui già milita il suo ex compagno al Ferencvaros e all'Honved, Zoltan Czibor, l'incredibile ala della Nazionale magiara. Con loro due in attacco, la squadra catalana vince due titoli nel 1959 e nel 1960. Nel 1960 diventano la prima squadra ad eliminare il Grande Real Madrid dalla Coppa Campioni. Il loro cammino prosegue fino alla finale contro il Benfica. Lo stadio evoca tristi ricordi a Kocsis e Czibor. E' il Wankdorf di Berna, quello dove persero sette anni prima la finale del Campionato del Mondo. Questa volta Testa d'oro segna, con la specialità della casa, il colpo di testa. I portoghesi si riscattano subito e in 2' ribaltano tutto. Al 55' arriva anche il 3-1. Kocsis rivive i fantasmi della partita contro la Germania. Il Barcellona ha un moto d'orgoglio e Czibor accorcia le distanze, ma non c'è più nulla da fare. E' la seconda grande sconfitta nella vita di Sandor Kocsis. Gli anni migliori di carriera sono ormai alle spalle, la Nazionale manca dal 1956 e nel 1965 arriva il ritiro. Ai posteri rimangono i 296 gol in 335 presenze nei club, ma soprattutto le 75 reti in 68 partite con la Nazionale Ungherese, di cui oltre la metà segnate di testa, che lo proiettano al primo posto tra i giocatori con la migliore media gol in Nazionale.
Quella tanta sognata rivincita Mondiale rimane, appunto, un sogno, un pensiero mai del tutto abbandonato, ma che ad un certo punto è stato messo da parte. La vita sa essere crudele e la caduta dalla cima è presto servita. Dopo il 1954, inizia un vortice che risucchia Kocsis in un tunnel da cui non riuscirà a tirarsene fuori. Nella testa sono ancora presenti le malinconiche immagine della finale mondiale persa, a cui si andranno poi ad aggiungere l'esilio dalla sua terra, l'impossibilità di praticare ciò che più ama e l'altra finale contro il Benfica. Tutte tappe dolorose della vita di Testa d'oro, che dopo gli ultimi gol non esultava nemmeno più. In fondo, che motivo c'era? La depressione aveva ormai preso il sopravvento. La distruzione arrivava dall'interno e i sospetti divennero presto realtà. Angoscianti realtà. Non gli era stata data neanche la possibilità di combattere e per questo decise di non farsi sconfiggere un'ultima volta, anticipando tutti sul tempo, come aveva sempre fatto nelle aree di rigore. Il dolore allo stomaco è ogni giorno più forte e gli esami non lasciano scampo. Testa d'oro ha un ultimo guizzo e decide di spiccare il volo più disperato della sua carriera, della sua vita. La stanza dell'ospedale è abbastanza in alto, solo quello è importante. Il giorno è il 22 luglio 1979, Sandor non aveva neanche 50 anni, ma non è importante l'età, quando la vita ti ha già riservato così tante delusioni. Questa volta non ci sono avversari da superare e anticipare, ma solo il tempo che lo stava corrodendo. Testa d'oro spicca il volo, l'ultimo, quello decisivo.
sabato 12 aprile 2014
Il Real sfida il passato; Ancelotti il suo futuro?
Se il Real Madrid vorrà mettere, finalmente, le mani sulla Decima, dovrà vedersela nuovamente con una tedesca. Infatti, dopo lo Schalke negli ottavi e il Borussia Dortmund nei quarti, l'urna di Nyon ha ancora messo difronte Real Madrid e Bayern Monaco nelle semifinali di Champions League. È già successo ben cinque volte e i precedenti sorridono ai bavaresi.
Nel 1976 le Merengues arrivarono tra le prime quattro dopo aver avuto ragione, grazie alla regola dei gol in trasferta, del Borussia Moechengladbach, allora campione in carica di Germania e detentore della Coppa UEFA. Se non bastassero gli intrecci, il bomber di quella squadra era Jupp Heynckes, ex allenatore proprio del Bayern Monaco che ha vinto tutto neanche un anno fa, autore del gol della speranza al Bernabeu. Non fu sufficiente la rete di "Osram", però, e il Madrid passò in semifinale, dove incontrò il Bayern Monaco. Le reti subite furono sempre tre, ma i gol segnati solo uno e poi... e poi i bavaresi erano bi-campioni d'Europa in carica e lanciatissimi verso il terzo trionfo consecutivo. Gerd Mueller fu il mattatore dello scontro: un gol all'andata e due al ritorno, consegnarono la finale al Bayern Monaco. Un gol di Roth, poi, fu necessario per stendere il Saint Etienne e vincere la Coppa per la terza volta di fila, eguagliando l'Ajax.
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| I tedeschi festeggiano dopo il gol di Roth |
Si arriva dunque al 1987. Era il secondo anno senza squadre inglesi (a causa della Strage dell'Heysel), indigeste nel 1981 al Real Madrid (finale persa contro il Liverpool) e al Bayern Monaco nel 1982 (finale persa contro l'Aston Villa). I due club, quindi, volevano affermarsi nuovamente come migliore d'Europa, approfittando dell'assenza delle squadre di Sua Maestà. Soprattutto il Real, che, grazie alla nuova generazione soprannominata "Quinta del Buitre", era riuscito ad imporsi nelle due precedenti edizioni della Coppa UEFA. Questa edizione di Coppa dei Campioni, dunque, rappresentava il vero esame di maturità. Dall'altra parte c'era un Bayern, come al solito, ricco di talenti, ma che mancava un alloro europeo proprio dal 1976. La qualificazione si decise, di fatto, già all'andata, con un netto 4-1 dei tedeschi. L'1-0 del ritorno firmato Santillana, un superstite di undici anni prima, servì a rendere meno amara l'eliminazione dai Blancos. In finale, però, la corazzata tedesca venne sorpresa dal Porto, che si laureò campione per la prima volta nella sua storia, riportando il trofeo in Portogallo dopo un quarto di secolo.
Nel 2000 le due squadre hanno un incontro ravvicinato già nella seconda fase a gruppi, ma è un monologo bavarese: 4-2 a Madrid e 4-1 a Monaco. Riescono comunque tutte e due ad accedere ai quarti di finale, dove superano (entrambe con un 3-2 complessivo e tanta fatica) Manchester United (il Real) e Porto (il Bayern). La sorte le mette nuovamente difronte nelle semifinali. A regalare il passaggio del turno agli spagnoli è Nicolas Anelka, autore di due gol nel doppio confronto, che si rivelano decisivi ai fini del risultato. In finale ci sarà il primo derby tra club della stessa nazione: il Valencia, dopo aver eliminato il Barcellona in semifinale, cerca l'impresa contro i sette volte campioni d'Europa. Morientes, McManaman e Raul hanno altri programmi. Finisce 3-0 e il Real Madrid si porta a casa la Coppa per l'ottava volta.
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| I capitani Santillana e Augenthaler prima della semifinale |
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| Anelka in azione contro Linke |
L'anno successivo è già tempo di rivincita. Le due squadre passano agevolmente il doppio turno di gironi, terminando sempre in testa e arrivando ai quarti di finali pieni di speranze. Superati Manchester United e Galatasaray senza troppe difficoltà, è ancora tempo di semifinali. I bavaresi fanno il colpaccio al Bernabeu, ripetendosi la settimana dopo in casa: Élber ne mette dentro uno all'andata e uno al ritorno, Jeremies inquadra la porta giusta dopo l'autogol dell'anno precendente e i tedeschi volano in finale. Ad attenderli c'è il Valencia, nel miglior momento della sua storia. I rigori di Mendieta ed Effenberg mandano le squadre fino alla serie dagli undici metri. Kahn è più bravo di Canizares e la Coppa, dopo venticinque anni di attesa, torna in Baviera.
L'ultimo capitolo della sfida infinita tra spagnoli e tedeschi e storia freschissima. Nel 2012 la finale annunciata sembrava essere Real-Barça, ma le cose andarono diversamente. Ribery e Gomez regolano i madrileni all'Allianz Arena, a cui non basta la rete di Ozil. Al ritorno, una doppietta di Ronaldo in 15' pare spianare la strada verso la finale a Mourinho. Robben, però, riporta il risultato del doppio confronto in parità e la partita si trascina fino ai rigori. Sergio Ramos mira al satellite di Giove, mentre Schweinsteiger è freddissimo. In finale ci va il Bayern, mentre il Real piange. Dall'altra parte Di Matteo, grazie ad un meraviglioso Drogba, trova la formula per annullare il Barcellona.
I tedeschi, nella finale giocata in casa, sfiorano il trionfo nei tempi regolari e supplementari, ma saranno nuovamente i rigori a decidere il vincitore. E se è vero che sono una lotteria, è anche vero che ciò che danno, poi tolgono. Proprio Schweinsteiger, l'eroe della semifinale, sbaglia il rigore decisivo, permettendo a Drogba di andare dal dischetto con la possibilità di portare la Coppa a Londra per la prima volta. L'ivoriano, ovviamente, non sbaglia e stavolta sono i bavaresi a piangere e a veder sfumare il quinto trionfo continentale. Poco importa, perché l'anno dopo avrebbero vissuto una stagione magica, conclusa con un meraviglioso treble. Qualcosa che potrebbe ripetersi quest'anno, dato che i bavaresi hanno già vinto la Bundesliga e sono in semifinale di Coppa di Germania. Inoltre, nessuna squadra è ancora riuscita a vincere due volte di fila la Champions League da quando ha assunto questa denominazione: un motivo in più per portare a casa il trofeo.
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| Élber esulta |
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| I bavaresi festeggiano il passaggio del turno |
Anche il Real Madrid di Carlo Ancelotti è ancora in corsa per il triplete, essendo in lotta nella Liga ed in finale di Coppa del Re. In Champions League il destino gli ha riservato lo Schalke, il Borussia e il Bayern. Rispettivamente la terza, la seconda e la prima forza del campionato tedesco. Che sia forse un segnale? Ancelotti, infatti, ha vinto in Italia, Inghilterra, Francia e, molto probabilmente, riuscirà a portare a casa un trofeo anche in Spagna. A quel punto, rimarrà solo la Germania da conquistare. Sarà quella la nuova sfida di Carletto? Chissà. Prima, però, c'è il super Bayern di Pep Guardiola da superare, per vincere, finalmente, la tanta sognata Decima.
sabato 8 marzo 2014
Cedric Mabwati e la sua particolare clausola di rescissione
Se dico Kinshasa, la cosa che viene alla mente è una: The Rumble in the Jungle, George Foreman vs Muhammad Ali, incontro valevole per il titolo dei pesi massimi di boxe. Per una notte la capitale dell'allora Zaire, sarebbe stata il centro del mondo. Era il 30 ottobre 1974 e Ali sfoderò una delle sue migliori prestazioni, rivincendo il titolo per la seconda volta. Diciotto anni dopo, nella stessa Kinshasa, nacque Cedric Mabwati, giocatore del Betis Siviglia. In questa stagione la giovane ala congolese si è messa in mostra, nonostante la sua squadra sia ultimissima e lontana dalla salvezza. Ma oltre alle discrete abilità tecniche, Cedric ha attirato l'attenzione per il suo passaggio dal Numancia al Betis: prezzo di trasferimento € 1,20. Sì e no, un caffè. Questo è stato possibile grazie alla sua particolare clausola di rescissione: se una squadra si fosse interessata a lui prima del 15 giugno (2013), il suo valore sarebbe stato € 1,20, altrimenti la cifra sarebbe lievitata fino a 5.000.000. Il Betis si è affrettato ed ha concluso un bell'affare. Il calcio offre sempre belle storie e se da una parte abbiamo "il giocatore costato un caffè", a Madrid, sponda Real, troviamo Cristiano Ronaldo e Bale, quasi 200 milioni di giocatori. Ora immaginatevi Betis-Real e Mabwati contro il portoghese e il gallese. All'andata, quando ancora Bale doveva arrivare a Madrid, il Betis e Cedric spaventarono il Bernabeu e la squadra di Ancelotti, che fu salvata in extremis da Isco. Poi arrivò Bale e Isco perse il posto da titolare. Il ritorno fu una pratica chiusa senza patemi da parte del Real, con Ronaldo e Bale ad aprire le marcature del 5-0 finale. Mabwati quella partita del 18 gennaio non la giocò. Tutto normale, insomma: il grande Real degli acquisti esorbitanti, strapazza il piccolo Betis degli acquisti misurati. Le solite storie. Però, ogni volta che berrete un caffè e lo pagherete più di € 1,20, ricordatevi di Cedric e dalla sua strana clausola, almeno potrete dire "Questo caffè mi è costato più di un calciatore". Strano, no?
venerdì 7 marzo 2014
Il più grande calciatore che non avete mai visto
Di solito, nell'immaginario collettivo, i più grandi calciatori della storia del calcio sono due: Edson Arantes do Nascimento, meglio noto come Pelé, e Diego Armando Maradona. Due tra i più influenti numeri 10 del XX secolo, che hanno scritto pagine importanti di Brasile e Argentina. A questi, si potrebbero affiancare, anzi si dovrebbero affiancare, altri grandi nomi: Johan Cruijff, Michel Platini, Alfredo Di Stéfano, Marco Van Basten e altri ancora. Uscendo da quell'immaginario collettivo di cui vi parlavo e mettendomi in prima linea, escluderei a priori Maradona. E non sarei l'unico. Le preferenze sono preferenze, sia chiaro, ma c'è un altro giocatore che dal 1963 al 1970 è stato "il migliore al mondo", usando le parole dello stesso Pelé: George Best. Se ne andrà dal Manchester United nel 1974 e proprio in quegli anni, quelli del declino, si affacciava nelle serie minori inglesi "l'altro George Best". Ora qui la storia cambia: da Di Stéfano a Van Basten, sono passati tanti grandi campioni e, in un modo o nell'altro, abbiamo avuto la possibilità di ammirare le loro gesta. All'inizio degli anni '70, invece, iniziava la carriera di un calciatore che sarebbe ben presto andato nel dimenticatoio. Un giocatore dal grande talento, è vero, ma inglese. E voi sapete che i sudditi della Regina hanno un difetto: l'alcool, a cui si aggiungono tante altre cose. Quando hai talento e riesci ad abbinarlo alla ragione e alla buona volontà, arrivi in prima divisione e tutti si accorgono di te. Quando hai talento, ma lo sprechi rovinandoti la vita, la prima divisione la vedi con il binocolo e il tuo provino per una squadra dilettante si chiama riformatorio. Ma se andate dai tifosi del Reading e chiedete il nome del loro calciatore del millennio, vi risponderanno in coro: Robin Friday.
La sua storia parte da Acton, un quartiere difficile di Londra, nel 1952. Sin da piccolo mostra un incredibile potenziale calcistico, ma Crystal Palace, QPR e Chelsea gli sbattono la porta in faccia: un carattere troppo sopra le righe gli preclude qualsiasi chance di giocare con i grandi. Decide quindi di lasciare la scuola e di iniziare il lavoro di muratore a 15 anni. L'anno dopo finisce in riformatorio, dove gioca per la squadra della prigione: è diverse spanne sopra gli altri ed ottiene il permesso per allenarsi con le giovanili del Reading, che ovviamente poi lo rispediscono indietro. A 19 anni trova posto nella squadra di dilettanti del Walthamstow Avenue. Ci rimane pochissimo, giusto il tempo di essere notato dall'Hayes, dove mette in mostra tutto il suo repertorio: sia dentro che fuori dal campo. Alcolizzato, drogato e donnaiolo: Friday non se ne fa mancare una. Resta qui tre anni, ma prima di andarsene, affronta il Reading in FA Cup: il manager Charlie Hurley viene colpito dall'estro di Friday e decide di portarselo con sé.
È il 1973, Robin ha solo 21 anni e finalmente è arrivata la prima grande chiamata. Il suo esordio è tardivo, a causa della sua troppa foga agonistica durante gli allenamenti, che ne comporta un allontanamento dalla squadra. A quel punto, però, la situazione del Reading è critica e Hurley decide di buttarlo nella mischia e Friday non delude le aspettative: incredibilmente forte in campo, "stupefacente" fuori. Nella stagione 1975/76 si rivela fuoriclasse assoluto della quarta divisione inglese, mettendo a segno 21 gol in 44 partite e trascinando da solo il Reading alla promozione. A metà della stagione dopo, però, viene cacciato e trova posto nel Cardiff City in seconda divisione. Qui ritrova il Chelsea, che lo aveva scartato circa dieci anni prima, che riuscirà ad arrivare secondo ed essere promosso, insieme al Wolverhampton primo e al Nottingham Forest di Brian Clough terzo. In mezzo a quelle 22 squadre c'era anche il Fulham di Bobby Moore, il leggendario capitano dell'Inghilterra campione del mondo. L'esordio avviene proprio contro i Cottagers: Friday segna due reti e ridicolizza Moore, che si becca pure una celebre strizzatina di testicoli. Il resto è il solito copione: alcool, droga e donne. L'ultimo highlight della sua breve carriera arriva il 16 aprile 1977: dopo vari scontri, colpisce il portiere del Luton con una scarpata in faccia. In un momento di ragione, decide di scusarsi e porgere la mano, ma il suo avversario lo ignora e passa subito la palla ad un difensore. A quel punto Friday corre come un dannato, recupera palla, arriva in area, mette a sedere il portiere, segna ed esulta con le dita a V, che nei paesi anglosassoni sta ad indicare una parola che inizia appunto per v e finisce affanculo.
La stagione dopo la inizia, ma non la finisce. Dopo sole due partite, decide di ritirarsi il 20 dicembre del 1977, a soli 25 anni e con alle spalle una carriera mai totalmente iniziata e rimasta incompiuta. Il Brentford e il Reading proveranno a rimetterlo in squadra, ma sarà tempo sprecato. Leggendario il rifiuto alla sua ex squadra: quando l'allenatore gli chiede di mettere la testa a posto, per poter arrivare anche in Nazionale, Friday gli chiede l'età e risponde "Ho la metà dei tuoi anni e ho già vissuto il doppio di te". Si ritira quindi ad Acton, dove viene trovato morto il 22 dicembre del 1990 a causa di un overdose, a soli 38 anni.
La sua carriera è durata solo quattro anni, dal 1973 al 1977, ma in questa breve parentesi è riuscito ad imporre il suo gioco e ad entrare nel cuore di tutti quelli che sono riusciti a vederlo, che difficilmente riusciranno a dimenticare un giocatore così. Sfrenato e fuori le righe, ma con un grande talento che, in un modo o nell'altro, ha sempre messo in campo. A lui non importava giocare, a lui importava prendere la palla, scartare tutti e segnare. A lui importava semplicemente essere Robin Friday, il più grande calciatore che non avete mai visto.
giovedì 6 marzo 2014
Inter ti presento Vidic
"Nemanja, oh oh oh, Nemanja, oh oh oh, he comes from Serbia, he'll fucking murder ya!". Basterebbe un semplice coro, cantato sulle note di "Nel blu dipinto di blu", per descrivere Nemanja Vidic. Non c'è bisogno di traduzione, il messaggio arriva comunque forte e chiaro: Vidic non ha paura di nulla e lo ha sempre dimostrato sul campo. Del resto, come dice lui stesso, "Sono cresciuto in mezzo alle bombe, perché mai dovrei avere paura di un contrasto aereo contro il portiere?". Ed è qui che sta la forza del centrale serbo: il coraggio. Pochi giocatori oggigiorno possiedono la stessa carica agonistica di Vidic e proprio questo lo ha reso uno dei migliori difensori degli ultimi anni. Ma il giocatore nato a Uzice non è solo cattiveria e impegno, perché a queste qualità è riuscito ad abbinare anche molto abilità tecniche, che lo hanno reso un pericolo pure per i portieri avversari, oltre che per gli attaccanti.
Con il Manchester United, Vidic ha vinto tutto quello che c'era da vincere, formando insieme a Rio Ferdinand una delle coppie centrali più solide degli anni 2000. Sin da quando è arrivato nel gennaio del 2006, il serbo ha imposto la sua leadership, imponendosi dapprima in Premier League e poi in tutta Europa. Nei suoi otto anni all'Old Trafford, si è guadagnato la stima, il rispetto e l'affetto di tutti, diventando uno dei giocatori più amati ed ereditando ufficialmente la fascia di capitano nel 2011, dopo l'addio di Gary Neville.
Dopo otto anni, dunque, Vidic lascia il Manchester United per provare una nuova esperienza nel campionato italiano con la maglia dell'Inter. La squadra nerazzurra ha sicuramente fatto un grande acquisto sotto il punto di vista dell'esperienza, ma se la politica di Thorir è "tutti sotto i 26 anni", la strada è ancora lontana: il difensore serbo è sulla via dei 33 anni, non di certo un giovincello. Ma a volte l'esperienza è più importante dell'età e Vidic arriverà in Italia per dimostrarlo. A dispetto di tutti i suoi detrattori, che lo danno ormai per pensionato.
Saluti, capitano.
sabato 1 marzo 2014
Il Superman rumeno dice no al Barcellona
Era il 1986. Il Barcellona era lontano anni luce dai momenti di gloria di questi tempi. In quella stagione, però, riuscì a battere sia i campioni d'Europa in carica della Juventus, che i futuri vincitori dell'edizione successiva, il Porto. Ma, come già detto, era il 1986, non il 1987. Il Barcellona in finale di Coppa Campioni ci arrivò, ma sulla sua strada incontrò un avversario che, da semplice outsider, divenne imbattibile.
Era il 1986, il primo anno senza squadre inglesi nelle competizioni europee. Dal 1975 al 1985 (ad eccezione del 1976 e del 1983), i club di Sua Maestà avevano sempre centrato la finale di Coppa Campioni, vincendola nel 1977, 1978, 1979, 1980, 1981, 1982 e 1984 con Liverpool, Nottingham Forest e Aston Villa. Il dominio venne spezzato dalla furia dei tifosi del Liverpool che, nella finale del 1985 contro la Juventus, ne combinarono di ogni, facendo entrare quel 29 maggio di diritto della storia del calcio. Con contorni negativi, purtroppo. La punizione della UEFA fu esemplare: ogni squadra sarebbe rimasta esclusa da qualsiasi competizione europea per un tempo indeterminato. Solo nel 1990 - un anno dopo un'altra tragedia del football inglese, quella di Hillsborough - i club inglesi furono riammessi, ma gli anni d'oro erano ormai passati. Troppe cose erano cambiate nel frattempo. Una cosa rimase uguale: il Barcellona, uno dei club più gloriosi di Spagna, aveva ancora zero Coppe Campioni in bacheca. Nel 1961 fu il mitico Benfica a negargli la gioia europea. Nel 1986 fu un simpatico portiere rumeno dai folti baffi: Helmuth Duckadam.
Era il 1986, il 7 maggio per la precisione. Si giocava una partita. No, qualcosa in più di un semplice incontro: era la finale della Coppa Campioni, che si sarebbe disputata in uno degli stadi più infuocati di Spagna, il Sanchez-Pizjuan di Siviglia. Solo quattro anni prima, era stato il teatro della stupenda semifinale del Mondiale tra Germania e Francia. Quella sera le cose andarono diversamente, perché se tra tedeschi e francesi le cose dovevano essere, e furono, incerte, quel 7 maggio il popolo gridava già un vincitore predestinato: il Barcellona. I catalani, infatti, avevano difronte i rumeni della Steaua Bucarest. Chi mai avrebbe pensato che quegli undici uomini arrivati da un paese semi-sconosciuto al resto del mondo, potessero battere i campioni spagnoli? Senza dimenticare che i catalani erano 60000 nello stadio. Quello che la squadra di Terry Venables avrebbe dovuto fare, era semplicemente segnare un gol, per poi godersi gli attimi di felicità al fischio finale. Una missione semplicissima. Forse troppo...
Era il 1986. La squadra più forte della Romania era la Steaua Bucarest, undici rumeni che nessuno conosceva allenati da Emerich Jenei. Un mix di esperienza e gioventù, ma anche molta fortuna. Nel primo turno incontrano i danesi del Vejle: 5-2 totale senza troppe storie. Negli ottavi regolano con un 4-1 interno le macerie della Honved. Nei quarti riescono a pescare la squadra più scarsa in mezzo a squadroni: i finlandesi del Kuusysi Lahti. Incredibilmente, sono la formazione che gli dà più noie, ma riescono comunque ad accedere alle semifinali, dove incontrano l'Anderlecht, che ha eliminato il Bayern Monaco nel turno precedente. L'ennesima prova di forza casalinga, spinge i rumeni verso un'insperata finale. Dall'altra parte del tabellone, il Barcellona suda sette camicie per eliminare Sparta Praga e Porto grazie alla regola dei gol in trasferta, la Juventus ai quarti (1-0 e 1-1), mentre in semifinale rimonta il 3-0 dell'andata al Goteborg, vincendo ai rigori. In finale ci arrivano loro, con una sola certezza: il trofeo avrà un nuovo vincitore, per il secondo anno consecutivo.
Quel 7 maggio del 1986 successe qualcosa di incredibile a Siviglia. Il Barcellona attacca, domina, tira, ma trova sempre un avversario insuperabile: Helmuth Duckadam. Il simpatico baffone è in giornata di grazia ed inventa un nuovo metodo per vincere: giocare con un portiere che non può subire gol. I catalani tirano, lui para. I catalani ritirano, lui ripara. Dopo 90' è ancora 0-0. Nei supplementari il copione non cambia. Dopo 120' il Barcellona non è ancora riuscito a segnare. Ma adesso ci sono i rigori, arriveranno i gol. O, almeno, tutti si aspettano, finalmente, dei gol. Batte Majearu: sbaglia. Tocca ad Alexanko: Duckadam para. Va Boloni: Urruti ci arriva. Pedraza batte a sinistra come Alexanko: Duckadam si oppone nuovamente. 120', quattro rigori e zero gol. Quel 7 maggio era già entrato nella storia. Ora toccava al baffo scrivere la sua. Lacatus riesce a segnare. Il Pichi Alonso non cambia lato, tira a sinistra: Duckadam ci arriva ancora. Balint segna. Marcos Alonso tira a destra, forse è la mossa giusta. Invece no, perché Duckadam nega il gol anche a lui. La Steaua vince 2-0 ai rigori la Coppa dei Campioni. L'eroe si chiama Helmuth Duckadam, un portiere che non può subire gol. Facile vincere così, vero? Quel giorno Superman si rivelò a noi umani e parve spiccare il volo verso una carriera ricca di successi. Invece...
venerdì 21 febbraio 2014
Triplette inglesi
Se dico "Inghilterra" la prima cosa che scatta alla mente è "Londra". D'accordo, è la capitale e il ragionamento fila liscio. Poi ci sono due strade percorribili: una porta al tè, l'altra al calcio. Ovviamente avete già capito quale tipo di via io preferisca prendere e, se siete qui, penso sia quella che scegliereste anche voi. L'Inghilterra, proprio per un principio storico, è legata indissolubilmente al calcio. Londra, con tutta la marea di squadre che hanno sede nella City, pure. Non solo con tutti i club, ma anche con tutti i calciatori nati nella stessa Londra. Basti pensare a David Beckham che a cavallo tra la fine degli anni '90 e l'inizio dei 2000 è diventato, probabilmente, il calciatore più conosciuto e famoso del mondo, anche e soprattutto per le sue vicende extra-calcistiche: leggasi "persona che avrebbe potuto tranquillamente fare il modello" e "matrimonio con una Spice Girl". Quindi, possiamo affermare, che Londra non solo è il richiamo internazionale al Regno Unito, ma lo è anche per quanto riguardo il football britannico. O almeno in grossa parte.
Ashton-under-Lyne potrebbe suonare nuovo ai più. Sarebbe, circa, come sapere il capoluogo di regione del Molise. Non è necessario saperlo, ma conoscere Campobasso non fa mai male. Ashton invece è leggermente più a nord del Molise, precisamente nella Greater Manchester, una contea nel nord-ovest dell'Inghilterra. Non ci vuole un genio per capire che siamo vicini a Manchester, la città che ospita lo United e il City. Capire cosa c'entri Ashton con il calcio è un po' più dura. Lì ci sono nate due persone che hanno due cose in comune, oltre al luogo di nascita: la professione e il massimo traguardo raggiunto. Uno è Simone Perrotta, calciatore campione del mondo nel 2006 con l'Italia. L'altro invece si ricollega a Londra, perché quando vinse il Mondiale, il suo capitano era proprio delle zone della capitale. Il capitano era Bobby Moore, una leggenda della Nazionale Inglese e del West Ham. Geoff Hurst era un suo compagno di club e di nazionale. Professione: calciatore; massimo traguardo: Mondiale del 1966; luogo di nascita: Ashton-under-Lyne. Il cerchio, dunque, si è chiuso? E invece no, perché manca l'ultimo tassello, quello che ci riporta definitivamente a Londra. Risponde al nome di Jimmy Greaves, ex attaccante di quell'Inghilterra campione nel '66, nato proprio a Londra. Però la finale la giocò Hurst. Perché?
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| Geoff Hurst con la maglia del West Ham United |
Jimmy Greaves è un classe 1940, Geoff Hurst 1941. Il primo a 18 anni non compiuti è già titolare nel Chelsea, con cui firma 22 gol in 35 partite di First Division come biglietto da visita. Non male! Il secondo ci mette qualche anno in più a maturare ed è "solo" intorno ai 20 anni che riesce a strappare un posto da titolare nel West Ham United. Già i due si incrociano, sono rivali, rivali cittadini. Peccato che il primo bruci le tappe, e mentre il secondo guadagna la maglia a 20 anni, Greaves qualche mese prima ne abbia già messi dentro 100 in First Division con la maglia dei Blues. È il più giovane in assoluto ad aver centrato tale traguardo. È il 1961: Greaves ha 21 anni e Hurst 20. Il primo è a 124 gol. Il secondo a zero. D'accordo che hai un anno e due stagioni in più, ma la prima sfida l'hai vinta tu, non ci sono alibi che tengano. Troppe poche 9 presenze, contro le 169 di Jimmy. A questo punto Jimmy decide di migrare per provare nuove esperienze. Lo accoglie il Milan, che pensa di aver preso un cannoniere di razza. Infatti è così: 10 partite, 9 gol. Litiga con l'allenatore però e torna a casa in pochissimo tempo. Londra gli mancava troppo e arriva al Tottenham Hotspur, che lo paga 99.999£: guai a caricarlo del peso delle 100.000£. Ed è così, mentre Greaves torna a casa, che Hurst si guadagna la sua prima stagione da titolare: 24 presenze, 1 gol. Lontani da quello che ci aspetterebbe da un attaccante.
Le stagioni intanto vanno avanti e si arriva al 1965. Geoff Hurst si è ormai affermato: segna con una buona continuità, gioca e sono tutti contenti. Sì, ma non ha fatto i conti con Greaves. Non soddisfatto dei titoli del 1959 e 1961 vinti con la maglia del Chelsea, inanella una serie di tre vittorie consecutive nella classifica dei marcatori dal 1963 al 1965. La sua tripletta l'ha servita così, alla sua maniera: tanti gol e tante triplette vere, sul campo, ovviamente.
La stagione decisiva è quella successiva, quella dell'anno dei Mondiali. L'anno magico lo vive Willie Irvine, attaccante del Burnley, che si laurea capocannoniere con 29 gol, 6 in più di Hurst, addirittura 14 più di Greaves. Irvine, però, non viene selezionato da Sir Alf Ramsey per i Mondiali casalinghi, Greaves e Hurst sì. L'attaccante titolare, ovviamente, è lui The Goal Machine: Jimmy Greaves. E chi se no? Anche se arrivava dalla sua stagione peggiore, il migliore rimaneva sempre lui.
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| Jimmy Greaves con la maglia del Tottenham |
È il 20 luglio 1966, si affrontano i padroni di casa inglesi e la Francia nell'ultima partita del Gruppo A, che vede l'Uruguay primo a 4, poi i Three Lions a 3, il Messico a 2 e i Galletti a 1. Partita da dentro o fuori, di conseguenza. La decide il compagno di reparto di Greaves, Roger Hunt, leggendario attaccante del Liverpool, che mette a segno una doppietta e sale a quota tre gol nel torneo. Tre dei quattro gol della Nazionale di Sir Alf Ramsey sono stati segnati da Hunt, l'altro da Bobby Charlton. Il grande Jimmy Greaves è ancora a secco, Hurst mugugna in panchina. Il 20 luglio però, durante la partita con la Francia, Greaves si infortuna e lascia il posto ad Hurst. Sarà la più grande fortuna della storia dell'Inghilterra. Tre giorni dopo, i quarti contro l'Argentina li decide proprio l'attaccante del West Ham, che manda la sua Nazionale per la prima volta tra le migliori quattro del mondo. La semifinale contro il Portogallo del temibile Eusébio si preannuncia una partita tanto bella quanto incerta. La spuntano gli inglesi, grazie a una doppietta di Bobby Charlton, che rende inutile il tentativo di rimonta finale firmato Eusébio. Hurst si mette ancora in luce e si guadagna di diritto un posto nella finalissima contro la Germania Ovest. Questa volta è Greaves che mugugna: nonostante i problemi fisici siano passati, la maglia da titolare non è più sua.
Era un sabato. 30 luglio 1966, ore 15, Wembley, Londra. La City torna per chiudere il cerchio di tutta la storia. Non è stata una finale, è stata molto di più. Troppo semplice etichettare come partita di calcio quello che successe quel giorno. I quasi 100.000 di Wembley assistettero ad un evento unico, mai più replicato da nessuno. La finale è bellissima, le due squadre giocano a viso aperto ed offrono un grande spettacolo. Dopo 12' Haller porta in vantaggio i tedeschi. Al 18', però, sale in cattedra Geoff Hurst, che servito da un'intelligente punizione di capitan Moore non ha difficoltà a pareggiare i conti. Al 78' è da un tiro sporcato della punta inglese che nasce l'azione del vantaggio inglese: Hurst tira, Hoetgges scivola, il pallone si impenna, Peters arriva come una furia e butta dentro quello che sembra essere il colpo del KO. Ma non sarà così. Primo perché i tedeschi non mollano mai, secondo perché la partita deve entrare nella leggenda. Quando mancano una manciata di secondi alla fine è Weber a siglare il 2-2, dopo un'astuta punizione di Emmerich. Saranno dunque i tempi supplementari a decretare il vincitore di questo Mondiale. Non dei semplici tempi supplementari, ma quei tempi supplementari. Quelli di Inghilterra-Germania Ovest. Quelli del gol-non gol di Geoff Hurst. È il 101' quando la punta inglese lascia partire un bolide dal limite dell'area piccola: la palla si stampa sulla traversa, rimbalza fuori dalla porta ma Hunt, appostato a un metro da lì, alza le braccia al cielo e fa esplodere Wembley. I tedeschi si lamentano, protestano, non hanno visto quella palla entrare. A questo punto la decisione passa al guardalinee, il sovietico Bakhramov. Basta un cenno con la testa per far entrare nella leggenda quella partita. Il suo sì fa definitivamente urlare gli inglesi, che tornano in vantaggio grazie alla doppietta di Hurst. Il secondo tempo è un assedio tedesco, che però si trovano inevitabilmente scoperti. Moore lancia Hurst a pochi secondi dalla fine e l'attaccante non sbaglia. 4-2 Inghilterra, tripletta personale per Geoff Hurst. Primo ed unico a riuscirci in una finale Mondiale. I tedeschi protestano, pensano che il guardalinee sovietico abbia favorito gli inglesi solo per vendicare l'eliminazione in semifinale dell'URSS. Ai padroni di casa queste cose non interessano e ringraziano sentitamente. Dopo anni di sberle, sono nuovamente loro i maestri del calcio. La sua tripletta Hurst l'ha messa a segno nel momento più importante, rubando la maglia a Greaves. Un vero smacco!
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| Il tiro del gol-non gol di Geoff Hurst |
Tornati a darsi battaglia nella First Division, i due continuano a segnare a raffica. Jimmy Greaves vince un altro titolo di capocannoniere nel 1969, l'ultimo della sua carriera: in totale sono sei, un record. Nel 1970 si ritroveranno compagni di squadra per una stagione e mezza, fino a quando nel 1971 Jimmy Greaves non dirà addio al calcio (anche se tornerà in serie minori dal 1975 al 1980). Hurst andrà allo Stoke City, prima di chiudere la sua carriera tra Sud Africa e Stati Uniti, dove troverà nei Seattle Sounders il suo ultimo club, nel 1976.
Con la Nazionale il rapporto di Greaves sarà controverso, non verrà infatti più convocato dopo il 1967, saltando dunque il Mondiale di Messico '70, nonostante continuasse a segnare. Mentre per Hurst la sorte riserverà un carriera internazionale fino al 1972.
Le statistiche dicono che Geoff Hurst abbia segnato 299 gol in 674 partite di club. Jimmy Greaves 422 in 602 presenze. Con l'Inghilterra Hurst ha siglato 24 gol in 49 caps. Greaves la bellezza di 44 in sole 57 partite, un record superato unicamente da Bobby Charlton e Gary Lineker, che la sua media gol se la scordano.
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| Jimmy Greaves con la medaglia del Mondiale |
La tripletta più importante è sicuramente quella di Geoff Hurst, tre gol che hanno consegnato l'unico titolo Mondiale all'Inghilterra. Ma è una tripletta sporca, a causa di quel secondo gol che non è mai entrato. Jimmy Greaves, dal canto suo, è l'ultimo giocatore ad aver segnato 40 gol in First Division (41 nel 1961 con il Chelsea) ed è il primatista di gol nella massima serie inglese. Forse tutti si ricordano Hurst per quella prestazione, ma dimenticare la carriera di Jimmy non è comunque giusto nei confronti di un attaccante leggendario. The Goal Machine resterà sempre lui: James Peter Greaves, uno che in carriera ha segnato quasi il doppio di Hurst. A volte, però, è importante segnare i gol al momento giusto e il vecchio Geoff, in questo, è stato un maestro. Nei libri di storia troverete sicuramente il suo nome, per quello di Jimmy servirà un po' più di ricerca, ma ne varrebbe sicuramente la pena.
Due triplette totalmente diverse, due storie che si intrecciano. Da Ashton-under-Lyne a Londra uno; da Londra a Milano andata e ritorno l'altro. È proprio vero che la City è il centro di tutto.
sabato 15 febbraio 2014
Tre giorni tristi

Gli anni passano, d'accordo, ma quando muore qualcuno d'importante nel mondo del calcio fa sempre un certo effetto. Le persone legate al pallone sembrano immortali, quasi circondate da un'aurea di immortalità. Invece, ovviamente, non è così. Sono esseri umani come tutti noi e, prima o poi, arriva il momento anche per loro di andarsene. E da un anno che è iniziato con la morte di Eusébio, uno dei più grandi delle storia, si spera solo che la striscia non continui. Purtroppo, negli ultimi tre giorni, sono venuti a mancare tre personaggi che, a modo loro, hanno contribuito alla storia del football: Corrado Viciani, Richard Møller Nielsen e Sir Tom Finney, scomparsi il 12, il 13 e il 14 febbraio. Va bene, uno classe 1929, l'altro 1937 e il terzo 1922, ma dispiace comunque. Dispiace soprattutto pensando all'apporto che hanno saputo dare al calcio. Viciani ha portato la Ternana in Serie A, reinventando il modo di giocare in Italia. Richard M. Nielsen è riuscito a portare la Nazionale Danese sul tetto d'Europa nel 1992. Un Europeo a cui non doveva nemmeno partecipare, ma che è riuscita addirittura a vincere grazie all'esclusione della Jugoslavia per cause belliche. Sir Tom Finney ha passato tutta la sua carriera al Preston North End, segnando 210 gol in 473 partite. In Inghilterra è una leggenda, avendo segnato 30 gol in 76 caps con i Three Lions, con cui ha partecipato ai primi Mondiali degli inglesi nel 1950. venerdì 14 febbraio 2014
D'amore e Falchetti
Ammettiamolo, non la consideriamo molto l'Umbria. Anzi, sappiamo a malapena dove sia. Siamo così noi italiani, abbastanza superficiali da non conoscere nemmeno il nostro territorio, quello per cui abbiamo lottato duramente oltre 150 anni fa. Occhio, però, appena ci toccano gli USA, Londra, Parigi. Ah, Parigi, la città dell'amore. Sì, va bene, ma anche in Italia c'è una città legata all'amore. E no, non mi riferisco a Verona con Romeo e Giulietta, ma a Perugia, dove c'è la Perugina. Ovviamente la connessione con l'amore sono i Baci, i cioccolatini, che proprio oggi dovrebbero registrare il loro picco di vendita. O almeno penso, non sono molto pratico di queste cose. E poi, stavolta lo ammetto io, il paragone Parigi-Perugia va un po' a scemare. Certo che poi son gusti: esisterà qualcuno che preferisce il caro e vecchio capoluogo umbro alla dolce capitale francese. Ecco, Perugia è in Umbria, quella regione un po' denigrata. Già, forse un po' troppo a dire la verità, perché io ho sempre reputato l'Umbria come il cuore dell'Italia: è nel centro esatto e, volendo, ricorda leggermente il cuore umano. Ah, ecco, ma allora torna l'amore? Forse sì, forse no... non son qui a scrivere storie d'amore. Ci ha già pensato quel William con Romeo e Giulietta. Non sono nemmeno qui a scrivere di geografia italiana: tanto l'Umbria se non l'avete assimilata alle elementari, è inutile che ve la rispieghi adesso. Però questa regione un po' mi ha colpito, quindi qualcosa ho voglia di raccontarvela.
Un giorno un mio amico su Facebook mi scrisse che avrei potuto buttare giù due righe sulla Ternana degli anni '70. «Bene, finalmente scopro qualcosa di nuovo», pensai. Pensiero esatto. Ci sono entrato dentro in quella storia e, magari con un pizzico di presunzione, posso affermare di aver fatto davvero un bel lavoro. Quello stesso mio amico pensa che scrivere qualcosa sul Foligno possa essere nuovamente una bella idea. Ma, allora, l'Umbria ormai si è innamorata di me, vuole farsi conoscere attraverso il calcio? Io ne son ben lieto, perché penso che questa regione meriti più importanza. Certo, il calcio, un diciassettenne, non potranno aiutare molto, ma è già qualcosa. Si fa quel che si può, in piccolo, ma lo si fa. Oh, poi se le squadre sono il Perugia, la Ternana e il Foligno non è che il calcio sia proprio lo strumento più adatto, però, le piccole squadre regalano spesso grandi storie. Poi, è ovvio che tocchi allo scrittore renderle coinvolgenti: ripeto, si fa quel che si può.
Stavolta la storia è di quelle proprio da calcio di provincia, senza i grandi palcoscenici e i grandi calciatori. È anche relativamente breve, però è importante. È importante perché è una rivincita, un motivo d'orgoglio, un modo per dire "ci siamo anche noi". Perché dovete sapere che in Umbria, ci sono essenzialmente solo due squadre: il Perugia e la Ternana, che sono le squadre dei due capoluoghi di provincia. C'è anche un'altra compagine però, il Foligno. Qua andiamo veramente nel calcio dilettantistico. Fondata nel 1928, questa squadra non ha praticamente mai conosciuto il professionismo ed ha sempre subito un complesso di inferiorità verso le due big del calcio umbro. Le storie, la storia, a volte cambia ed è questo il bello; perché se dopo quasi 80 anni in cui non hai combinato nulla, sfiori la promozione in Serie B, la storia cambia, eccome.
Nella stagione 2006/2007 il Foligno vince il Girone B della Serie C2 e viene dunque promosso in C1, dove avrebbe avuto la compagnia sia del Perugia che della Ternana. Solo le Fere, però, sono nello stesso girone dei Falchetti. Finiscono quarti, accedendo ai play-off che avrebbero decretato la promozione in Serie B, dove il Foligno non era mai arrivato. Nelle semifinali l'avversario è il Cittadella. La partita d'andata giocata in casa all'Enzo Blasone finisce 1-0 e i tifosi del Foligno cominciamo a sognare una prima, storica ed insperata qualificazione in Serie B, nonostante ci sarebbe dovuta essere ancora la finale. I sogni di gloria si infrangono al ritorno: al Tombolato il Cittadella ribalta tutto e vince 2-0. Batterà anche la Cremonese in finale ed andrà in Serie B. Ma non è questo l'importante. La storia bella l'aveva scritta il Foligno, riuscendo a raggiungere una semifinale play-off per andare in B, quando fino a tre anni prima militava ancora in Serie D. Finalmente i Falchetti avevano preso lo scettro del calcio umbro. La Ternana aveva concluso il campionato con un deludente 13° posto, mentre anche il Perugia aveva raggiunto le semifinali play-off nell'altro girone. Ma da una squadra con un buon passato in Serie A è il minimo che si ci aspetta. Per il Foligno il discorso è diverso, perché grazie a quel risultato pareva potersi lanciare verso il calcio dei grandi. Invece non tutte le favole finiscono bene e se quell'anno terminò con le semifinali perse, quelli successivi regalarono solo dispiaceri. Ma nella stagione 2010/2011 arriva l'ultima gioia: nei play-out per non retrocedere in Lega Pro Seconda Divisione, l'avversario è la Ternana. I Falchetti riescono a domare le Fere e batterle con un 2-1 complessivo, costringendo i Rossoverdi alla retrocessione. Nelle due stagioni seguenti, però, arrivano due reclusioni di fila, che portano la squadra addirittura in Serie D. L'obiettivo è quello di tornare subito in Lega Pro 2, per poi provare ad acciuffare nuovamente la Lega Pro 1 e riprovarci ancora con la Serie B e poter finalmente entrare di diritto nella corsa a miglior squadra umbra. Dopo anni in cui la Ternana e il Perugia l'hanno fatta da padrone, un nuovo nome potrebbe insidiare la loro supremazia; sarebbe stupido fermarsi proprio quando il traguardo sembrava raggiunto. Con calma, pazienza e dedizione tutto è possibile. Poi, in una regione verde come l'Umbria, perdere la calma mi sembra proprio impossibile.
Ah, ma allora è bella l'Umbria...
martedì 11 febbraio 2014
Capocannonieri della Coppa Campioni (1970-1974)

Mick Jones: 8 gol nel 1969/70 con la maglia del Leeds United. Nel primo turno sigla una tripletta al Lyn, segnando un gol anche al ritorno. Negli ottavi rifila due doppiette al Ferencvaros. Superati i quarti, si arrende al Celtic in semifinale.
Antonis Antoniadis: 10 gol nel 1970/71 con la maglia del Panathinaikos. Nel primo turno regola il Jeunesse con un gol all'andata e una quaterna al ritorno. Negli ottavi segna una volta all'andata e una al ritorno contro lo Slovan Bratislava. Nei quarti segna in casa dell'Everton un gol decisivo. In semifinale rifila un'altra doppietta alla Stella Rossa. In finale si arrende all'Ajax 2-0.
Lou Macari: 5 gol nel 1971/72 con la maglia del Celtic. Nel primo turno segna in casa del Boldklubben. Negli ottavi mette a segno una doppietta contro lo Sliema Wanderers. Nei quarti segna sia all'andata che al ritorno un gol contro l'Ujpest. In semifinale viene eliminato ai rigori dall'Inter.
Sylvester Takac: 5 gol nel 1971/72 con la maglia dello Standard Liegi. Segna due volte al Linfield nel primo turno. Mette a segno una doppietta contro il CSKA Mosca negli ottavi. Segna un gol all'Inter nei quarti, ma viene eliminato.
Gerd Mueller: 12 gol nel 1972/73 con la maglia del Bayern Monaco. Nel primo turno segna un gol all'andata e due al ritorno al Galatasaray. Negli ottavi mette a segno cinque gol contro l'Omonia, siglando due reti anche nel ritorno. Segna una doppietta all'Ajax nei quarti, ma viene eliminato.
8 gol nel 1973/74 con il Bayern Monaco. Nel primo turno ne mette due al Åtvidaberg. Negli ottavi segna due gol alla Dynamo Dresden. Ai quarti un altro al CKSA Sofia. In semifinale segna un gol all'Ujpest. Nella ripetizione della finale contro l'Atletico Madrid sigla una doppietta, facendo vincere la prima Coppa al Bayern.
Riassunto delle edizioni: Dopo i sussulti nordici di Celtic (1967) e Manchester United (1968), il calcio abbandona il Mediterraneo e l'ago della bilancia si sposta in Olanda. Dal 1970 al 1973 è un monologo Oranje, con l'Ajax che inanella tre successi consecutivi, preceduti dal trionfo del Feyenoord. È l'esaltazione del calcio totale olandese, che ha in Johan Cruijff il miglior artefice. Nel 1974 arriva la prima affermazione tedesca, grazie al Bayern Monaco.
Squadra simbolo: Ajax; da molti considerata la squadra più forte di sempre, gli olandesi riescono a raccogliere i frutti del lavoro iniziato a metà anni sessanta da Rinus Michels. Dall'1-4 subito dal Milan nel 1969 al 2-0 del 1972 contro l'Inter il passo è, incredibilmente breve. Tre affermazioni consecutive e una rosa piena di talenti hanno issato quell'Ajax tra le più grandi della storia.
Giocatore simbolo: Johan Cruijff; simbolo, sì, ma di cosa? Perché ridurre questo giocatore a simbolo di quattro anni è davvero un insulto; lui è stato simbolo di un'intera rivoluzione calcistica, è stato ed è uno dei più grandi simboli del calcio. In quegli anni nessuno pare potersi avvicinare al Profeta, che sembrava letteralmente sceso da chissà dove per insegnare il football a noi tutti. Nei tre successi dell'Ajax Cruijff è il migliore, il trascinatore di tutte le partite. In quegli anni arrivano anche tre Palloni d'oro, poi la scelta di migrare a Barcellona per seguire il mentore Michels. Poco male, continuerà a strabiliare il mondo anche in Spagna. Chapeau!
Albo d'oro:
1969/70: Feyenoord-Celtic 2-1 (Israel 31', Kindvall 117'; Gemmell 29'); 6 maggio 1970 San Siro, Milano;
1970/71: Ajax-Panathinaikos 2-0 (van Dijk 5', Haan 87'); 2 giugno 1971 Wembley, Londra;
1971/72: Ajax-Inter 2-0 (Cruijff 47', 78'); 31 maggio 1972 Feyenoord Stadion, Rotterdam;
Squadra simbolo: Ajax; da molti considerata la squadra più forte di sempre, gli olandesi riescono a raccogliere i frutti del lavoro iniziato a metà anni sessanta da Rinus Michels. Dall'1-4 subito dal Milan nel 1969 al 2-0 del 1972 contro l'Inter il passo è, incredibilmente breve. Tre affermazioni consecutive e una rosa piena di talenti hanno issato quell'Ajax tra le più grandi della storia.
Giocatore simbolo: Johan Cruijff; simbolo, sì, ma di cosa? Perché ridurre questo giocatore a simbolo di quattro anni è davvero un insulto; lui è stato simbolo di un'intera rivoluzione calcistica, è stato ed è uno dei più grandi simboli del calcio. In quegli anni nessuno pare potersi avvicinare al Profeta, che sembrava letteralmente sceso da chissà dove per insegnare il football a noi tutti. Nei tre successi dell'Ajax Cruijff è il migliore, il trascinatore di tutte le partite. In quegli anni arrivano anche tre Palloni d'oro, poi la scelta di migrare a Barcellona per seguire il mentore Michels. Poco male, continuerà a strabiliare il mondo anche in Spagna. Chapeau!
Albo d'oro:
1969/70: Feyenoord-Celtic 2-1 (Israel 31', Kindvall 117'; Gemmell 29'); 6 maggio 1970 San Siro, Milano;
1970/71: Ajax-Panathinaikos 2-0 (van Dijk 5', Haan 87'); 2 giugno 1971 Wembley, Londra;
1971/72: Ajax-Inter 2-0 (Cruijff 47', 78'); 31 maggio 1972 Feyenoord Stadion, Rotterdam;
1972/73: Ajax-Juventus 1-0 (Rep 4'); 30 maggio 1973 Stadio Stella Rossa, Belgrado;
1973/74: Bayern Monaco-Atletico Madrid 1-1 (Schwarzenbeck 120'; Aragones 114'); 15 maggio 1974 Heysel, Brussels
Ripetizione: Bayern Monaco-Atletico Madrid 4-0 (Hoeness 28', 83', Mueller 58', 71'); 17 maggio 1974 Heysel, Brussels
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