lunedì 2 febbraio 2015

Risposte dal passato: cos'è la passione?

Non sono solito pubblicare qualcosa di non mio, ma questo brano merita. La passione, nel calcio così come nella vita, non si insegna, ma è un qualcosa di totalmente istintivo: o ce l'hai, o non ce l'hai. Nel primo caso, va bene, puoi procedere; nel secondo, qualsiasi cosa tu stia facendo, meglio se lasci stare. 

"Nel 2000 decisi di smettere con l'attività giocata. Sentivo che fisicamente la competizione con generazioni più giovani non mi permetteva di esprimermi più con la stessa lucidità di un tempo. Accettai la proposta di allenare e ebbi l'amara conferma che mi sarebbe stato possibile insegnare calcio, ma non trasmettere la passione. La passione è quella cosa che ti fa percorrere 5 km a piedi al mattino della domenica per andare a vedere un tuo amico che prende 6 gol e ripercorrerne altrettanti per tornare per pranzo perché alla una dovevi essere "Su al campo". È quella che ti fa allenare sotto la pioggia, la neve, nel fango, sulla ghiaia per i boschi; che ti fa alzare alle 7 del mattino per andare a giocare alle 9.30 a 30 km di distanza perché alle 11 poi giocava un'Under 20. 
Ho avuto modo di conoscere i genitori dei calciatori in erba e ne sono rimasto nauseato. Gente frustrata che vorrebbe che il figlio facesse quello che loro non sono stati in grado e si sentono in diritto di dirti cosa devi fare perché sono loro che ci mettono le macchine per le trasferte. Questo con gli esordienti. Con la Juniores devi combattere con i rientri mattinieri dalle discoteche, con il calcio vissuto virtualmente e la mancanza di voglia di sacrificarsi, di lottare in campo per un unico scopo di squadra. Con gente che sapeva già che avrebbe smesso di lì a qualche anno. A quel punto tu ti chiedi «Ma chi me lo fa fare a sbattermi per uno che sa già che l'anno prossimo non giocherà più?»"

martedì 27 gennaio 2015

Principi non troppo fiabeschi, parte due

L'eleganza è quella raffinatezza che ti fa eccellere su tutti, quella che ti distingue, quella che ti mette su un piedistallo per farti ammirare dagli altri. Meglio di un piedistallo, c'è solo un trono; che però è per i re, per quelli che hanno delle responsabilità e devono caricarsi tutto sulle spalle. Capita, a volte, che arrivino persone in grado di sopportare il peso di tutti, ma che lasciano il trono agli altri. Forse aspettandolo, o forse fregandosene. Sul piedistallo ci finiscono loro e, volendo, per la loro innata eleganza consegnatagli dalla natura, vengono chiamati principi. Salta subito alla mente il legame tra la parola "principe" e il calcio. Questa storia, invece, di immediato e scontato non ha nulla, perché ad unire argentini ed uruguaiani ce ne vuole. E anche tanto.




"Questo è matto". Nella storia del calcio, quando questa frase viene accostata ad un calciatore, molto spesso si tratta di un grande calciatore, perché la pazzia, si sa, va a braccetto con il talento. Genio e follia, si diceva. La follia di lasciare una delle migliori squadre di Francia ed Europa, per approdare in un club molto meno blasonato. Enzo Francescoli, nel 1990, fece il viaggio Marsiglia-Cagliari. Solo andata. Per dimostrare, ancora una volta, quanto lui fosse elegante non solo in campo, ma anche e soprattutto nella vita. Dal titolo di Francia alla lotta per la retrocessione. Tappe intermedie di una carriera che gli ha regalato tante gioie e che lo ha visto ai vertici del calcio sudamericano ed europeo per parecchi anni.

Ora torniamo indietro, perché anche questa storia inizia da Montevideo. Anche questa volta il club di partenza è il Montevideo Wanderers. Tre stagioni, 74 partite e 20 gol bastano per attirare l'attenzione di alcuni club. Tra tutti, spicca il River Plate, verso cui Francescoli nutre una particolare passione. «So che si tratta di un club elegante, i cui tifosi ammettono solo chi sa giocare, chi ha uno stile definito, chi si fa notare sempre per il suo bel calcio.» Appunto, elegante, come Enzo. Lo vedi danzare per il campo, in attesa di piazzare il colpo decisivo, con una compostezza che fa innamorare chiunque lo guardi. El Principe, mai come in questo caso, è un soprannome azzeccatissimo. 
Prima di firmare per la squadra argentina, ha il tempo di giocare e vincere la Copa America con l'Uruguay. Apre le marcature nella finale d'andata contro il Brasile e la Celeste conquisterà così il suo dodicesimo titolo, a sedici anni di distanza dall'ultimo. Con Los Millionarios, invece, si scopre grande bomber. Nei suoi primi tre anni mette a segno 68 gol, vincendo il campionato argentino nel 1985/86. Dopo un Mondiale in Messico disastroso, decide di approdare in Europa, per completare il suo bagaglio tecnico, ma in particolare tattico. Arriva al Racing Club di Parigi, dove segna sì con una buona continuità, ma rimane sempre invischiato in campionati non esaltanti. In tre stagioni, la migliore è la seconda, con un settimo posto, mentre nell'ultima si rischierà la retrocessione. Nel frattempo, riuscì anche a rivincere la Copa America nel 1987. Nel 1989, quindi, cambia nuovamente aria e si sposta nel sud della Francia, a Marsiglia per la precisione. Segna 11 volte in 28 occasioni, vince il campionato e raggiunge le semifinali di Coppa Campioni. La squadra della Provenza è senza dubbio tra le migliori in circolazione e Francescoli è tra i migliori calciatori. Poi, la svolta. Tra gli anni '80 e '90, per dimostrare di essere davvero un calciatore bravo, dovevi affrontare un importante banco di prova: quello della Serie A. Enzo lo sa e per questo capisce che è arrivato il momento di trasferirsi in Italia. Non importa dove. Firma quindi con il Cagliari, dove rimarrà per tre anni, diventando un idolo dei tifosi. Nella prima stagione non ingrana subito, ma poi si carica sulle spalle la squadra, conducendola alla salvezza. Arretra anche la sua posizione, infatti le statistiche ne risentono, ma diventa un uomo chiave della squadra. Nel 1992/93, il Cagliari arriva sesto, condotto da un meraviglioso Francescoli, autore di 7 gol e di tante altre giocate e assist. Alla fine, così matto non lo è stato. Poi, per non lasciarsi mancare niente, si accasa al Torino, in quella che è sicuramente la sua peggiore stagione. Pochi gol e una forma fisica lontana parente di quella vista a Cagliari. Nel 1994, dopo solo una stagione, torna in Argentina, al River Plate, il club dei suoi sogni. Ma lo fa quasi da ex giocatore, quasi fosse un pre-pensionamento. A 33 anni, invece, fa vedere a tutti il sangue blu, quello della regalità, dell'eleganza, perché lui è El Principe. Segna 23 reti in 38 partite stagionali: El Principe è tornato. Nel 1995, vince la sua terza Copa America, da protagonista, con il titolo di miglior giocatore del torneo. Nello stesso anno viene votato miglior giocatore d'argentina, a dieci anni dall'ultima volta, e anche miglior giocatore del Sud America, undici anni dopo. Nelle tre stagioni dal 1994 al 1997, vincerà altre tre Apertura e un Clausura. Nel 1996 arriverà la Copa Libertadores, l'ultimo trofeo importante di una carriera che lo ha visto protagonista in Argentina, Francia e Italia. Oltre, ovviamente, che con l'Uruguay. Nel 1997 si ritirerà, lasciando un grande vuoto nel calcio uruguagio, argentino e mondiale. Ma sarà sempre ricordato come El Principe: classe ed eleganza made in Montevideo.

lunedì 26 gennaio 2015

Alla fine son 200

Senza i momenti di pausa e riflessione, non penso che la vita sarebbe la stessa. Servono. Non c'è nient'altro da aggiungere: servono. Riesci a rimetterti a posto con te stesso, continuando sempre dritto per la tua strada. E allora, siccome i momenti di pausa nascono quando si fa effettivamente qualcosa, vi propongo questa storia, in modo da poter capire meglio il perché e il come io abbia deciso di imboccare questa strada. 

Ci sono delle tappe, nella vita di ognuno di noi, senza le quali non sapremmo nemmeno chi siamo e cosa vogliamo.


Lui è Adrian Mutu. È un ex giovane stella rumena, mai del tutto esplosa, che ha vissuto dei bei momenti nel campionato italiano, in particolare con le maglie di Parma e Fiorentina. In mezzo alla sua avventura italiana, trovò anche spazio per migrare in Inghilterra, al Chelsea. Giocò la stagione 2003/2004 e all'inizio di quella successiva venne trovato positivo alla cocaina. La società inglese lo licenziò, la FA lo multò con 20.000£ e ricevette una squalifica di sette mesi. Si rifece, tornando in Italia, alla Juventus, prima di riscoprirsi davvero grande alla Fiorentina. 
Qualche anno dopo, nel 2007, Francesco Flachi venne condannato a ventiquattro mesi di squalifica sempre per cocaina. Tornò nel 2009, ma il 19 dicembre dello stesso anno venne ancora trovato positivo. Stavolta i mesi di squalifica furono dodici e segnarono, di fatto, la fine della sua carriera.
Qualche giorno dopo, nel gennaio del 2010, Mutu venne ancora accusato di assumere sostanze dopanti e venne squalificato per altri nove mesi.
Al rientro dalla vacanze di Natale di terza media, la prof. di italiano ci assegnò un tema in classe. Io, grande amante di calcio, scrissi qualcosa su Mutu e Flachi e sulle loro carriere rovinate da queste sostanze. Avevo sempre preso 6 nei temi. Sempre. Quando la prof. consegnò i compiti, il mio fu uno dei più grandi sorrisi mai visti: presi 8! Il mio primo 8 in un tema. Lì, in quel gennaio 2010, iniziai a capire che forse il calcio poteva, anzi doveva, far parte della mia vita. 

Sono passati ormai cinque anni da quel giorno. Cinque anni completamente dedicati al calcio e all'approfondimento della mia passione. Poi, un giorno, qualcuno mi convinse a creare questo blog. E lo creai. Magari, sì, un po' per scherzo, per mettermi alla prova, senza sapere che ci avrei dedicato anima e corpo ogni giorno. E allora sì, che dopo un po', hai bisogno di una pausa, di un attimo di riflessione. Ti rimetti insieme e pensi al da farsi. Ci ragioni e poi dici che no, di smettere non se ne parla. Non se ne parla perché, in fondo, sarò pure un ragazzo timido e modesto, ma non sono di certo scemo, e i complimenti che mi fate li vedo, li sento, ma soprattutto li apprezzo; è grazie a voi che è nato questo blog ed è sempre grazie a voi che continua. Questo è il mio duecentesimo post, un bel traguardo, che senza quelle pause sarebbe potuto essere molto superiore; ma non sono una macchina, un computer che scrive tanto per. Tutti, me compreso, a volte, decidono di fermarsi. La differenza sta nello sfruttare a pieno i momenti di rilassatezza, per imparare sempre cose nuove. Le cose che scrivo qui, che dico, che racconto. Ho diciotto anni, gli ultimi sette li ho passati dedicandomi completamente al calcio. E sono davvero contento che, alla fine, questo non si sia rivelato tempo sprecato. Perché ad ogni "bravo", "hai talento", "sei forte", non nego di sentirmi orgoglioso di me stesso e questo è possibile solo grazie a voi. 

Grazie, Tuc

domenica 25 gennaio 2015

L'altra Germania Ovest-Ungheria

È evidente che la Germania avrà sempre a che fare con Austria e Polonia, due nazioni tristemente legate ai tedeschi per i motivi che voi tutti sapete. Il filo conduttore di tutto è l'Ungheria, la Grande Ungheria per essere precisi. Ci sono due partite da ricordare di quella Nazionale praticamente perfetta, due incontri spesso dimenticati: l'ultima sconfitta prima della serie di 31 risultati utili, e la prima partita di quella serie. Indovinate un po' quali furono le avversarie. Ovviamente Austria e Polonia. Il 14 maggio 1950, al Prater di Vienna - non ancora intitolato ad Ernst Happel, uno che non ha bisogno di presentazioni - andò in scena una partita che si concluse 5-3 per i padroni di casa, che interruppero quindi il filotto di cinque vittorie consecutive dei magiari. Puskas e Kocsis, i due bomber di quella squadra, andarono entrambi a segno. Così come Gyula Szilagy, autore poi di una tripletta nel match del 4 giugno in Polonia, in cui l'Ungheria si impose per 5-2, grazie anche a un doppio Puskas. Lì, allo Stadio Wojska Polskiego, era nato il mito della Squadra d'oro. 


Ora, inutile che vi stia a raccontare di tutti i campioni che facevano parte di quella Nazionale, del suo allenatore, dei risultati che ottennero, della doppia umiliazione che rifilarono agli inglesi, della marcia perfetta dal 1950 al 1954 e del Mondiale perso nella maniera in cui tutti sapete. No. Voglio mantenermi in una posizione centrale e analizzare una delle partite più controverse di quel Mondiale. Ungheria-Germania Ovest 8-3. È il 20 giugno del 1954, i magiari non perdono da ormai più di quattro anni e hanno esordito al Mondiale con un sonoro 9-0 sulla malcapitata Corea del Sud. La Germania Ovest, dal canto suo, è una squadra abbastanza indecifrabile. Può contare sulla classe di Fritz Walter, a cui si affiancano suo fratello Ottmar, Werner Kohlmeyer, Werner Liebrich e Horst Eckle, a formare lo zoccolo del Kaiserslautern, oltre a Hans Schäfer, Helmut Rahn e Max Morlock. È una bella squadra, al Mondiale però ci sono anche Uruguay, Brasile, Jugoslavia. Clienti scomodi, forse messi meglio della Mannschaft. Fatto sta che l'esordio nelle qualificazioni è tutt'altro che da ricordare: un 1-1 in terra norvegese, strappato grazie al capitano Fritz Walter. La seconda ed ultima partita d'andata (gironcino a tre squadre) meriterebbe una storia a parte. A Stoccarda si gioca uno strano derby tedesco: Germania Ovest-Saar. Finisce 3-0, senza che vi stia a raccontare la parte politica antecedente a questo incontro. Il 22 novembre 1953, la Germania Ovest si avvicina alla qualificazione grazie a un 5-1 senza repliche sulla malcapitata Norvegia. Segnano praticamente tutti: i fratelli Walter, Morlock e Rahn. Il 28 marzo 1954, il Mondiale il pass Mondiale viene conquistato con un 3-1 "esterno" a Saarbrucken. 

Ora facciamo un passo indietro, piccolo, perché già sto divagando troppo. Ho parlato dei giocatori, ho detto di come sono arrivati al Mondiale. Sì, ma chi era il trainer di quella Mannschaft? Anche lui meriterebbe una grande parentesi, ma mi limito a dire che è stato il vice del Dottor Otto Nerz, che condusse la Germania al terzo posto nei Mondiali del 1934. A seguito di una brutta Olimpiade nel 1936, venne allontanato e allora prese il posto il suo secondo: Josef detto Sepp Herberger. Un personaggio molto amato, capace di condurre la Nazionale per 28 anni, fino al 1964, quando lasciò la panchina anch'egli al suo vice, tale Helmut Schön, il quale vivrà altri bei momenti. A proposito, sulla panchina della Saar, per quelle qualificazioni, c'era proprio lui. Eh, il destino.

Francobollo raffigurante Herberger (sinistra) e Schön (destra)
Va bene, però ora sto uscendo fuori dal discorso; torniamo a noi. Torniamo a quel 20 giugno 1954. I magiari hanno già fatto a fettine i simpatici coreani, la squadra di Herberger ha regolato la Turchia. Secondo la strana formula di questo torneo, chi vince si sarebbe garantita l'accesso ai quarti, perché non c'era bisogno di affrontare tutte le squadre - io, e non solo, stento ancora a capire il senso di quel formato. In ogni caso, la partita è senza storia: Kocsis ne mette dentro addirittura quattro e i magiari vincono 8-3. È, forse, la prova di forza più incoraggiante per l'Ungheria, dopo il doppio successo contro gli inglesi. È la dimostrazione che questo Mondiale è loro, se ancora ci fossero dubbi. Da qualche parte, però, Sepp Herberger sta ridendo sotto i baffi che non ha. Sì, perché a leggere la formazione di quella Germania Ovest, qualcosa non torna. Certo, ci son dentro le riserve. Ma perché mettere le seconde linee contro la squadra più forte del mondo? Sempre per quello strano motivo dell'insolita formula: Herberger sa che la Turchia vincerà contro la Corea del Sud e quindi dovrà giocare lo spareggio contro di loro. E giocare contro una squadra che conosci e che hai già battuto, è quasi una passeggiata. Quindi fuori quelli bravi, mettiamoli a riposo, e dentro gli altri, che comunque faranno stancare un pochino gli ungheresi. A Liebrich viene affidato un ruolo fondamentale: «Lo Vedi il 10?». «Sì». «Bene, non farmelo più vedere». Deve essere andata più o meno così quella conversazione tra Liebrich ed Herberger. E infatti, sul 6-1, il tedesco entra direttamente sulla caviglia del povero Puskas. Fuori. E salterà tutte le altre partite, fino alla finale, che giocherà comunque malconcio. «Eh, bravi, bravi, vincete pure questa, che io i conti li so fare bene. E so anche che si fanno alla fine». Il trainer tedesco è furbo e nell'altra partita, Suat e Burhan stanno seppellendo i coreani. Ungheria ai quarti, Germania Ovest e Turchia allo spareggio. Nonostante la partita sia abbastanza equilibrata, ai tedeschi va tutto bene e ne mettono dentro 7. I turchi solo 2. Ai quarti, ovviamente, ci va la formazione capitanata da Fritz Walter. Il piano di Herbeger ha funzionato a meraviglia: hanno passato il turno senza particolari patemi, non sono stanchi, hanno pompato ancora di più il mito dell'Aranycsapat, privandola pure del suo condottiero. I conti si fanno alla fine, lo sanno tutti. Sepp meglio di tutti, perché già a partire dai quarti, quella squadra indecifrabile assume una propria identità e per gli altri saranno solo dolori. Il finale, ovviamente, lo sapete. Ma quella è un'altra storia. Questa, invece, è la storia dell'altra Germania Ovest-Ungheria, la vera partita in cui la Mannschaft vinse il Mondiale.

sabato 24 gennaio 2015

Toreri sfortunati

C'è una vecchia barzelletta che fa più o meno così «Due amici si incontrano ed uno fa all'altro: "Sai, sono stato in Spagna, sono andato ad una corrida e poi al ristorante ed ho ordinato le Palles del Vinto. Buonissime, sono due enormi palle di carne, una delizia unica dovresti provarle!" L'amico, convinto, va in Spagna e si reca al ristorante citatogli dall'amico. Si siede ed ordina le Palles del Vinto. Poco dopo torna il cameriere con un piatto con sopra due palline bianche, piccole e secche. Allora chiede al cameriere: "Scusi, ma mi avevano detto che questo piatto era con due grosse e succulente palle di carne." Ed il cameriere risponde: "Certo, ma non sempre vince el torero!"»

Già, non sempre va bene ai toreri. A volte, per esempio, può capitare che vengano colpiti in pieno dalle corna del toro; e lì sì che son dolori. La forza dei bravi toreri sta, innanzitutto, nel non farsi colpire, ma anche nel riuscire a rialzarsi dopo un colpo, tornando più forti di prima. Ovvio, quando ci son di mezzo i tori, è difficile, ma quando si tratta di calcio, la storia è più semplice. Di toreri, il football, ne ha qualcuno, il più famoso è Mario Gomez, che però sembra essere stato irreparabilmente colpito da un toro che sfrecciava a tutta velocità verso il suo ginocchio. Morale: lesione parziale del legamento, a cui si aggiungerà poi un'infiammazione al tendine che lo terrà fuori dai campi per circa cinque mesi. Era il 15 settembre 2013 e, dopo un avvio positivo di stagione con la maglia della Fiorentina, El Torero Gomez stava per iniziare un lungo calvario che lo avrebbe portato ad un drastico ridimensionamento delle sue statistiche. Infatti, al suo arrivo a Firenze, Gomez era campione di tutto con il Bayern e segnava a ripetizione. I numeri parlano per lui: 138 gol in 236 partite di Bundesliga con le maglie di Stoccarda e Bayern Monaco, per una media di 0,58. Nella Top 20 dei marcatori del campionato tedesco, solo Dieter Muller (0,58), Jupp Heynckes (0,60), Horst Hrubesch (0,61) e il solito Gerd Muller (0,85) possono vantare una media pari o migliore. Nell'ultima stagione al Bayern, complice qualche infortunio, non giocò alcune partite, riuscendo comunque a raccogliere 32 presenze, mettendo a segno ben 19 gol. Nelle due annate precedenti, centrò la porta per un totale di 80 volte in appena 92 partite, con l'incredibile score di 21 reti in sole 20 partite di Champions League dal 2010 al 2012. Al suo addio dai bavaresi, aveva segnato 113 gol in 174 gare: cifre da grande attaccante. In tutto ciò, anche in campo internazionale se l'è cavata bene con la maglia della Germania: 25 gol tra il 2007 e il 2012, con il titolo di capocannoniere ex aequo ad Euro 2012. Insomma, quando la Fiorentina comprò Gomez, pensava di aver concluso un grande affare. Tutti lo pensavano. Ed El Torero lo stava dimostrando: dopo l'esordio in Europa League contro i Grasshopper, Gomez ci mette solo due giornate per trovare la prima gioia in Serie A. Anzi, le prime gioie, dato che a Marassi contro il Genoa arrivò una doppietta. Due settimane dopo, però, contro il Cagliari, successe quello che ho scritto prima. Un grave infortunio che ha impedito a Gomez di giocare quasi tutta la stagione. Un toro che il torero non è stato in grado di matare. SuperMario, però, non è un torero normale, non si arrende alla prima difficoltà e cerca sempre di tornare, sempre più forte di prima. Il 13 marzo 2014, quasi un mese dopo il suo rientro, segna in Europa League contro la Juventus. Siccome la fortuna non pare essere amica di Gomez, dieci giorni dopo subisce un nuovo infortunio. Lui però si fa forza, ma soprattutto, la società e i tifosi sono dalla sua parte. Lo hanno aspettato per cinque mesi e continueranno ad aspettarlo. 
La nuova stagione doveva essere quella della rinascita. Invece, il 21 settembre, arriva un altro stop, questa volta di due mesi. Quando torna ha ancora tutta la fiducia dell'ambiente, ma è sempre più preso di mira dalla stampa e dalla critica. Segna contro il Cagliari, ma non è sufficiente. Le prove negative continuano ad essere troppe e la forma migliore è ormai un triste ricordo. Poi, però, arriva la scintilla che potrebbe riaccendere il campione: una doppietta in Coppa Italia contro l'Atalanta, a gennaio, a due mesi dall'ultimo gol. El Torero ha un'altra chance, un'altra possibilità per dimostrare ancora di essere un grande attaccante. L'ultima, forse. L'ultima occasione per poter affermare che lui è Mario Gomez, El Torero, e che non si darà mai per vinto, perché questo è il momento di prendere il toro per le corna e ricominciare a segnare a ripetizione. L'ultima opportunità per mandare in porta le Palles del Vinto, che ovviamente non sarà lui.


mercoledì 21 gennaio 2015

Dieci anni per diventare il migliore

«Cercando il buono di questa spedizione non posso non sottolineare che è in corso un profondo rinnovamento della squadra. Nel secondo tempo contro la Repubblica Ceca hanno giocato quattro Under 21, sono loro che rappresentano il futuro.» Prendete queste parole e stampatele nella vostra mente, perché quel giorno da queste poche righe è nata una squadra che avrebbe cancellato due delle più grandi figuracce della storia tedesca.

Siamo a Lisbona, il 23 giugno 2004, in occasioni degli Europei organizzati dal Portogallo. La Germania di Rudi Völler arriva all'ultima partita del girone contro la Repubblica Ceca con la consapevolezza di dover vincere a tutti i costi. I cechi, a quota 6 punti e già qualificati, schierano addirittura le seconde linee, la Mannschaft, invece, di punti ne ha 2 e sa che l'Olanda, a 1, batterà sicuramente la Lettonia: è una partita da non perdere, dentro o fuori. Aspetta, ma vuol dire che la Germania non solo rischia di non qualificarsi al secondo turno, ma anche che sarebbe la seconda volta consecutiva. Infatti ad Euro 2000, nell'ultimo e decisivo match, il Portogallo, anche allora già qualificato e rimaneggiato, sconfisse i campioni in carica con un secco 3-0, grazie ad una tripletta di Sérgio Conceição. Nel 2004, invece, le cose sembravano essersi messe per il verso giusto: dopo 21' Ballack aveva fatto 1-0, ma già al 30' Heinz aveva pareggiato i conti. Dopo l'1-1 i tedeschi si sciolsero, non riuscendo più a giocare con la giusta convinzione. Le occasioni non mancarono, ma non furono mai concretizzate. Poi, al '76, Milan Baros porta in vantaggio i cechi, sancendo l'eliminazione della Germania. Tra gli undici che finirono la partita con la Repubblica Ceca, erano presenti anche tre ragazzini che rispondono al nome di: Philipp Lahm, Bastian Schweinsteiger e Lukas Podolski. Völler, in conferenza stampa, si riferisce a loro, perché sa che sono il futuro e che è da lì che la Germania tornerà grande. Anche perché, nell'arco di ventiquattro mesi, ci sarà il Mondiale casalingo.


Ovvio, il Mondiale è bello, però bisogna anche avere una squadra all'altezza. Stadi ed organizzazione passano come "no problem", tanto loro sono tedeschi, figuriamoci se questi son fattori che possono dar fastidio. Rimane una squadra che ha fallito due volte due gli Europei e che ha conquistato un secondo posto in Corea e Giappone che non è sufficiente per mascherare un'involuzione abbastanza rapida. Il primo passo lo compie Völler, rassegnando le dimissioni subito dopo l'Europeo. Sulla panchina della Germania arriva il signor Jürgen Klinsmann, al suo primo incarico dopo il ritiro. Klinsmann, qualche anno prima, aveva conosciuto un giovane allenatore durante un corso che lo aveva colpito. E, a giudicare da quello che gli promise, lo colpì molto. Furono sufficienti poche parole «Sai che tu mi piaci? Al primo incarico serio che avrò, tu mi farai da vice.» E l'ex giocatore dell'Inter fu di parola, perché nel 2004, alla sua prima esperienza da allenatore, si portò quello lì come assistente. Klinsmann, a questo punto, ha in mente solo il Mondiale casalingo. In due anni cambiò tutto, trasformando una squadra vecchia e demotivata, in un gruppo di giovani pronti a spaccare il mondo. E lo fece contro tutto e contro tutti. Costa Rica, Polonia ed Ecuador furono le vittime del girone, Svezia e Argentina quelle della fase ad eliminazione diretta. Poi, in semifinale, arrivano loro, arrivano gli italiani. Se c'è una squadra che i tedeschi non vorrebbero mai affrontare, quella è sicuramente l'Italia. Perdono sempre e le statistiche non mentono. Quando i tiri di Gilardino e Zambrotta si infrangono, rispettivamente, sul palo e sulla traversa, la speranza sale e la convinzione di passare in finale cresce. Poi Grosso tira fuori il gol della vita e Del Piero completa l'opera. L'Italia passa, ma la Germania c'è, la mentalità c'è, i giocatori ci sono e ci saranno, perché sono giovani. Quello che forse ci ha visto più lungo di tutti è Klinsmann, perché non solo ha investito per il futuro sul campo, ma anche sulla panchina. Dopo la vittoria nella finalina contro il Portogallo, lascia il posto da c.t. e gli subentra il suo assistente, quello che lo colpì molto. Di nome fa Joachim e di cognome Löw. E ora la risalita della Germania ai vertici del calcio europeo e Mondiale è tutta nella sue mani.


Ma chi è Joachim Löw? Ha giocato come attaccante tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '90 con fortune alterne tra Bundes e Zweite Liga. Da allenatore fa tanta gavetta e ottiene qualche gioia con lo Stoccarda sul finire del millennio. La grande occasione gli si presenta quando Klinsmann lo chiama come seconda. Lui non se la lascia sfuggire ed inizia ad apprendere per diventare il migliore e portare la Germania sul tetto del mondo. D'ora in poi sarà per tutti "Jogi".

Löw capisce che non deve smuovere troppo le carte in tavola, per questo si affida sempre ad una mentalità spiccatamente offensiva. Come vice sceglie Hans-Dieter Flick, quattro volte campione di Germania con il Bayern Monaco; tenete a mente il personaggio, perché tornerà utile. L'avvio è sfavillante: ne dà tre alla Svezia in amichevole, poi colleziona tre successi di fila nelle qualificazioni europee, tra cui un 13-0 esterno in casa del solito San Marino. Con quattro vittorie consecutive, è il miglior esordio di un tecnico tedesco sulla panchina della Nazionale. Poi arriva un clamoroso pareggio per 1-1 in terra cipriota, ma è solo un piccolo incidente di percorso. La Germania concluderà il girone al secondo posto con 8 vittorie, 3 pareggi e una sola sconfitta, ormai a giochi fatti, in casa contro la Repubblica Ceca. Capocannoniere del girone di qualificazione quel Lukas Podolski eletto miglior giovane del Mondiale tedesco e sempre più leader della nuova Mannschaft. La squadra c'è e andrà in Austria e Svizzera con un solo obiettivo: vincere. 


L'esordio è dei migliori: doppietta del solito Podolski e Polonia (terra d'origine di Lukas) regolata. Poi, nella seconda partita, c'è la Croazia. Löw lascia gli stessi undici, perché squadra che vince non si cambia. Sì, ma con i croati c'è ancora un conto aperto, da quasi dieci anni. Era il 4 luglio 1998 e si giocavano i quarti di finale del Mondiale francese: le Fiamme, così come vengono chiamati i croati, stesero la Germania campione d'Europa con un secco 3-0 e passarono in semifinale. Stavolta l'importanza era minore, ma vincere avrebbe in parte cancellato quella batosta. Invece no: segnano Srna e Olic, uno che giocava all'Amburgo in quel periodo, e il gol finale di Podolski si rivela inutile. Croazia-Germania 2-1. E adesso no, adesso non si più perdere, non si può uscire per la terza volta di fila nella fase a girone. L'ultimo avversario rievoca ancora la Seconda Guerra Mondiale, dopo il match con la Polonia: sono i padroni di casa dell'Austria e per andare avanti hanno bisogno di una vittoria. Non succede, ma se succede... Jogi mette Friedrich per Jansen, il resto è tutto uguale. La gara viene decisa in apertura di secondo tempo da Ballack, capitano e anima della squadra. La Germania passa come seconda e tra Portogallo, Olanda e Spagna, pesca i lusitani nei quarti. Ora occorre fare un passo indietro nella storia e tornare al Mondiale 2006. La finale terzo/quarto posto, come già detto, fu tra tedeschi e portoghesi. Finì 3-1 per i padroni di casa con Schweinsteiger, il ragazzino di Euro 2004, autore di una doppietta. Nel 2008, il giocatore del Bayern si appresta a disputare la prima partita da titolare nella competizione proprio contro il Portogallo. E segna l'1-0. Poi la Germania fa 2-0, Nuno Gomes il 2-1, Ballack il 3-1 e infine Postiga il 3-2, inutile, perché sancisce l'eliminazione dei suoi. Il secondo gol tedesco lo segna un attaccante che in questa storia è stato praticamente sempre presente, sin dal Mondiale nippo-coreano, ma che non ha ancora avuto l'onore di essere nominato. Come Podolski è di origine polacca e come lui gioca nel Bayern Monaco: si tratta di Miroslav Klose, anche questo tenetelo a mente. Tutto bello fino a questo punto, ma il difficile arriva adesso. Le semifinali sono Russia-Spagna e Germania-Turchia. Alt! Germania-Turchia? A livello giovanile, sono sicuro, qualche nazionale tedesco si sarà posto la domanda «E ora per chi tifo?». Già, perché negli ultimi anni sono arrivati tanti turchi in Germania e oltre al kebab, hanno portato anche qualche giocatore buono. Nel 2008 la faccenda rimane a livello giovanile, ma ancora per poco e Löw sa che questa è una Nazionale, ma prima ancora una Nazione, sempre più cosmopolita e multietnica. Appunto, Löw. Il suo sogno di vincere l'Europeo è ancora in piedi e marcia verso la giusta direzione, le cose filano lisce e questi turchi non dovrebbero essere un grosso disturbo. Sì, ma adesso bisogna giocarla questa semifinale. È Boral a spaventare i tedeschi, che poi riescono a ribaltare nuovamente tutto grazie a Schweinsteiger e Klose. La doccia fredda arriva a 4' dalla fine: si chiama Semih Senturk e si legge 2-2. Poi, siccome non c'è due senza tre, spunta l'ultimo di quei tre under 21 di Euro 2004. È nato a Monaco di Baviera l'11 novembre 1983 e nelle sue prime stagioni da professionista ha avuto un rendimento pazzesco: si chiama Philipp Lahm, ma si legge finale. Dopo due Europei disastrosi, la Germania torna in finale e lo deve grazie a due uomini: il primo è Klinsmann, il secondo ovviamente è Low, che senza il primo non sarebbe lì, ma che di suo ce ne ha messo. E anche tanto. La finale si gioca all'Ernst Happel Stadion, dedicato ad un allenatore che in Germania ha lasciato qualcosina. Dall'altra parte ci sono gli spagnoli: hanno regolato 4-1 la Russia, poi si sono salvati negli ultimi minuti con Svezia e Grecia, con un doppio 2-1. Ai quarti hanno eliminato l'Italia ai rigori e in semi hanno ridimostrato la propria superiorità con la Russia (3-0). Non sono ancora le Furie Rosse che domineranno incontrastate, ma è da lì che tutto è nato. Anche perché, parliamoci chiaro, avevano un attaccante fra i migliori tre del pianeta. In quel momento gioca al Liverpool ed è nel periodo di forma migliore della sua carriera, ogni pallone che tocca è gol. Pure al 33', quando batte Lehmann. Di reti non ne arriveranno più e 44 anni dopo la Spagna torna campione d'Europa. 

«Sono triste perché abbiamo perso la finale, ma credo che abbiamo perso una partita contro una squadra più tecnica della nostra e che si è resa pericolosa più volte di quanto ci siamo riusciti noi. Questa sconfitta non toglie nulla al fatto che abbiamo passato sei settimane fantastiche con questa squadra giovane e talentuosa. Adesso iniziamo a pensare al 2010.» Joachin Löw è lucido e pensa già a quello che verrà dopo. Nel calcio perdere fa parte del gioco, lo sa. È rialzarsi subito quello che contraddistingue le grandi squadre e la Germania lo è. Scherza nel girone eliminatorio, pareggiando solo con la Finlandia sia all'andata che al ritorno. Inutile dire che le altre sono otto vittorie e che il primo posto è loro, così come il miglior attacco e la miglior difesa. In Sud Africa, però, è vietato sbagliare: in Germania si deve tornare solo ed unicamente con la Coppa.

Joachim Löw e il suo vice Hansi Flick

Se siamo nel 2010, però, vuol dire che i tempi sono maturi. Maturi? Per chi? Per loro, i campioni d'Europa Under-21 del 2009. Gente come Neuer, Özil, Khedira, Boateng, Marin. Poi Jogi decide di portarsi dietro anche un giovane prospetto del Bayern Monaco, nato proprio in Alta Baviera un giorno di fine estate del 1989. Non ha vinto l'Europeo U21 l'anno prima, ma ha sicuramente qualcosa di speciale. A guardarlo non gli si darebbe un centesimo, poi lo vedi con la braccia al cielo e capisci che sta esultando per un gol appena segnato. A fine Mondiale lo avrà fatto cinque volte, più altre tre per gli assist. La Scarpa d'oro e il titolo di miglior giovane se li porta a casa lui. Se li porta in quella Germania dove in tanti condividono con lui il cognome, soprattutto un simpatico signore nato nel 1945: di nome fa Gerhard, ma per tutti è Gerd e di cognome fa Müller. L'altro, il ragazzo dell'89, si chiama Thomas e di Gerd sta seguendo bene le orme. In realtà, leggendo meglio i nomi dei 23, c'è un altro attaccante che meriterebbe l'accostamento con il Pallone d'oro del 1970. Vi avevo chiesto di tenerlo a mente e spero lo abbiate fatto, perché su Miro Klose è meglio aprire una piccola parentesi. Ha esordito in Nazionale nel 2001 affermando «In dieci anni batterò il record di gol con la maglia della Germania.» Sì, ma quando il numero da battere è 68 (lasciando stare le partite disputate), la storia si fa complicata. Peccato che questo inizi a segnare con una continuità disarmante con la maglia della Mannschaft e arrivi al 2010 con già 10 dieci gol al Mondiale, frutto dei cinque sia nel 2002 che nel 2006. Questo vuol dire che il record di Ronaldo, che con 15 reti è il primatista, è in serio pericolo. Alla fine ne metterà dentro altri quattro, tanti quanti ne bastano per raggiungere Gerd Müller a quota 14. Eh, il buon Miro così sbruffone non lo era in fondo.

Ora bisogna giocare e la Germania lo sa fare bene. Capitano è Philipp Lahm (ne ha fatta di strada) e non più Ballack e poi c'è tanto, tanto talento. Vincere il Mondiale è l'obiettivo principale e Löw sa di non poter fallire ancora. Esordio dirompente contro l'Australia (4-0), ma poi succede qualcosa. A Klose saltano i nervi e viene espulso, Podolski sbaglia un rigore e la Serbia ringrazia sentitamente. L'ultima partita contro il Ghana (primo a quota 4) è decisiva: ancora una volta dentro o fuori. La risolve un ragazzo con due palle al posto degli occhi, ma con due piedi e una visione di gioco che non in molti posseggono. È nato a Gelsenkirchen, ma gioca nel Werder Brema, ancora per poco. Bussa alla porta il Real Madrid: e gli vuoi dire no? Quel sinistro manda la Germania agli ottavi e Mesut Özil dritto nella capitale spagnola. Ora inizia la parte difficile e subito la strada si complica: c'è l'Inghilterra. Segnano sempre loro: Klose-Podolski, 2-0. La riapre Upson e poi succede quello che i tedeschi aspettavano da più di quarant'anni. Lampard tira e il pallone finisce di almeno mezzo metro oltre la linea della porta, Neuer fa finta di niente e continua a giocare. Gli inglesi protestano, ma l'arbitro incredibilmente non convalida il gol. Non varrà una finale Mondiale come nel '66, ma vale una scossa emotiva alla Germania. Nel secondo tempo ci pensa Müller a chiuderla in 3': 4-1 e Mannschaft avanti. È solo un assaggio di quello che accadrà ai quarti. Contro l'Argentina di Maradona in panchina e Messi in campo, i tedeschi fanno quello che vogliono dal primo all'ultimo secondo. Segnano Müller, Klose, Friedrich e ancora Klose. È un'apoteosi. La Germania va in semifinale con tutte le carte in regola per ottenere la vittoria finale e, a due anni di distanza, c'è la rivincita contro la Spagna. Già, ma questi come li batti? Sono i migliori al mondo da almeno due anni e non danno segni di cedimento. Durante la partita, non bellissima, è ovvio che prima o poi il gol arriverà. Lo firma Puyol e le Furie Rosse sono in finale per la prima volta. Germania costretta nuovamente alla finalina. Löw ammetterà l'inferiorità della sua squadra e si prenderà tutte le colpe. Il 3-2 contro l'Uruguay serve solo per far vincere la classifica marcatori a Müller e aggiungere un inutile terzo posto in bacheca. Tempo per rimediare ce n'è e sarà ancora Jogi Löw a comandare il tutto. Dalla Spagna ha imparato che il possesso palla è importante, ma sa anche che imitarlo sarebbe un suicidio. Intanto, dal suo paese, continuano ad arrivare nuovi talenti. Stai a vedere che per Euro 2012 non siano finalmente tutti pronti.


Le qualificazioni lasciano poco spazio all'immaginazione: 34 gol fatti, 7 subiti, dieci vittorie su dieci, Miroslav Klose e Mario Gomez re e principe dei gol e le briciole agli avversari. La Turchia, seconda nel girone, ha un distacco di 13 punti. È dunque in un clima di festa e di alte ambizioni, che la Germania vola in Polonia e Ucraina. E a sedici anni dall'ultima vittoria internazionale, la pazienza sta iniziando a terminare.


Il girone in cui viene inclusa la Mannschaft è ostico: ci sono i vice-campioni del mondo dell'Olanda, il Portogallo di Cristiano Ronaldo e la Danimarca, che non è mai da sottovalutare. Gomez pensa a stendere Portogallo (1-0) e Olanda (2-1), mentre Podolski e Bender fermano i danesi (2-1). Contro la Grecia, ai quarti, è quasi uno scherzo. 4-2 e passaggio in semifinale senza troppi patemi. La squadra c'è e il gioco pure, questa volta Löw crede di avere finalmente la formazione vincente. E poi spuntano loro. L'Italia, ancora. Sempre loro. Gli Azzurri sono obiettivamente più scarsi, ma quando vedono la Germania danno sempre il massimo. Vincono 2-1 con doppietta di Balotelli, anche se gli ultimi minuti, 
con il rigore di Özil, farebbero pensare ad un pareggio clamoroso nell'aria. In finale però ci va Prandelli con i suoi, ma a giudicare dal risultato, forse sarebbe stato meglio farsi i fatti propri. La Spagna si dimostra ancora la migliore e batterla, a questo punto, pare davvero una missione impossibile.

«Il futuro della squadra è roseo, sono stati due anni fantastici, abbiamo vinto 15 gare di fila, abbiamo perso contro un’ottima squadra, abbiamo fatto un super torneo. La squadra è ancora in fase di crescita, per esempio la Spagna ha aspettato anni per i titoli. È stata comunque un’esperienza positiva, il calcio è questo, non possiamo rimproverarci nulla.» Affermerà il c.t. tedesco. Ora, però, il futuro inizia a stare stretto. C'è bisogno del presente, c'è bisogno di vittorie. Löw ha tutta la fiducia della federazione ed è con questa fiducia che inizia il girone di qualificazione a Brasile 2014. La filastrocca è sempre quella: primo posto, miglior attacco, miglior difesa, miglior marcatore e zero sconfitte. Su dieci partite un solo pareggio, spettacolare, per 4-4 contro la Svezia, che ha recuperato ben quattro gol. Ma difronte ai 36 gol segnati, quel risultato non mette paura. La Germania, questa volta, è pronta. E lo è per davvero: insieme alla Spagna campione di tutto, al Brasile padrone di casa e all'Argentina di Messi, viene messa tra le favorite. Adesso o mai più. Joachim Löw lo sa. Ora torna utile Hans-Dieter Flick, il secondo di Jogi. Löw sta esasperando il possesso palla, ma Flick gli dice «Hey, Jogi, guarda un po' che uomini hai. Secondo me, su qualche palla inattiva potremmo anche segnare». L'altro lo guarda e fa «Scommettiamo?» E scommessa fu. La Germania va in Brasile con i favori del pronostico e un allenatore che sa di poter scrivere la storia.



La prima partita se lo ricorderà Thomas Müller, autore della tripletta con cui la Mannschaft batte 4-0 il Portogallo. La seconda, invece, è importante per Klose. Non tanto per il risultato, 2-2 contro il Ghana, ma perché con il gol segnato, raggiunge Ronaldo a quota 15 in vetta alla classifica dei migliori marcatori di sempre al Mondiale. Poco prima aveva anche agganciato e superato Gerd Müller nella all-time dei goleador tedeschi. Con tre anni di ritardo rispetto alla sua previsione e con il doppio della partite giocate, certo, ma ora sopra a tutti c'è lui. Con gli USA è un ritorno al passato, infatti dall'altra parte c'è seduto Klinsmann. Decide ancora Müller e gli ottavi con l'Algeria non dovrebbero essere un problema. E invece gli algerini si riveleranno il maggior ostacolo per la Mannschaft. La partita viene decisa solo ai supplementari: prima Schürrle e poi Özil. Inutile il gol di Djabou a tempo scaduto. La Germania vola ai quarti e lo fa con due note positive: la Spagna campione e la bestia nera Italia, sono entrambe state eliminate nella fase a gironi. Ora c'è la Francia, ma soprattutto c'è una punizione dalla trequarti, una palla inattiva. La batte Kroos e la impatta Hummels. 1-0 ed è con questo risultato che la Nazionale di Löw passa in semifinale. Ma sono certo che quello più contento di tutti sia stato Flick: d'altra parte, i tedeschi sulle palle ferme son sempre stati forti. Adesso arriva il capolavoro. E occorre un altro piccolo flashback. «Klose gioca ancora vero? Ok, ma spero che non partecipi al prossimo Mondiale qui in Brasile». Le parole sono di Ronaldo, Luis Nazario, in riferimento al suo record. Come sappiamo, Klose lo ha già raggiunto, ma ora ha la possibilità di superarlo. E attenzione, perché l'8 luglio 2014 a Belo Horizonte si gioca Brasile-Germania: un capolavoro. 29': il tempo servito alla squadra di Löw per spazzare via un intero popolo, che ha vissuto la sua più grande catastrofe dopo il Maracanazo del 1950. In quel lasso di tempo, sono arrivati cinque gol e uno di quelli lo ha segnato Klose. Sono 16, ora il record è tutto suo. Nel secondo tempo arriveranno la doppietta di Schürrle e il gol inutile di Oscar. Finisce 7-1: una vergogna infinita per i brasiliani nel Mondiale casalingo. Una batosta da cui difficilmente si riprenderanno, di certo non nella finalina, persa 3-0 contro l'Olanda. Ah, ma chi ha eliminato l'Olanda? L'Argentina. Come? Ancora l'Argentina? Non gli sono bastate le lezioni del 2006 e del 2010? Ah già, ma c'è da giocare la bella: una finale all'Albiceleste, una finale alla Mannschaft, A Rio de Janeiro tutti si aspettavano il Brasile, invece arrivano i loro più grandi rivali e un'europea. Non proprio secondo i piani. Tutto questo rispetta, però, i piani di Jogi. Manca l'ultimo tassello, quello per diventare il migliore. L'Argentina fa paura e segna anche con Higuain, pescato in off-side. La partita non si sblocca e si va ai supplementari. Löw, però, la partita la vince poco prima del 90'. Toglie Klose e mette Götze, dicendogli «Va' e dimostra a tutti che sei meglio di Messi.» Nel più classico dei "detto-fatto", è il ragazzino del Bayern a raccogliere l'assist di Schürrle al 113' e impattare perfettamente la sfera, dopo averla controllata. La Germania vince ed è campione del Mondo per la quarta volta, con una squadra composta da giocatori che il Mondiale del 1990 se lo ricordano poco o che addirittura non l'hanno nemmeno potuto vedere per questioni anagrafiche. Ma è soprattutto la vittoria di Joachim Löw, che ci ha messo dieci anni per raggiungere questo traguardo. Due da vice di Klinsmann e otto da c.t. 




Nella lista per il miglior allenatore del 2014 c'era anche lui. Anche in quella dei finalisti, insieme ad Ancelotti e Simeone, che hanno dominato il calcio spagnolo ed europeo. La votazione, però, ha premiato Jogi, che ha quindi capito di essere diventato il migliore. E lo è diventato contro tutti e contro tutti, proponendo un calcio bello vincente, andando sempre dritto per la sua strada. Ci ha messo dieci anni, ma alla fine glielo hanno riconosciuto tutti: Joachim Löw ist FIFA Trainer des Jahres. Bravo Jogi, te lo meriti.


martedì 30 dicembre 2014

Sui momenti più belli della mia vita

Il Vocabolario Treccani indica il termina passione come "sentimento intenso e violento (per lo più di attrazione o repulsione verso un oggetto o una persona), che può turbare l’equilibrio psichico e le capacità di discernimento e di controllo" e ancora "inclinazione vivissima, forte interesse, trasporto per qualche cosa." È perciò evidente che le passioni non sono qualcosa né di positivo né di negativo e che è bene non giudicare quelle altrui. Anzi, bisogna convivere con le proprie passioni come meglio ci conviene. Grazie alle passioni si riesce senza dubbio a trascorrere meglio la nostra vita, perché esse saranno sempre lì accanto a noi. 

Tranquilli, so che dovrei parlare di calcio, quindi vi accontento. Prima, però, occorre fare una piccola premessa. Mi è stato dato il dono della sintesi - non so da chi, probabilmente dai miei genitori, fatto sta che è un qualcosa che mi appartiene. Cosa più importante è il fatto che l'esser sintetico lo evito spesso: vuoi perché mi piace collegare questo con quell'altro, vuoi perché la ricerca della perfezione è qualcosa che mi è rimasto solo nella scrittura, vuoi perché mi piace sviluppare il tutto nella maniera più completa possibile. Insomma, potrei passare tre vite ad essere sintetico, ma preferisco viverne una in modo totale. Se dovessi parlare, davvero, dei momenti più belli della mia vita, il 90% del post vi indurrebbe a giocare a golf. Quindi, preferisco concentrarmi sul 10% restante, che parla di calcio, ma non solo, e non parla di tutto ciò che è il calcio per me. Prenderò semplicemente un'immagine. Ecco, ho deciso di essere sintetico, perché ve lo meritate voi che mi leggete... sperando ci sia qualcuno.



Questa foto rappresenta un bacio tra due idee esattamente complementari. Non sono due uomini a baciarsi, sono la vittoria e il motivo della vittoria, con alle spalle la sconfitta. 
16.50£: questo è quanto percepiva Gary Neville a settimana nel suo primo contratto con il Manchester United. Ma chi è Gary Neville? Innanzitutto, perché è doveroso dirlo, è l'uomo a sinistra nella foto. E poi è un ragazzo che ha sempre sognato di giocare con il Manchester United e di concludere la carriera all'Old Trafford. Ecco perché la firma su quel contratto ed ecco perché la decisione di non lasciare mai il club inglese, nonostante proposte importanti di altre squadre europee. Il suo unico obiettivo era giocare e vincere tutto con la maglia dei Red Devils. E ci è riuscito.
L'altro, con il cognome ben visibile, è Paul Scholes. Come Neville è nato nella Greater Manchester, ovvero sia la contea dove è situata, appunto, Manchester. Anche lui ha dato tutto per lo United, anche lui ha giocato tutta la carriera lì, anche lui voleva vincere tutto, anche lui ci è riuscito. Insieme ad un gruppo di ragazzi hanno portato ai vertici del calcio inglese ed europeo il Manchester United di Sir Alex Ferguson. Era la classe del '92. Ma non è di questo che voglio parlarvi.

Torniamo alla foto, perché ci sono quei due aspetti fondamentali di cui vi ho detto prima. Era la metà di aprile del 2010, il Manchester United faceva visita ai cugini del City. Il derby è il derby e quei due sanno benissimo cosa significhi, ne hanno giocati a decine. Alcuni bellissimi, come quello d'andata di quella stagione: un 4-3 con gol all'ultimo secondo di Michael Owen, uno che è diventato una bandiera del Liverpool, ma che ha vinto allo United. Gli scherzi del destino. Ah, anche quello di ritorno non scherza. I derby, si sa, sono spesso bloccati però. E in quell'aprile del 2010 accadde proprio questo. Ormai la partita si avviava verso uno 0-0 inutile, che avrebbe allontanato lo United dal Chelsea e dal quarto titolo consecutivo. Appunto, quarto, il che vuol dire che ne erano già stati vinti tre di fila, quindi quella era una grande squadra, con grandi campioni. Uno su tutti, quel giorno, brillò: Paul Scholes. All'ultimo secondo dei tre minuti di recupero, il centrocampista inglese colpì la palla di testa, mandandola in rete. I Red Devils vinsero 1-0, ma ciò non bastò per fermare i Blues di Ancelotti. Niente quarto titolo consecutivo, ma questo ancora nessuno poteva saperlo. Tanto meno Gary Neville, uno che ha lo United nelle vene. Dopo il gol andò dal suo compagno e lo baciò. Un gesto carico di passione, che solo chi sa cosa sia la passione può dare e ricevere. Perché Neville e Scholes sono due che sanno cosa sia il Manchester United e che hanno lottato per renderlo uno tra i club migliori del pianeta. Quella vittoria nel derby, arrivata in quel modo, era dunque per loro l'apoteosi del giocare per quella squadra, di tifare per quella squadra. Dietro, il giocatore del City, ovviamente, è sconsolato. È il volto della sconfitta, è l'altra faccia della passione. Ognuno la vive a modo suo e nessuno deve giudicare quelle degli altri, no? Già, è proprio così. E se pensassimo, per un solo attimo, a cosa sarebbe la nostra vita senza le nostre passioni, ci accorgeremmo che non solo sarebbe vuota, ma che non saremmo nemmeno più noi stessi, saremmo snaturati, privi di una delle parti più importanti della nostra essenza. È grazie alle passioni che viviamo i momenti più belli della nostra vita. Io ho scelto di vivere attraverso il calcio e vi assicuro che non potrei essere più felice, perché è grazie ad esso che ho vissuto alcuni degli attimi più intensi e significativi.

martedì 16 dicembre 2014

Gli eroi non nascono, si creano... ma non diteglielo


L'Arsenal è così, Arsene Wenger è così: di giocatori fatti non ne vuole proprio sapere, li vuole modellare e portare al massimo partendo da zero. Capita però, a volte, che alcune persone siano destinate ad entrare nella leggenda, semplicemente perché ce l'hanno nel sangue e quello è il loro destino, senza bisogno di essere plasmati troppo. Qualche anno fa anche Wenger si arrese all'evidenza e sentenziò il tutto con una frase entrata ormai di diritto nella storia: "Dio non dà tutto agli uomini, ma ad Henry ha deciso di dare tante cose." Già, Henry. L'allenatore di Strasburgo, sia nella vita sportiva che in quella personale di Henry, ha significato molto. Lo ha fatto esordire nel Monaco a 17 anni nel 1994, ma poi le loro strade si divisero. Wenger finì addirittura in Giappone, Henry iniziò a farsi valere tra i professionisti: 141 partite e 28 gol con la squadra del Principato e le prime gioie con la Nazionale, con cui vinse il Mondiale del 1998. 

Succede, talvolta, che gli eroi cadano e tornino più umani. Lo sbaglio è, appunto, un qualcosa di assolutamente umano e normale, ma ciò che differenzia gli eroi è la loro capacità di rialzarsi e guardare nuovamente tutti dall'alto verso il basso. Henry con il Monaco era uno dei migliori giocatori in Francia, ma la prova decisiva sarebbe stata quella oltre i confini nazionali. I monegaschi come punto di partenza, la Juventus come consacrazione definitiva. Però nemmeno agli eroi le cose vanno sempre bene. Anzi, quando si è abituati alla "quasi perfezione", il minimo errore diventa letale. A Torino Titì vive uno dei momenti più bassi della sua carriera, se non il più basso. Il problema della sua collocazione in campo, il grattacapo che già al Monaco lo aveva limitato, torna prepotentemente. Ancelotti, appena arrivato sulla panchina Bianconera, pare quasi non saper che farsene di questo francese mulatto veloce come il vento. Lo piazza sulla fascia, ma la storia non cambia. Henry e la Juve divorziano nel giro di pochi mesi, mezza stagione è quanto basta a tutti per capire che le due parti non sono fatte l'una per l'altra. Lo stesso Ancelotti, qualche anno dopo, ammise di aver preso un'autentica cantonata reputando il francese un giocatore di fascia, non vedendo in lui tutte le sue straordinarie qualità da centravanti.

Gli eroi non nascono, si creano. Ma anche se ci nascono, hanno il bisogno di una guida spirituale. Perché se è vero che Wenger deve qualcosa ad Henry, è anche vero che quest'ultimo deve praticamente una carriera all'allenatore. Arsene ci ha sempre visto quelle "tante cose" dategli da Dio in Titì. La fiducia, però, bisogna anche saperla ripagare. E gli eroi, in quanto a fiducia, se ne intendono. Il nuovo Henry, quello in versione londinese, è nuovo, fresco, rigenerato, è l'incarnazione del nuovo millennio che è ormai alle porte. Finalmente viene fatto giocare nella posizione che più gli si addice, quella del centravanti puro. In coppia con Dennis Bergkamp - un altro non capito in Italia - fa paura a tutte le difese della Premier League. Nella prima stagione mette subito a segno 26 reti (fino ad allora erano 31 tra Monaco e Juventus in cinque stagioni) e nell'estate del 2000 vince l'Europeo con la Francia. Nel 2000 e nel 2001 arriva solo secondo in campionato, mentre nel 2002 l'Arsenal riesce ad interrompere il dominio del Manchester United, diventando campione d'Inghilterra. È solo l'anticipazione di quello che arriverà due stagioni più tardi. Con giocatori del calibro di Ashley Cole, Sol Campbell, Viera, Pires, Bergkamp, in cui Henry è la vera punta di diamante, la squadra di Londra riesce nell'impresa di vincere il campionato senza perdere nemmeno una partita, un traguardo mai raggiunto né prima né dopo in Premier League. Semplicemente: Invincibles.


Gli eroi hanno una casa, ma non una fissa dimora. 17 maggio 2006, Stade de France, Parigi. Finale della 51° edizione della Champions League, la prima volta per l'Arsenal, che sfida il Barcellona. Il trascinatore della squadra, neanche a dirlo, è ancora Henry. Purtroppo non basta: Eto'o e Belletti ribaltano il vantaggio di Campbell, riportando la coppa in Catalogna dopo quattordici anni. In quella stagione, comunque, vinse per la quarta il titolo di capocannoniere della Premier League, stabilendo anche il primato come unico giocatore ad aver segnato 20 o più gol per cinque stagioni di fila. La stagione dopo, però, Henry se ne va dall'Arsenal, perché quella coppa persa in maniera beffarda a Parigi, la deve vincere. 

"Se non puoi batterli, unisciti a loro", avrà pensato. Wenger lascia andare via il suo pupillo per 24 milioni di euro e Titì si accasa al Barcellona. Ci rimane tre stagioni, giusto il tempo di vincere due volte la Liga, una Coppa del Re, una Supercoppa di Spagna, una Supercoppa Europea, un Mondiale per Club e ovviamente quella tanto ambita Champions League. Sempre da protagonista, ovviamente.
Gli eroi hanno anche l'umiltà di farsi da parte e capire che certi livelli e certi ritmi non gli appartengono più. Ma non sarebbero veri eroi, se lasciassero tutto così, di punto in bianco. Bianco come la nuova maglia della carriera di Henry, quella dei New York Red Bulls. È l'inizio di una nuova giovinezza negli States, dove il francese continua a deliziare le platee con numeri di alta scuola.

Gli eroi hanno una casa, e gli mancherà sempre. 9 gennaio 2012, Emirates Stadium, Londra. Una nuova casa, sconosciuta. È il minuto 68 di una partita di FA Cup tra l'Arsenal e il Leeds United. L'uomo che ha fatto impazzire i tifosi dei Gunners per otto anni è finalmente tornato e lo fa alla sua maniera. Entra e segna. In quel momento l'Emirates esplode e tutti i veri amanti del calcio hanno, seppur in minima parte, esultato insieme ai tifosi dell'Arsenal. Arriveranno altre sei partite e un gol, l'ultimo della sua carriera in Premier League, l'ultimo con la maglia dell'Arsenal. 

Gli eroi sono quelli che ti tolgono il fiato, ma ora sono io a chiedervi di trattenerlo per leggere queste statistiche. Miglior marcatore dell'Arsenal con 228 gol in 377 gare, miglior marcatore dei Gunners in Premier League con 175 reti in 258 presenze, miglior marcatore europeo della società con 42 centri in 86 partite. La sua casa era Highbury, il leggendario stadio in cui l'Arsenal ha passato gran parte della sua storia e in cui Henry ha segnato 114 volte. Se ciò non fosse abbastanza, si possono aggiungere i già citati gol con Monaco e Juventus, i 49 con il Barcellona, i 52 con i Red Bulls e i 51 con la Francia, di cui è il massimo cannoniere. E, ovviamente, le oltre 900 partite tra i professionisti. Le due Scarpe d'oro vinte nel 2004 e nel 2005 sono la testimonianza della sua prolificità sotto porta, sancita dai 411 gol in carriera. I cinque riconoscimenti come calciatore francese dell'anno, le sei inclusioni nella squadra dell'anno in Inghilterra e le cinque in quella della UEFA, i tre titoli di giocatori di giocatore dell'anno della FWA e i due della PFA, sono il giusto riconoscimento delle sue straordinarie qualità. Non a caso Pelé lo ha incluso nel FIFA 100, mentre nel 2008 è entrato a far parte della Hall of Fame del calcio inglese. I venti trofei vinti tra Monaco, Arsenal, Barcellona, New York e Francia - fra tutti il Mondiale, l'Europeo e la Champions League - hanno reso grande il palmares di un giocatore meraviglioso. Unica pecca, quel Pallone d'oro che il francese è riuscito solo a sfiorare nel 2003 (secondo) e nel 2006 (terzo). Ma va bene così ad uno che "potrebbe prendere palla in mezzo al campo e segnare un gol che nessun altro al mondo potrebbe segnare." Perché Henry ha fatto del gol la sua arte e del campo da gioco la sua tela. In questi vent'anni di carriera ha dipinto traiettorie impossibili e fatto divertire milioni di tifosi in tutto il mondo. 


Ora inizia un nuovo capitolo della sua vita, quello di opinionista. Perché gli eroi non nascono, né si creano, ma si trasformano. Proprio come Thierry Henry è riuscito a fare nella sua leggendaria carriera.
Au revoir Titì, merci pour tout.




giovedì 27 novembre 2014

Principi non troppo fiabeschi, parte uno

L'eleganza è quella raffinatezza che ti fa eccellere su tutti, quella che ti distingue, quella che ti mette su un piedistallo per farti ammirare dagli altri. Meglio di un piedistallo, c'è solo un trono; che però è per i re, per quelli che hanno delle responsabilità e devono caricarsi tutto sulle spalle. Capita, a volte, che arrivino persone in grado di sopportare il peso di tutti, ma che lasciano il trono agli altri. Forse aspettandolo, o forse fregandosene. Sul piedistallo ci finiscono loro e, volendo, per la loro innata eleganza consegnatagli dalla natura, vengono chiamati principi. Salta subito alla mente il legame tra la parola "principe" e il calcio. Questa storia, invece, di immediato e scontato non ha nulla, perché ad unire argentini ed uruguaiani ce ne vuole. E anche tanto.


Siamo a Montevideo, la magnifica capitale dell'Uruguay che ha appena ospitato e vinto il primo Campionato Mondiale di Calcio. In finale, visto che di incroci ne avevano avuti pochi, ci arrivarono i padroni di casa e l'Argentina, che perse 4-2 dopo aver concluso il primo tempo in vantaggio 1-2. Quella Celeste aveva dominato incontrastata il decennio 1920/30, portando a casa quattro titoli di campione del Sud America, due titoli olimpici e il Mondiale sopracitato, grazie ad una fenomenale generazione di talenti come Nasazzi, Andrade, Cea, Scarone, Petrone. Con il passare del tempo, però, i giocatori iniziano ad invecchiare e a ritirarsi. Si arriva quindi al 1935, dove sono ancora presenti il capitano Nasazzi e il bomber Hector Castro, che vinsero la finale contro l'Argentina nel 1930. C'è ancora l'Albiceleste sulla loro strada, stavolta nella partita decisiva del girone unico del Campionato Sudamericano. Ovviamente, in quegli anni, sono arrivate nuove forze fresche e fra tutti si deve citare Anibal Ciocca, una giovane mezz'ala in forza (quando mai) al Nacional. Approdato al Tricoleres nel 1931 dopo soli pochi mesi di permanenza nei Montevideo Wanderers, si mette subito in mostra già dall'età di 15 anni, dimostrandosi un calciatore dotato di grandi mezzi tecnici. Nel 1934 e nel 1936 vince la classifica marcatori del campionato, rispettivamente con 13 e 14 reti. In mezzo, però, c'è una Copa America da vincere e il suo contributo si noterà eccome. Nella seconda partita rifila una doppietta al Cile, facendo diventare, di fatto, l'ultima partita contro l'Argentina una finale: entrambe le squadre, infatti, erano a quota 4 punti. Già al 36' la Celeste chiuse i conti con un secco 3-0 e l'ultimo gol lo segnò proprio Ciocca. Dopo questo trionfo, arriveranno altri cinque campionati uruguaiani dal 1939 al 1943, che si aggiunsero a quelli del 1933 e 1934, per un totale di otto, sommando anche quello del 1946, anno in cui Anibal si ritirò.
Non appare spesso nei libri di calcio, ma all'epoca era uno dei giocatori più forti di tutto il panorama sudamericano. In un tempo in cui nel calcio l'equilibrio tra difesa e attacco era tutto orientato verso la zona offensiva, riusciva a dare la giusta armonia al Nacional e alla Nazionale, grazie anche ad una grande intelligenza calcistica, che lo faceva apparire un gradino sopra agli altri. Veniva chiamato "Hombre cerebral" e la sua compostezza ed eleganza contribuirono a dargli il soprannome di "Principe". Con oltre 150 gol in 350 partite e con in bacheca otto titoli nazionali e due Campionati Sudamericani, fu sicuramente uno dei migliori attaccanti del suo paese e di tutto il Sud America a cavallo tra gli anni '30 e '40.

domenica 26 ottobre 2014

Senza mai arrendersi

Se non ci avesse creduto fino in fondo nemmeno lui, probabilmente ora sarebbe ancora alla ricerca della propria dimensione all'interno del mondo calcistico. Graziano Pellè è uno di quelli che ha dovuto girare tanto, forse troppo, prima di trovare l'occasione giusta, la svolta inseguita per una vita intera. 
Siamo ad Ibiza, nell'estate del 2012. Graziano è sulla spiaggia, quando arriva un ragazzo che gli porta i saluti del figlio di Ronald Koeman, suo allenatore per pochi mesi all'AZ Alkmaar, che però ora è già da un anno alla guida del Feyenoord. Pellè ricambia i saluti e dice di chiedere al padre se lo rivoglia in squadra. L'olandese non ci pensa due volte e l'attaccante italiano torna nei Paesi Bassi, dopo un anno da dimenticare in Italia; perché sì, Pellè ha giocato anche nel Bel Paese, che proprio bello, per lui, non si è mai rivelato. Tra Lecce e Catania, conclude le prime tre stagioni da professionista con 0 gol segnati in 28 apparizioni. Troppo poco per un attaccante, specie per un esordiente che deve dimostrare tutto e che non può permettersi di sbagliare nulla. È ancora giovane, però, ad appena 20 anni non si possono lanciare sentenze. Il Lecce, nonostante tutto, crede in lui e lo manda nuovamente in prestito, dove finalmente arrivano i primi gol con i club: metà a stagione a Crotone in Serie B (17 presenze e 6 gol) e l'intera stagione 2006/2007 a Cesena, dove timbra 11 volte il cartellino in 39 partite. Viene convocato per l'Europeo Under 21 in Olanda, dove gli Azzurrini vengono eliminati già al primo turno, vincendo però ai rigori lo spareggio contro il Portogallo valido per l'accesso alle Olimpiadi di Pechino 2008. Il primo rigore della serie italiana lo segna proprio Pellè, a secco nelle tre partite del girone. Seduto da qualche parte nelle varie tribune, lo nota Louis van Gaal, allenatore dell'AZ Alkmaar, che rimane notevolmente colpito dall'attaccante del Lecce. Per 6,5 milioni Graziano approda (o meglio, rimane) in Olanda, trasferendosi ad Alkmaar. A 22 anni, dunque, arriva la prima, vera grande chance della sua vita. La prima stagione, però, non conferma i progressi ottenuti a Crotone e Cesena: arrivano la miseria di 4 reti in 32 presenze totali. La seconda, la terza e la quarta non sono migliori. Oltre al titolo del 2008/2009, a cui ha contribuito molto poco, e alle prime apparizioni in campo europeo, l'avventura di Pellè in Olanda è tutt'altro che indimenticabile. Tra luglio e gennaio del 2009, avviene un incontro che gli cambierà la vita: sulla panchina dell'AZ arriva Ronald Koeman. Anche per l'ex giocatore di Ajax e Barcellona, l'esperienza non si rivela granché, venendo esonerato dopo una brutta serie di sconfitte. Intanto Pellè assorbe, piano piano, gli insegnamenti di van Gaal e Koeman: sa che gli torneranno utili, perché sa che, prima o poi, arriverà anche il suo momento, arriverà quella svolta inseguita da 26 anni. Siamo infatti nel 2011 e dopo una stagione, la migliore in Olanda, che lo ha visto marcare 6 gol in 20 gare, il tecnico Verbeek non lo riconferma e lo mette sul mercato. Torna in Italia, sapendo di non aver dimostrato tutto il suo valore in Eredivisie. Torna in Italia con la consapevolezza che questa volta non può più sbagliare, perché gli anni ormai sono 26 e le occasioni, presto o tardi, finiranno e a quel punto bisognerà tirare le somme. Lo acquista il Parma per 1 milione di euro. La prima parte di stagione è da dimenticare, quindi i Crociati decidono di mandarlo in prestito alla Sampdoria in B. Qui, con 4 gol in 12 presenze, contribuisce al raggiungimento dei play-off, dove non segna, ma grazie ai quali i Blucerchiati tornano in Serie A. Graziano, invece, fa ritorno a Parma, ma solo per qualche settimana, perché siamo arrivati all'estate del 2012 e abbiamo fatto scalo ad Ibiza. Dopo un viaggio lungo quasi nove anni, iniziato quel gennaio 2004 in cui avvenne l'esordio con la maglia del Lecce. Un percorso fatto di tanti, troppi bassi e di quasi nessun alto. Un cammino in cui, comunque, Graziano ha saputo capire con chi e dove è riuscito a trovarsi bene. Prima con van Gaal, poi con Koeman. Sempre all'AZ, sempre nei Paesi Bassi. Ecco perché, dopo aver esordito nella Serie A 2012/2013, Pellè torna nuovamente sotto la guida di Koeman, quasi come fosse il suo maestro. Se poi è il destino a farti recapitare i suoi saluti su una spiaggia ad Ibiza, qualcosa vorrà pur dire.


Se insegui qualcosa, non smetterai mai di farlo; se non credi in te stesso, non troverai mai la tua strada. Graziano ha sempre capito che sarebbe arrivata la sua occasione e la ha cercata fino in fondo. Koeman in quel ragazzo ci ha visto qualcosa di speciale e Pellè lo ha ripagato. A suon di gol. Finalmente a suon di gol. 50 in 57 partite di Eredivisie, 55 in 66 apparizioni totali. Numeri da grande attaccante, che fanno tuttavia nascere i primi scetticismi. L'accusa è rivolta soprattutto alle difese ballerine del campionato olandese, che rendono il compito del centravanti molto più facile rispetto a Italia, Inghilterra o Germania. L'opinione pubblica sul reale potenziale dell'attaccante italiano si divide in due: c'è chi dice sia pronto per la Nazionale, mentre i suoi detrattori fanno valere la tesi delle difese non all'altezza. Pellè, in ogni caso, sa di aver raggiunto la sua ideale dimensione calcistica. Come ogni giocatore, comunque, vuole continuare a crescere e a dimostrare tutto il proprio valore. L'occasione arriva nuovamente da Koeman, approdato al Southampton la scorsa estate. La squadra ha praticamente mandato via tutti i talenti che avevano portato i Saints nelle zone nobili della classifica: venduti Lallana, Lovren, Shaw, Chambers e Lambert. Proprio il vuoto lasciato dalla punta inglese, costringe l'allenatore olandese a ricorrere ad un innesto offensivo nel mercato. Per 11 milioni di euro, l'attaccante del Feyenoord arriva in Inghilterra, per ricomporre la coppia magica con il suo manager. Nelle prime 9 partite di Premier League mette a segno 6 gol, trascinando il Southampton ad un improbabile secondo posto in classifica, solo alle spalle del Chelsea di Mourinho. La squadra che doveva lottare per la retrocessione, si ritrova nelle zone di alta classifica, guidata da allenatore e giocatore del mese di settembre. Koeman e Pellè si sono subito adattati all'aria della terra d'Albione e ciò ha giovato inevitabilmente sulle prestazioni di tutto il team. A 29 anni, quindi, l'attaccante leccese sembra aver trovato ciò che cercava.


Già così è una bella storia, ma tutte le belle storie hanno la ciliegina sulla torta. Dal sud dell'Inghilterra, voliamo fino a Malta, che dell'Impero Britannico fu colonia. È il 13 ottobre 2014 e Graziano Pellè, dopo una vita passata a girovagare qua e là, esordisce con la maglia dell'Italia nelle Qualificazioni ai prossimi Europei. E siccome questa è la storia di un ragazzo che di sprecare l'occasione proprio non ne vuole sapere, segna anche il gol vittoria. Un gol per dire che lui c'è, che c'è sempre stato, anche quando Prandelli non lo prendeva in considerazione, anche quando il suo posto era di Balotelli, anche quando vinceva l'Eredivisie senza contribuire troppo, anche quando non riusciva ad esprimersi al massimo in Serie A. Lui era lì, pronto a sfruttare la sua chance, perché sapeva che sarebbe arrivata. Ha lavorato tanto e alla fine ha ottenuto tutto quello per cui ha lottato. E sono sicuro che, nonostante ormai gli anni siano 29, questo sia solo l'inizio.

mercoledì 8 ottobre 2014

Noi contro noi; voi contro voi

Günter Grass
“Le cui licenziose fiabe ritraggono la faccia dimenticata della storia". È questa la motivazione con cui hanno assegnato, nel 1999, il Premio Nobel per la letteratura a Günter Grass, scrittore tedesco nato a Danzica nel 1927. L'ultimo anno del '900, pubblicò un libro intitolato "Il mio secolo", una raccolta di cento brani che, anno per anno, raccontano la storia del XX secolo. Un affascinante ritratto degli avvenimenti culturali e sociali che hanno caratterizzato, nel bene o nel male, la Germania e il mondo intero: dalla Prima Guerra Mondiale, alla caduta del Muro di Berlino; da Hitler, al disastro di Chernobyl; dal Campionato Mondiale di Calcio del 1954, a quello del 1974. Già, perché anche in un libro scritto da una persona insignita del Nobel, il calcio c'entra sempre; soprattutto se quei due Mondiali li ha vinti la Germania. Certo, ma quale Germania? L'Ovest, ovviamente. Quella ricca, quella benestante, quella dove tutto va bene. Succede, però, che nel 1974, nei Mondiali della Germania Ovest, ci sia un'incredibile partita Germania contro Germania. Ovest contro Est, ricchi contro poveri, campioni contro scarsoni. Attenzione, però, perché si tratta pur sempre della stessa nazione. E allora, per chi tifare? È una domanda che si pone lo stesso Grass, ma è una domanda a cui, in fondo, hanno cercato di dare una risposta tutti i tedeschi. La risposta ha un nome e un cognome: Jürgen Sparwasser. È il centrocampista del Magdeburgo che va forte nella DDR: campionato e Coppa delle Coppe nel 1974. È anche il centrocampista della Germania Est che vince le Olimpiadi nel 1972. È anche il giocatore tedesco che segna alla Germania, nel Mondiale casalingo. È la risposta a quella domanda: per chi tifare? Semplice, per la Germania. Quale? L'unica che c'è: quella unita. 
Grass lo menziona nel suo secolo, ma in realtà, il vecchio Sparwasser dovrebbe essere nella memoria di ogni tedesco: di ieri e di oggi. Di quelli che hanno vissuto ad Ovest, di quelli che hanno vissuto ad Est e di quelli che vivono, oggi, nella Germania unita; ma soprattutto, deve rimanere nella mente di chi all'Est e all'Ovest non ci ha mai seriamente pensato, perché dall'altra parte, ha sempre saputo che ci stavano altri tedeschi. Non gente estranea, ma gente che condivideva tutto con la tua cultura. 

Jürgen Sparwasser
Quella partita, però, si giocò. Era il 22 giugno 1974. Lo stadio il Volksparkstadion di Amburgo. Le persone circa 60.000, di cui 8.000 arrivate dall'Est, con un permesso speciale, ovviamente. Già, perché il Muro era ancora in piedi e passare da una parte all'altra era... beh, non era. Semplicemente, non era. Come non fu quella partita. La Germania Ovest, ricca di talenti, non riusciva a venire a capo di una faccenda che, almeno sulla carta, non avrebbe dovuto dare grossi grattacapi. Invece arrivò la sorpresa. Al 78' Hamann, da metà campo, fa partire un bolide che taglia la trequarti dell'Ovest e trova Sparwasser: il pallone gli rimbalza davanti, lui chiude gli occhi, gira la testa come a ripararsi e impatta perfettamente la sfera. Quando li riapre, il povero Höttges viene completamente mandato fuori tempo, Sparwasser lo supera, rinviene Vogts, esce Maier, ma ormai il destino è segnato: il centrocampista del Magdeburgo scaglia un bolide nella porta della Germania... e manda avanti la Germania. Beckenbauer urla, a gran voce, che non è successo niente. In realtà è successo tutto. Il risultato rimarrà quello: Germania-Germania 1-0. E non è solo l'Est ad aver battuto l'Ovest. No, erano i tedeschi in generale ad essersi resi conto che quelli che chiamavano "loro", non erano nient'altro che un unico "noi". Il Muro sarebbe stato abbattuto solo quindici anni dopo, ma il primo mattone fu distrutto quella sera del 1974. E Grass lo sa bene.
Sparwasser anticipò tutto e tutti. Nel 1988, in occasione di una partita di beneficenza disputata nell'Ovest, portò tutta la sua famiglia dall'altra parte. Fu etichettato come un traditore da chi in lui aveva visto un eroe nazionale, dell'Est ovviamente. Un simbolo per dire che, almeno per una volta, gli orientali avevano avuto ragione degli occidentali. A lui, però, di queste cose importava poco. Lui si sentiva tedesco, come la maggior parte dei suoi connazionali. 
Fece fare un passo in avanti, quando ancora si era troppo indietro. Disse che «Prima chi sventolava una bandiera tedesca era considerato un militarista, ora è visto solo come un tifoso. Un bel passo in avanti, non vi sembra?» Dovette aspettare ancora un anno, il 1989, affinché quel Muro che aveva iniziato ad abbattere lui, venisse finalmente raso al suolo. Nel 1990 tornò la Germania unita, l'unica che ha ragione di esistere. Senza Est e senza Ovest. 

Il gol di Sparwasser (da sinistra a destra): Sparwasser, Höttges, Vogts e Maier

Sparwasser voleva solo fare l'insegnante, ma fu obbligato a fare il calciatore. E da calciatore è entrato di diritto nella Storia, con la S maiuscola, del XX secolo. Non solo di Grass, non solo della Germania, ma di tutto il mondo. 
Questa non è una fiaba, non ritrae la faccia dimenticata della storia, perché questa storia non può essere dimenticata. D'altra parte, io non sono Grass, non ho vinto il Premio Nobel e, quindi, dovete accontentarvi di questo breve racconto su un uomo che fu un anticipatore dei tempi. E che per questo sarà sempre ricordato.

(Prendendo ispirazione dal libro "Un calcio alla storia")

mercoledì 3 settembre 2014

Radamel Falcao: un colombiano con due eredità brasiliane

Radamel Falcao Garcia Zarate. Questo il nome completo di uno degli attaccanti più forti al mondo in questo momento. Tiro letale, dribbling secco, fisico invidiabile e un tempismo aereo con pochi eguali.
La sua storia inizia a Santa Marta, in Colombia: la Perla delle Americhe, come è stata definita da molti. Una splendida cittadina affacciata sul Mar dei Caraibi, meta turistica molto gettonata per le sue spiagge e i suoi paesaggi. Tra gli altri, anche Carlos Valderrama è nato lì. Quindi, di calciatori forti, ne son già passati sulle coste caraibiche. Un altro giocatore nato da quelle parti è Radamel Garcia, che altri non è che il padre di Radamel Falcao. E Radamel (padre) quando era ragazzo, ammirava un elegantissimo centrocampista che ha fatto le fortune di Internacional e Roma, vale a dire Paulo Roberto Falcao, meglio noto come Falcao. Ne rimase talmente innamorato calcisticamente, che decise di omaggiare il fantasista brasiliano dando come secondo nome a suo figlio proprio Falcao. Era il 10 febbraio 1986 quando nacque il piccolo Radamel, l'anno del ritiro dal calcio giocato dell'ex Roma, che chiuse la sua carriera dopo il Mondiale in Messico. 
Radamel Falcao, però, sin da subito capì che il ruolo di centrocampista non era il suo forte e si dedicò, già da bambino, a quello di attaccante. Nel 1999, a 13 anni, debutta nella seconda divisione colombiana con la maglia del Lanceros. Qui viene notato dal River Plate, che non se lo lascia sfuggire e lo promuove in prima squadra nel 2005. Rimane in Argentina per quattro stagioni, segnando 45 reti in 105 presenze. Nel 2009, quindi, approda in Europa, al Porto e inizia a farsi conoscere nel calcio che conta. Al primo anno timbra 34 volte il cartellino in sole 43 apparizioni, ma è la stagione successiva quella della svolta. In Europa League è terrificante, trascinando quasi da solo il Porto alla vittoria. In totale mette a referto 38 gol in appena 42 gare: quasi un gol a partita! 
Dopo queste prime due stagioni europee, il suo soprannome, El Tigre, pare essere azzeccato. Anche qua c'entra un ex giocatore brasiliano, tale Arthur Friedenreich, attaccante del Brasile campione sudamericano nel 1919, grazie a un suo gol. Proprio come il brasiliano, Falcao trova la porta con estrema facilità, tramutando in gol ogni pallone toccato. Anche all'Atlético Madrid la storia è questa: sono infatti 70 le reti in 91 partite. Al Monaco la musica non cambia: 22 presenze e 13 trasformazioni. In Nazionale sono 21 gol in 50 apparizioni.
Ora, dopo aver mosso cifre disumane per i suoi trasferimenti (oltre 40 milioni dai Colchoneros, quasi 60 dal Monaco e ora 12 con un riscatto di 55 dal Manchester United) il colombiano è arrivato all'apice della carriera. 
Non sarà diventato un centrocampista come il vero Falcao e c'entrerà poco con Friedenreich, ma se ti chiami Falcao e il tuo soprannome è El Tigre, qualcosa di brasiliano lo avrai. E se hai qualcosa di brasiliano, nel mondo del calcio, vuol dire che un pochino bravo lo sei. E su questo, non ci sono dubbi, perché Radamel Falcao è uno degli attaccanti più forti del mondo.


giovedì 14 agosto 2014

Lampard e quella promessa mantenuta solo a metà

Il Chelsea, come lo conosciamo oggi, dominante in Inghilterra e in Europa, è nato sul finire degli anni '90 grazie, principalmente, a due italiani: Gianluca Vialli e Gianfranco Zola. Insieme - prima in campo, poi con Vialli in panchina - hanno portato a Londra una FA Cup, una Coppa di Lega Inglese, una Charity Shield, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa UEFA. In poche parole, hanno raddoppiato il palmarès del Chelsea, che vedeva solo una First Division, una FA Cup, una Coppa di Lega, una Charity Shield e una Coppa delle Coppe. I primi due, veri protagonisti della rinascita dei Blues sono loro e, ancora oggi, Zola è ricordato come uno dei migliori giocatori della storia del Chelsea, se non addirittura il migliore, come emerso da un sondaggio di qualche anno fa. La svolta decisiva arriva però con l'acquisto della società da parte del magnate Roman Abramovich. Il russo prende in panchina José Mourinho, che porta definitivamente alla ribalta la squadra di Stamford Bridge. Arrivano subito due Premier League e una FA Cup in tre stagioni, ma all'inizio della quarta c'è il divorzio. È la stagione più difficile da affrontare per Terry e compagni, perché si ritrovano senza la loro guida, il maestro che gli ha fatto conoscere il gusto della vittoria dopo anni di anonimato. È la stagione più difficile anche per Frank Lampard, simbolo della rinascita del Chelsea. Arrivato nel 2001 a 23 anni dal West Ham, nel 2007 si apprestava ad iniziare il suo settimo anno con la maglia dei Blues, ma alla soglia dei trent'anni aveva voglia di cambiare e provare nuove esperienze. Nella sessione di mercato invernale, Juventus e Inter premono forte per ottenere il centrocampista inglese, ma si conclude in un nulla di fatto. Ed è così che Frankie continua a giocare per il Chelsea ed è così che arriva a disputare il derby inglese contro il Liverpool in semifinale di Champions League. Era il 30 aprile 2008. L'andata ad Anfield si concluse 1-1. Anche al Bridge i primi 90' finirono 1-1 e si dovette andare ai supplementari. Al 98' Lampard batte un calcio di rigore. E segna. Fa 2-1 e poi corre verso la bandierina e si inginocchia. E piange. Scoppia in un pianto surreale, abbracciato da tutta la squadra. Non sono lacrime di felicità, però. No, sono lacrime amare, tristi. Le lacrime di chi ha appena perso una madre. Sono anche le lacrime di chi ha fatto una promessa a quella madre, poco prima di morire. Sono le lacrime di un giocatore, anzi di un uomo, legato da sette anni alla stessa squadra e che ha promesso alla madre che quei sette anni sarebbero diventati sempre di più e che la propria carriera sarebbe finita lì. L'estate dopo Juventus, Inter e Barcellona erano solo un ricordo passato. Il presente si chiamava Chelsea, sancito da un rinnovo che avrebbe legato Frank a vita alla squadra di Londra. Con gli anni sarebbe diventato il marcatore più prolifico nella storia dei Blues. Con gli anni avrebbe vinto tutto quello che c'era da vincere, inclusa quella Champions League, persa nel 2008 contro il Manchester United, ma vinta nel 2012 contro il Bayern Monaco. La promessa era stata mantenuta. Ogni gol, da quel 30 aprile, aveva un significato speciale per Lampard, che ogni volta alzava le braccia il cielo, ricordandosi della sua amata mamma. 


Con Mourinho ha vissuto tre anni bellissimi, segnando 60 gol in 170 presenze: cifre mostruose per un centrocampista. Con Mourinho ha iniziato a vincere, senza poi smettere. Cambiando allenatori, certo, ma mantenendo sempre intatta quella sua innata dote per il gol, quella che lo ha sempre contraddistinto e che con il portoghese è uscita fuori definitivamente. Forse è proprio per questo che Frank ha aspettato il ritorno - annunciato - del portoghese per dire basta. Basta con il calcio, tutti si aspettavano. E invece no. Lampard è migrato in America, per poi andare in prestito nientemeno che al Manchester City. Un affronto duro per i tifosi del Chelsea, che non hanno affatto gradito la scelta di uno dei loro uomini più rappresentativi. E in un calcio in cui le bandiere son sempre meno, questa è stata una mossa che ha fatto rabbrividire qualsiasi tifoso.
Il mio pensiero, in questo momento, va a sua mamma e a quella promessa mantenuta solo a metà. A quella promessa buttata via. A quella promessa che tutti si aspettavano sarebbe stata mantenuta, o, quantomeno, non sconvolta in questo modo. Perché fra tutte le squadre di questo mondo in cui andare, ha scelto una fra le peggiori. E, forse, dopo questa strana estate, il giocatore più amato dai tifosi del Chelsea, rimarrà ancora "Magic Box" Gianfranco Zola. Uno che, ovunque sia andato, ha sempre lasciato un segno. Segno che Lampard ha sì lasciato nel cuore dei Blues, ma che rischia di essere cancellato da una scelta assurda e illogica.