venerdì 20 settembre 2013

Semplicemente Eduard Streltsov

In Russia ci fu un giocatore talmente bello ed elegante, che fu soprannominato il "Pelé Bianco". Lo stesso Pelé disse che gli sarebbe potuto essere addirittura superiore. Degli atteggiamenti troppo da "divo" gli stroncarono la carriera e la vita, mandandolo nei gulag siberiani. Qui, lavorando in miniera, si ammalò di cancro, morendo a soli 53 anni.
La sua carriera comunque riprese, dopo sette anni d'inferno. Tornò a giocare e a strabiliare il mondo del calcio. Il suo colpo preferito era il tacco. E se andate ancora adesso in Russia, i bambini vi diranno: «Hey, guarda come faccio bene lo Streltsov.»
Eduard rimane vivo nella mente di chi lo ha visto giocare. Ma rimane vivo anche grazie a tutti quei ragazzi che ne imitano le gesta, consacrandolo nella leggenda. Per loro rimane un esempio, un simbolo, da copiare, senza conoscere tutti i segreti del nome. 
Bello, bravo e ribelle: il Pelé Russo, fu anche il Best Russo. "Donne, vodka e gulag", si intitola un libro su di lui. Due uomini diversi, accomunati dalle loro passioni. Ma perché perdersi in inutili paragoni? Eduard Streltsov fu, è, e sempre sarà Eduard Streltsov: il calciatore, l'uomo, rovinato da un semplice rifiuto, trasformato poi in molestie sessuali. Tutte balle, ovviamente. Ma provate voi a tirar fuori la verità dalla Mosca degli anni '50.
E come ultima frase, lascio il suo congedo, quello più triste, ma soprattutto più veritiero di tutti, detto sul letto d'ospedale alla moglie, dopo oltre trent'anni d'attesa: "Ero innocente. Non ho mai fatto quello per cui mi hanno accusato."


martedì 17 settembre 2013

Dalla Lega Pro alla Champions League: il sogno di Giulio Donati

Stasera Manchester United e Bayer Leverkusen giocheranno all'Old Trafford una partita valida per la prima giornata della fase a gruppi della UEFA Champions League. Nella formazione delle "Aspirine" c'è un giovane terzino italiano, proveniente dall'Inter: Giulio Donati. 
Donati è un ragazzo del 1990, che ha passato le ultime tre stagioni in prestito tra A e B, subendo pure una retrocessione. Nello scorso Campionato di Serie B, infatti, ha militato nel Grosseto ultimo classificato. A conti fatti, Donati ha rischiato di giocare la Lega Pro nella stagione in corso. Ma il destino aveva altri programmi per questo ragazzo. Devis Mangia lo convoca per gli Europei U21 in Israele, dove l'Italia si piazza seconda e Donati è uno dei migliori Azzurrini. La paura della Lega Pro è solo un ricordo ormai, adesso sarebbe ricominciata la sua carriera. 
Fortunatamente per lui, è rientrato all'Inter, dove non ha comunque trovato spazio. In lui, però, crede il Bayer Leverkusen - che lo compra per 3 milioni di Euro -, dove Giulio diventa subito titolare in queste prime giornate di Bundesliga. Un avvio ottimo per la formazione di Sami Hyypiä, che dopo cinque giornate si ritrova terza, dietro solo a Borussia Dortmund e Bayern Monaco. 
Il gioco adesso inizia a farsi duro con l'esordio in Champions League. Giulio dovrà dimostrarsi maturo e non farsi intimidire dal grande calcio, quello che conta davvero. Ma lo stadio è quello giusto; perché se è vero che dalla Lega Pro alla Champions League può sembrare tutto un sogno, il miglior modo per crederci davvero è giocare nel Teatro dei Sogni!
Ma del resto, uno che era entrato nelle grazie di Mourinho, non poteva rimanere a girovagare la Serie B. Bravo Giulio!


martedì 20 agosto 2013

Un club non a caso


Come ben saprete Pablo Osvaldo è andato al Southampton, che ha sborsato una cifra vicina ai 17 milioni di euro per aggiudicarsi l'attaccante nato a Buones Aires, i cui rapporti con la tifoseria Giallorossa erano ormai ai minimi termini. 
Per chi non lo sapesse, Southampton è una città dell'Hampshire, una contea nel sud dell'Inghilterra, dove tra le altre c'è anche la città di Portsmouth, altra città calcistica inglese, sede dell'omonima squadra. Il Southampton F.C. non è l'ultimo club arrivato, ma è un club con una grande tradizione alle spalle, già vincitore di una FA Cup e a lungo presente nella massima Divisione Inglese. Rimanendo in tema di attaccanti, Osvaldo ha scelto una squadra che ha avuto dei nomi pesanti in rosa. Basti pensare che il mitico Alan Shearer iniziò qui la sua carriera, giocando quattro anni con i Saints andando a segno 43 volte, prima di andare al Blackburn e al Newcastle, per diventare il miglior marcatore della Premier League con 260 gol. Oppure, basti citare il capocannoniere Mick Channon, attaccante di quel Southampton che vinse la FA Cup, che segnò 227 gol con questa squadra. Ma dal mazzo dei grandi cannonieri, ne prenderei un altro, un centrocampista. Un centrocampista da oltre 200 gol con la maglia dei Saints, il primo centrocampista a segnare 100 gol nel massimo Campionato Inglese. Sto parlando di Matthew Le Tissier, uno dei più grandi artisti del pallone degli anni '90. Perché se è vero che ci sono le star e i campioni, è anche vero che il calcio ha bisogno di artisti veri, capaci di inventare traiettorie nuove e rapire il cuore della gente. Matt appartiene sicuramente a questa categoria e il fatto che i tifosi del Southampton si ricordino ancora oggi di lui ne è la dimostrazione.
Quindi, caro Pablo, se pensi di essere andato via da Roma per essere in pace, forse hai fatto la scelta giusta. Ma se pensi che adesso non avrai pressioni, ti sbagli di grosso. Perché questo non è un club a caso, è il club degli esordi di Alan Shearer, ma sopratutto è il club di Matthew Le Tissier. Benvenuto in Inghilterra.


lunedì 19 agosto 2013

La Corta dei Miracoli


Ci sono storie brevi e sconosciute capaci di segnare un'epoca. Sono durate un attimo, giusto il tempo di far vivere grandi emozioni ad un'intera città. Poi, però, le favole svaniscono e bisogna tornare con i piedi per terra, senza sapere che nel frattempo si era cambiata la storia.
È il caso di Corrado Viciani, un ex calciatore ed allenatore italiano, con un carriera trentennale in panchina. Tra le varie squadre da lui guidate, troviamo anche la Ternana. Una squadra in rapida ascesa, che nel giro di neanche dieci anni si ritrova dalla Serie D alla Serie A. Viciani porta gli umbri dapprima in B, poi in un secondo momento, compie il miracolo di portarli in A. Il gioco era innovativo, fatto di possesso palla e scambi brevi, con cambi di posizione e reparti corti. Era nata la "Corta dei Miracoli".




Corrado Viciani arriva alla Ternana nel 1967, ottenendo subito la promozione dalla Serie C alla Serie B, dove gli umbri mancavano da vent'anni. Nel campionato successivo si salva, arrivando decimo. Poi va all'Atalanta e al Taranto. Torna nel 1971, vincendo il Campionato di Serie B, conquistando la prima, storica promozione in Serie A delle Fere, che è diventata la prima squadra umbra a raggiungere la massima serie. Un traguardo incredibile, che ha avvicinato la città alla squadra, i tifosi ai giocatori. 
Gran parte del merito è proprio di Viciani, un vero e proprio innovatore del gioco. In un calcio in cui si lasciava che fosse l'avversario ad attaccarti, per poi colpirlo in contropiede, il tecnico nato in Libia preferiva che fosse la sua squadra ad avere la palla, avanzando tutti insieme facendo dei brevi e precisi passaggi, lasciando che fosse l'avversario a dover correre. 
Questa descrizione vi ricorda qualcosa? Se dite Barcellona, avete proprio centrato il punto. Infatti la Ternana ha anticipato di quarantanni il gioco di Guardiola. L'unica differenza, è che in quella squadra non c'erano Xavi, Iniesta e Messi. Erano tutti dei gregari, dei gran lavoratori, che si applicavano al massimo per cercare di trasformare in pratica la teoria di Viciani. "Se la palla ce l'hai sempre tu, è più facile che riesca a far gol". Un concetto talmente semplice, da cadere nel ridicolo. Ma era un'innovazione nel calcio di allora, in cui si facevano dei lanci lunghi per cercare la punta e andare a segnare. Viciani seppe rivoluzionare i metodi di gioco, ma non solo. Infatti, non avendo in squadra dei campioni a livello tecnico, sapeva che avrebbe dovuto puntare tutto sulla forma fisica. I suoi allenamenti erano massacranti, ma il tutto era finalizzato a creare dei giocatori instancabili, capaci di avanzare verso la porta avversaria e tornare in difesa per tutti i 90'; perché, come già detto, si andava avanti insieme, cercando di confondere l'avversario con tutti quei passaggi corti e i cambi di posizione. 
I risultati non furono sensazionali, infatti nella stagione in Serie A la squadra arrivò ultima, ma fecero sognare una città come Terni, che dopo anni di delusioni e reclusioni in serie minori, riusciva finalmente ad assaporare il grande calcio. Perché con questa promozione, la Ternana avrebbe affrontato squadre come Juventus, Milan e Inter. Squadre che non solo dominavano l'Italia, ma andavano bene anche in Europa, come dimostrano la vittoria del Milan nel 1969 e le finali di Inter e Juve nel 1972 e nel 1973. Non è un caso, che in tutti e tre gli anni, l'altra finalista di Coppa Campioni sia stata l'Ajax di Johan Cruijff. Il gioco era lo stesso. Passaggi brevi, scambi di posizione, far correre l'avversario. Il gioco di Viciani era stato "plagiato", ma con maggiori soddisfazioni. Il calcio olandese vincerà quattro Coppe Campioni di fila dal 1970 al 1973 (con Feyenoord e poi le tre dell'Ajax), oltre a sfiorare la Coppa del Mondo nel 1974 e nel 1978. 
Viciani se ne andrà a fine campionato, dopo la retrocessione, per poi tornare nel 1981 e ancora nel 1988, senza ottenere più risultati di prestigio.
L'attuale tecnico delle Fere, Domenico Toscano, ha detto: "Terni è una città operaia, qui si vive di lavoro e sacrificio, se volete indossare questa maglia con onore per lei dovrete lavorare e sacrificarvi". Forse è proprio per questo che la Ternana di quegli anni ottenne quei risultati. Perché era una squadra di gregari, di operai disposti a sacrifici. Non erano dei campioni, erano degli uomini che giocavano a calcio. Un calcio nuovo e rivoluzionario, capace però di restare umile e di premiare il sacrificio. Un calcio in cui la città di Terni ha saputo rispecchiarsi e di cui si è innamorata a tal punto da seguire la squadra ovunque.



L'Ajax de nojandri era questo: una squadra umile e con tanta voglia di lavorare, guidata da un grande maestro del calcio come Corrado Viciani. Nei libri di storia forse non la trovate, ma quando guardate Busquets, Xavi e Iniesta fare quei mille passaggi prima di servire quello decisivo a Messi, immaginateveli con una maglia rosso-verde addosso e provate a rievocare gli anni d'oro della Ternana. Oppure, più semplicemente, guardate qualche partita di Serie B quest'anno, sperando che grazie a questo post vi sia venuta un po' di simpatia per questa squadra. Una squadra che i tifosi continuano tutt'oggi a seguire ed amare, sperando che nel giro di poco tempo le sfide con Juve, Milan ed Inter tornino ad essere sfide di Campionato.


Un grazie a Nicolò per avermi chiesto di scrivere sulla squadra della sua città, e per aver creduto nelle mie capacità 

giovedì 15 agosto 2013

La Germania spezza sogni, parte tre: Wunderteam

Ci sono delle date che difficilmente verranno scordate, perché hanno scritto la storia. La storia del calcio. Ci sono il 1954 e il 1974. Ma c'è anche il 1938, dove, oltre che la storia calcistica, venne anche cambiata la Storia, quella con la S maiuscola. Parlando però solo di calcio, la nazione che unisce questi anni è la Germania. Una Nazionale in grado di spezzare i sogni di chi avrebbe di sicuro meritato un posto nella storia, nel 1954 e nel 1974; una nazione in grado di privare della libertà, nel 1938.


Ultimo capitolo di questo viaggio nel tempo, iniziato nel 1954, passando per il 1974, per poi fare un bel balzo indietro fino al 1938. 
Stavolta però si cambia registro, perché questa volta la Germania (unita per l'occasione) si supera e non fa nemmeno arrivare l'Austria al Mondiale del 1938 in Francia. Non solo si limita a fermare uno degli squadroni dell'epoca, ma decide di cancellare tutta l'Austria dalle cartine. Perché stavolta non è solo una questione calcistica, questa volta non cambia solo la storia dei Campionati Mondiali di calcio e degli albi d'oro, non cambia la storia di una Nazionale. Cambia la storia di una Nazione, cambia la storia del mondo, cambia la Storia, quella con la S maiuscola.
È il 3 aprile del 1938 e si gioca allo stadio Prater di Vienna. Da circa un mese l'Austria è stata annessa alla Germania, diventando una semplice provincia orientale. Anschluss è una parola che si studia a scuola, brutta da dire, brutta da ricordare. Ma soprattutto, brutta da vivere. Perché ti annienta: annienta il tuo stato, la tua Nazione, la tua vita. E, limitandomi a parlare di quello che più mi piace, annienta la tua Nazionale. Non una semplice squadra, ma il Wunderteam, l'epico squadrone che domina insieme all'Italia gli anni '30. Si gioca quel 3 aprile, ma non perché si voleva fare una semplice amichevole. Si gioca per sancire definitivamente il fatto che Germania e Austria sono ormai una cosa sola. Si gioca senza motivazioni, senza voglia, ma con tanta paura e raccomandazioni. I tedeschi non potevano perdere e gli austriaci non dovevano vincere. Qualora qualcuno degli austriaci si fosse azzardato a segnare, avrebbe dovuto fare il saluto nazista in segno di rispetto e perdono. Si gioca, ma è come se non si giocasse. Un'interminabile noia, lunga quasi tutta la partita. Ma nel Wunderteam c'era Matthias Sindelar, probabilmente il giocatore più forte dell'epoca. Si dimentica delle minacce e si ricorda chi è: dal cilindro decide si pescare un pallonetto beffardo, che si insacca dentro la rete. Niente saluto nazista, niente scuse, niente rispetto per chi di rispetto nei confronti della tua Nazione non ne ha avuto. Un gesto d'orgoglio, di rivincita. Ma anche un gesto che di fatto è una condanna a morte. La conferma arriverà solo qualche settimana dopo, quando Sindelar rifiuterà la convocazione in una Nazionale che non sentiva sua. Perché per un ebreo, giocare con una maglia con la svastica sul petto, è qualcosa che va contro tutti i suoi principi. Morirà un anno dopo, nel suo appartamento. Dopo 70 anni non si sa ancora la verità.
Il sogno di Sindelar si spezzò quel giorno. Così come quello di tutta l'Austria, di tutto il Wunderteam, che si presentava ai Mondiali francesi con tutte le carte in regola per far meglio di quel quarto posto del 1934, quando persero la finalina proprio contro la Germania. Questa volta non persero una partita, ma persero l'identità nazionale.
Anschluss è una brutta parola, triste, dolorosa, che deve essere studiata a scuola. In modo che i sogni spezzati finiscano qui. Con o senza Germania come protagonista e carnefice. Con o senza calcio a far da cornice. Perché la guerra è la cosa più stupida che si possa fare. Perché non è giusto che qualcuno debba smettere di sognare solo per le manie di grandezza di altri. Tutti sono liberi di sognare, di inseguire i loro obiettivi. Sia che il tuo sogno sia alzare la Coppa del Mondo o essere, semplicemente, un uomo libero.
L'Austria non tornerà mai più a quei livelli, salvo un terzo posto nel 1954. Proprio nel primo Mondiale della Germania, quello vinto contro la mitica Ungheria. Ero partito da lì e mi ci ricongiungo.
1938, 1954, 1974: tre grandi squadre, all'apparenza imbattibili, sconfitte proprio quando sarebbero potute diventare definitivamente grandi. 

lunedì 5 agosto 2013

La Germania spezza sogni, parte due: Arancia Meccanica

Ci sono delle date che difficilmente verranno scordate, perché hanno scritto la storia. La storia del calcio. Ci sono il 1954 e il 1974. Ma c'è anche il 1938, dove, oltre che la storia calcistica, venne anche cambiata la Storia, quella con la S maiuscola. Parlando però solo di calcio, la nazione che unisce questi anni è la Germania. Una Nazionale in grado di spezzare i sogni di chi avrebbe di sicuro meritato un posto nella storia, nel 1954 e nel 1974; una nazione in grado di privare della libertà, nel 1938.


Arriviamo al 1974, esattamente venti anni dopo che Puskas e compagni persero in maniera beffarda la loro unica chance di entrare nella storia. Il discorso non era molto diverso: squadra incredibile, idee calcistiche rivoluzionarie, un leader. Se allora fu il tanto amato Ferenc, adesso sarebbe toccato al Profeta del gol, Johan Cruijff. Il contesto era sempre quello: il Campionato mondiale di calcio. Ovviamente l'Olanda, dall'alto della sua superiorità, arrivò in finale con una facilità ridicola. Nel primo girone di qualificazione si tenne su bassi ritmi, ma dominò segnando 6 gol e subendone solo uno, contro la Bulgaria. Nel girone di qualificazione alla finale, demolì l'Argentina, la Germania Est e i campioni in carica del Brasile. Contemporaneamente, la Germania Ovest vinceva l'altro girone e si apprestava a tornare in finale dopo otto anni, dopo la tragedia di Wembley e il gol di Hurst. Era pure Campione d'Europa in carica ed arrivava da un terzo posto a Messico '70. L'Olanda era sì la migliore, ma questa Germania non scherzava per nulla.
Ma adesso fermiamoci, non ho voglia di ripetere per l'ennesima volta quella maledetta finale di Coppa del mondo. Voglio tornare indietro e portarvi con me negli anni '70. Erano appena finiti gli anni '60 (no, davvero?), quelli che cambiarono il mondo, quelli delle rivoluzioni, quelli dei giovani. Anche nel calcio era cambiato qualcosa. Era finito il dominio del Real Madrid e il modo di giocare a calcio stava cominciando a cambiare. Il gioco di squadra stava sempre più prendendo il sopravvento, a dispetto delle giocate individuali.
Nel 1965 arrivò all'Ajax, anzi tornò, un giovane allenatore, che già da giocatore ben figurò nei Lancieri. Il suo nome era Rinus Michels e il suo obbiettivo era quello di portare l'Ajax e il calcio olandese ai vertici. La sua sembrava un'utopia, calcolando che nel 1965 la squadra di Amsterdam arrivò 13esima in Eredivisie, con un panchina proprio Michels che rimpiazzò Buckingham. Ma non si perse d'animo ed iniziò a lavorare sulla sua squadra, sulle sue idee di gioco. Già la stagione successiva arrivò il titolo olandese, seguito da un'altra vittoria. Ma le cose in Europa ancora non andavano alla grande, e il miglior risultato furono i quarti di finale di Coppa Campioni del 1967. Ma nel 1969, la squadra riuscì ad arrivare in finale, dove venne però sconfitta 4-1 dal Milan di Nereo Rocco. Quello era il preludio al dominio degli anni successivi del calcio olandese. L'anno dopo il Feyenoord s'impose sul Celtic. Dal 1971 al 1973 l'Ajax vinse tre Coppe dei Campioni. Michels se ne andò al Barcellona dopo la prima vittoria, seguito nel 1973 da Johan Cruijff. Nel 1974 Michel diventò allenatore della Nazionale Olandese, che si apprestava a disputare il suo primo Mondiale dopo quello del 1938 in Francia, dove venne eliminata al primo turno. L'Olanda fino ad allora non aveva fatto nulla di buono, ma le cose stavano per cambiare.


Due parole: Calcio Totale. Vi ricordate che parlavo di innovazioni? Bene, questa è la più grande innovazione calcistica della storia. Dove è scritto che un difensore non possa attaccare? Dove è scritto che un centrocampista non possa fare il terzino? Dove è scritto che non possa essere la punta ad impostare il gioco? Tutti possono fare tutto. Michels la pensava così, e i suoi giocatori seppero tradurre i suoi pensieri in partite degne di essere considerate delle opere d'arte. Erano i migliori, superiori a tutto e tutti, nessuno avrebbe mai potuto batterli. O forse qualcuno c'era...
Ok, ripartiamo. Finale del Campionato mondiale di calcio Germania 1974, 7 luglio, Olympiastadion di Monaco di Baviera. La casa del Bayern Monaco, fresco vincitore di Coppa dei Campioni. Gli Orange battono il calcio d'inizio e cominciano a fare dei passaggi e dei movimenti che non sembrano stare né in cielo né in terra. Poi, quasi dal nulla, senza che i tedeschi abbiano la possibilità di accorgersene, si apre un corridoio, una voragine senza uomini in mezzo al campo. Cruijff, l'ultimo uomo in difesa, prende palla nella sua metà campo e con un scatto arriva nella trequarti avversaria. Accelera e si porta a spasso due uomini, il terzo, Berti Vogts, lo stende. Lo stende in area di rigore. Sul dischetto va Neeskens. Gol. Olanda 1 Germania 0 dopo poco più di un minuto, i tedeschi non avevano neanche toccato la palla. E qui finisce la partita dell'Olanda. Se c'era qualcuno in grado di battere l'Olanda, erano proprio gli stessi olandesi. Per i successivi 90' si specchiarono nella loro bellezza, quasi senza accorgersi che Breitner e Müller avevano segnato. Il tempo passò, l'Olanda non si riprese e lasciò la gloria ai tedeschi. Ancora una volta era stata la Germania ad impedire alla squadra più bella di scrivere il proprio nome nella storia. Ma stavolta senza scandali nel dopo partita, senza recriminazioni. La Germania era stata superiore, l'Olanda si vedeva già campione e fu punita. Per Michels e Cruijff fu la prima ed unica occasione di scrivere il loro nome nell'albo dei vincitori della Coppa del Mondo. Michels allenò nuovamente l'Olanda, portandola all'alloro europeo nel 1988, senza però condurla mai nuovamente al Mondiale. Cruijff decise di non andare in Argentina nel 1978. 
Quindi a spezzare i sogni fu nuovamente la Germania, che scrisse per la seconda volta il proprio nome sull'albo dei vincitori. Ma non sempre le coppe fanno la storia, e per la storia quello rimane il Mondiale dell'Arancia Meccanica, una delle squadre più belle e meno vincenti di sempre.
Ma non tutti i sogni vennero spezzati quel 7 luglio. Ero partito da un uomo, da Rinus Michels. Il suo sogno era quello di portare ai vertici il calcio olandese. E ci riuscì. Nel 1999 glielo riconobbe anche la FIFA, eleggendolo allenatore del secolo. Un allenatore che cambiò per sempre il modo di interpretare il calcio. Quando vedete Rooney ed Eto'o fare i terzini, pensate che era così già 40 anni fa ed il merito è di quest'uomo.
Il Calcio Totale resta la più grande innovazione tattica del calcio moderno. Rinus Michels e Johan Cruijff due dei più grandi geni che questo sport abbia mai visto. A loro va detto grazie. Un grazie immenso per aver cambiato per sempre la storia. 

venerdì 26 luglio 2013

La Germania spezza sogni, parte uno: Aranycsapat


Ci sono delle date che difficilmente verranno scordate, perché hanno scritto la storia. La storia del calcio. Ci sono il 1954 e il 1974. Ma c'è anche il 1938, dove, oltre che la storia calcistica, venne anche cambiata la Storia, quella con la S maiuscola. Parlando però solo di calcio, la nazione che unisce questi anni è la Germania. Una Nazionale in grado di spezzare i sogni di chi avrebbe di sicuro meritato un posto nella storia, nel 1954 e nel 1974; una nazione in grado di privare della libertà, nel 1938.


Partiamo dal 1954, da quel 4 luglio, in quell'estate svizzera. Si tornava a disputare la fase finale di un Campionato del Mondo in Europa dopo sedici anni, cioè dopo Francia 1938. I campioni in carica erano gli uruguaiani, che si spartivano equamente con l'Italia le quattro edizioni sin lì disputate. Ma gli addetti ai lavori non avevano dubbi, un nuovo nome sarebbe stato scritto nell'albo d'oro: quello dell'Ungheria. 
La storia della Nazionale Ungherese, o meglio la leggenda, inizia nel 1950. Il 4 giugno battono la Polonia a Varsavia per 5-2. Non perderanno più nessuna partita fino al 1954, umiliando i maestri inglesi nel tempio di Wembley, e poi ancora nel rematch in Ungheria. 6-3 e 7-1 i risultati: il calcio aveva trovato dei nuovi padroni. Nel 1952 arrivò pure il titolo olimpico ad Helsinki. Era una squadra che non conosceva la parola sconfitta e che dominava il mondo, esportando una nuova filosofia del calcio. Era la squadra di Gusztav Sebes in panchina, di Grosics in porta, di capitan Bozsik, di Hidegkuti, Toth, Czibor, Kocsis ed ovviamente del genio del pallone Ferenc Puskas. Non un semplice calciatore, ma uno di quelli che passano sul terreno di gioco una volta sì e altre mille no, uno di quei giocatori destinati a cambiare la storia di questo sport. Il suo score in Nazionale è impressionante: 85 partite e 84 gol. Ma c'è un suo compagno che è riuscito a fare addirittura meglio. Sandor Kocsis scese 68 volte in campo con i magiari, segnando 75 reti. Più di un gol a partita! Era una squadra perfetta, che attendeva questa Coppa del Mondo per diventare una leggenda e lasciare un'impronta indelebile nella storia del calcio. Era la squadra che cambiò per sempre il calcio, anticipando di vent'anni il calcio totale degli olandesi. Era l'Aranycsapat, la Squadra d'oro, la più bella espressione corale di calcio dell'epoca. Era una delizia per gli occhi, un inno alla gioia. Ma soprattutto era una squadra appoggiata dal governo, una squadra con il compito di rendere bella l'immagine dell'Ungheria. La vittoria del Mondiale avrebbe sicuramente contribuito a renderla migliore.
Le premesse c'erano tutte per poter succedere ad Uruguay e Italia. Il Mondiale fu strano, perché nei gironi vennero giocate solo due partite, seppur essi fossero composti da quattro squadre. Infatti le due teste di serie non si incontrarono durante i gironi. I Magiari vennero messi come teste di serie, insieme alla Turchia, con Germania Ovest e Corea del Sud. La prima partita finì 9-0 contro i mal capitati asiatici. La seconda terminò 8-3 contro una Germania Ovest imbottita di riserve, che mirarono ad un solo obbiettivo: far male a Puskas. Riuscirono a far uscire dolorante il capitano e leader ungherese, che fu costretto a salutare anzitempo il Mondiale. Salvo poi farsi trovare pronto per la finalissima. Ma anche privi del loro condottiero, i magiari riuscirono a sconfiggere 4-2 il Brasile nei quarti di finale. Con lo stesso punteggio superarono l'Uruguay in semifinale dopo i tempi supplementari, grazie a due reti di Kocsis nel finale. "Testa d'oro" era già arrivato a quota 11 reti, frutto di due doppiette, una tripletta ed una quaterna, che non solo lo proiettarono in cima alla classifica cannonieri di quel Mondiale, ma anche di quella all-time. Quindi, in assenza di capitan Puskas, fu Kocsis a trascinare la squadra fino alla finale, dove li aspettava la Germania, desiderosao di vendetta dopo l'incredibile figuraccia del girone.
In questo momento l'Ungheria è a quota 31 risultati utili consecutivi. Non perdono da quattro anni e nessuno pare avere le carte in regola per poter scalfire questa corazzata. Il sogno di diventare campioni si sta per realizzare, mancano solo 90'. Ma le sorprese sono dietro l'angolo.
Il Wankdorfstadion di Berna e i suoi 60000 mila spettatori, fanno da cornice a quella che deve essere una pura formalità per Puskas (tornato in extremis) e compagni. Battere la Germania sarà la cosa più semplice, la parte più difficile è scegliere come festeggiare. Dopo 8' i magiari sono già avanti per 2-0, grazie a Puskas e Czibor. Sembra fatta: finalmente la squadra più forte del mondo potrà vantarsi di essere campione del mondo. Ma è solo un'illusione. La realtà è che da quel momento i tedeschi iniziano a giocare, a fare sul serio, a correre il doppio. Al 18' Morlock e Rahn riportano il risultato in parità. Ma l'Ungheria non ci sta, sa di essere più forte e lo dimostra sul campo. Un gol annullato e un rigore non convalidato. "Ma come? Perché?", protesta la squadra di Sebes con l'arbitro Ling. È il segnale che il sogno si sta trasformando in incubo, che la partita della vita sarà la loro più grande disfatta. Diventano sempre più spenti e senza forze, fisiche e mentali. I tedeschi, invece, corrono come se fossero appena entrati. L'Ungheria forse nemmeno se ne accorge, ma Rahn fa doppietta al minuto 84 e completa la rimonta. I minuti passano inesorabili e l'arbitro fischia la fine, facendo entrare nella storia... facendo entrare nella storia l'Ungheria! Sì, perché magari non avranno vinto quella partita, non avranno vinto il titolo mondiale, saranno anche stati battuti dalla Germania Ovest in quella finale. Ma la storia l'avevano fatta gli undici gol di Kocsis, la leadership di Puskas, le giocate di Czibor, l'innovazione tattica di Hidegkuti, il ruolo rivoluzionato del portiere con Grosics. E soprattutto l'aveva fatta Sebes, costruendo una squadra praticamente imbattibile. Poco importa se poi ci saranno sospetti (pesanti) di doping sulla Germania, con i giocatori gialli e nauseabondi a fine partita e nei giorni successivi. Non importa a nessuno, anche perché la Coppa è nella bacheca tedesca, mentre alla mitica Ungheria resta un pugno di mosche. Un secondo posto che vale veramente poco arrivati fino a quel punto. Ma la consapevolezza di aver reinventato il calcio, portandolo ad altri livelli. Prima strabiliando il mondo in prima persona, poi mettendo le basi con il modulo usato dal Brasile bi-campione del mondo nelle successive due edizioni. Fino ad arrivare a vent'anni dopo, quando gli olandesi eleveranno ulteriormente le idee magiare, sviluppando il calcio totale. Altro bellissimo metodo di gioco, con lo stesso risultato. L'Olanda come l'Ungheria, Cruijff come Puskas. Ma questa è un'altra storia. Questo è il prossimo episodio della Germania spezza sogni.
Ma i sogni erano stati spezzati anche ai calciatori, "colpevoli" di non aver dato lustro all'immagine ungherese. La Rivoluzione del 1956 cambierà per sempre la Storia, quella con la S maiuscola. I calciatori scapparono via, lasciando solo il ricordo di quella mitica squadra. Czibor e Kocsis si riscoprirono grandi nel Barcellona, prima di perdere un'altra finale (quella di Coppa Campione del 1961 contro il Benfica) in modo beffardo. Sandor Kocsis non si riprese più da questa ennesima delusione e si suicidò nel 1979. Andò meglio a Ferenc Puskas, bandiera del Real Madrid, che insieme a Di Stefano formò una delle più grandi coppie d'attacco di sempre. Vinse tre Coppe Campioni, ma il rimpianto per non aver vinto quella partita del 1954 contro la Germania se l'è portato dentro la tomba. Anche se in realtà si prese la sua rivincita, segnando quattro gol all'Eintracht Francoforte nella finale di Coppa Campioni del 1960: è a tutt'oggi un record. Ma poco importa, perché Puskas e compagni erano già entrati nella storia del calcio. Anche nella storia dei Mondiali, perché forse quell'Ungheria era troppo bella per vincere quel titolo, e ha lasciato la gloria ad altri. Entrando comunque di diritto nella leggenda.
Aranycsapat: molto più di una squadra, un sogno nazionale. Un sogno spezzato dalla Germania.

giovedì 25 luglio 2013

Il solito british humor




John Henry non è una persona qualunque, è il proprietario del Liverpool. E in quanto proprietario, controlla tutti i soldi che girano attorno al club. Anche i 40 milioni di sterline offerti dall'Arsenal per Luis Suarez. Ma non è questa la vera notizia, non è nemmeno la vera cifra. Infatti nel contratto dell'uruguaiano c'è una clausola che dice che in caso di offerte superiori ai 40 milioni di sterline, Suarez debba essere immediatamente informato, in modo da far prendere atto al calciatore che c'è una squadra interessata a lui. Fin qui tutto abbastanza normale. Il fatto è che l'Arsenal ha preso alla lettera la clausola, e ha offerto 40.000.001 di sterline. Solo una sterlina in più, in modo da costringere il Liverpool ad informare Suarez dell'offerta. Il proprietario del Liverpool non l'ha presa proprio bene e sul suo account Twitter ha scritto "Ma cosa si fumano giù all'Emirates?". La risposta non l'avremo mai. Intanto l'Arsenal ha ottenuto quello che voleva, è la squadra più vicina al giocatore e i Reds rischiano seriamente di perdere il loro giocatore più forte. 
Su Twitter, ovviamente, i tifosi si sono scatenati con varie battute, prendendo sul ridere l'accaduto. Un po' come avrebbe dovuto fare Henry: del resto, ti pigli 40 milioni, e se hai voglia, anche un caffè. E se non riesce a prenderla sul ridere nemmeno così, vai all'Emirates e chiedi di offrirti quello che si fumano. Magari sareste tutti più contenti.

giovedì 18 luglio 2013

Most naturally gifted player


Si possono fare tante classifica e mettere ai primi posti tanti giocatori diversi, etichettandoli come "migliori di sempre", però non si arriverà mai ad una scelta che metta d'accordo tutti. La sfida più nota è quella tra Pelé e Maradona. Io penso che sia Di Stefano che Cruijff gli siano stati superiori, escludendo Maradona da qualsiasi classifica, perché non è degno di stare nel gruppo insieme a questi mostri sacri. Su una cosa, però, tutti possiamo essere d'accordo: il talento. I quattro che ho già citato avevano un enorme talento, così come Zidane o Puskas, per dirne altri due. Ma il giocatore con il maggior talento - quello che gli è stato consegnato direttamente da madre natura, senza bisogno di dover allenarsi per renderlo migliore - è stato George Best. Un ragazzo di 1,75m per nemmeno 70 kg, ma con un estro calcistico innato, in grado di far venire la pelle d'oca solo a vederlo. Denis Law, suo compagno di squadra al Manchester United, disse che era il giocatore perfetto, capace di influenzare un'intera generazione. 
La forma fisica e mentale via via si son perse, ma il talento è rimasto sempre quello, cristallino, intatto, trascinato tra Stati Uniti, Scozia e Australia, in un immenso giro del globo che ha portato il ragazzo di Belfast a riscoprire il gioco del calcio, nel vero senso della parola. Perché un talento così ha bisogno di libertà, non riesce a stare rinchiuso dentro degli schemi. Ecco perché l'addio al Manchester United, alla vera carriera calcistica, a soli 28 anni. Ecco perché l'inizio di questo tour in zone ben più divertenti della triste e cupa Manchester. 
Alla fine la forma fisica si perderà in modo irrimediabile, lasciando un grande vuoto nel mondo del pallone. Un vuoto che, a dirla tutta, si era già creato all'inizio degli anni '70, quando tutta la critica concordava sul fatto che George Best sarebbe potuto diventare ancora più grande, se solo lo avesse voluto, se solo non si fosse lasciato andare. Ma alla fine, a lui, cosa importa? Lui giocava semplicemente per divertirsi e divertire. E ci è riuscito, perché già il semplice fatto di aver potuto vedere una partita di George Best è stata un'enorme opportunità. Perché nel calcio troppo serio e pieno di soldi di adesso, un altro Belfast Boy servirebbe tanto, come un raggio di Sole tra le nuvole, per ridare un po' di gioia in un calcio che - tra calcio scommesse e altri scandali - sta diventando sempre più sporco e triste.
Magari non è stato il migliore, il più forte, di tutti, ma senza ombra di dubbio c'era più talento nel piede di George Best che in qualsiasi altro calciatore. 
Ed è giusto ricordare ciò che disse Jimmy Greaves: "E sappiate una cosa: una partita di George Best é l'equivalente di dieci anni di un mediocre giocatore." E aveva ragione il vecchio Jimmy, aveva proprio ragione.


mercoledì 17 luglio 2013

La seconda chance di Georgios Katidis


No, non è uno di quei giocatori vecchi di cinquantanni conosciuti solo da me. Se provate a scavare nella vostra memoria, vi verrà in mente di chi sto parlando. 
Era il 16 marzo quando Katidis, giocatore dell'AEK Atene, segnò un gol contro il Veria. Come esultanza scelse di alzare il braccio facendo il saluto nazista. Per tutta risposta si è beccato una squalifica a vita dalla Nazionale Greca, oltre ad essere stato messo fuori rosa dalla sua squadra. Un duro colpo, soprattutto considerando che il ragazzo ha solo 20 anni e ancora tutta una carriera davanti a sé. Per questo, il mese scorso, è stato acquistato dal Novara, che ha deciso di credere in lui e dargli fiducia. 

"Non sapevo cosa volesse dire quel gesto, non gli ho attribuito la dovuta connotazione storica, ma ho semplicemente replicato un'immagine che avevo visto su internet. Dopo aver chiarito che si tratta di un errore che ho commesso, non posso aver paura delle reazioni che questo potrà generare, io sono quello che sono e spero che la gente mi capisca. Sono orgoglioso di essere greco, mi sono sempre impegnato molto con la maglia della Nazionale ed è stato un onore giocare la fascia di capitano. Spero un giorno di poter tornare a indossarla". Queste le parole di Katidis durante la sua presentazione al Novara. 
Adesso toccherà a lui impegnarsi tanto e giocare al meglio, in modo da lasciarsi alle spalle quel brutto gesto. In fondo, tutti meritano una seconda chance.


domenica 14 luglio 2013

Gli occhi dell'ignoranza "premeditata"


Ultimamente su Facebook sta prendendo fama la parola "ignorante" riferita al calcio e ai calciatori. Da qui tutti i derivati per fare battute sui vari giocatori, come ad esempio: "Scarso come la fica a ingegneria", "Utile come gli occhiali per Bocelli". Entrambi riferiti a Jonathan dell'Inter, ma potrei citarne tanti altri. Rimangono comunque tutti ignoranti, sia i giocatori che le battute stesse. 
Ma per trovare il vero ignorante, bisogna tornare indietro fino al 1974. La scena è una punizione che metterebbe in imbarazzo persino i tanto sfottuti Constant e Iaquinta. Il protagonista è Ilunga Mwepu, giocatore dello Zaire (odierno Congo), difensore del già noto Mazembe.
Arriviamo al fatto. Il luogo è Gelsenkirchen, la data il 22 giugno del 1974, appunto. Si gioca la terza ed ultima partita del Gruppo B della prima fase a gironi. Il Brasile, all'85', sta vincendo per 3-0 contro lo Zaire, quando venne data una punizione in posizione favorevole ai Verdeoro. Sul punto di battuta si presentò Rivelino, deciso a siglare il 4-0. Ma poco prima che Rivelino prendesse la rincorsa, il nostro Mwepu uscì dalla barriera e calciò via il pallone, lasciando tutti di stucco. I brasiliani rimasero straniti senza sapere che fare. L'arbitro, invece, ha saputo benissimo cosa fare e ammonì  Mwepu, che ebbe pure il coraggio protestare. 
Il fatto resterà avvolto nel mistero fino al 2002, quando lo stesso Mwepu spiegherà le ragioni del suo folle gesto. Furono gli uomini di Mobuto, il leader dello Zaire, a minacciare i calciatori che, dopo lo 0-2 contro la Scozia e lo 0-9 contro la Jugoslavia, non sarebbero tornati a casa in caso di sconfitta con più di tre gol di scarto contro il Brasile. Ecco perché fece quella pazzia, semplicemente per far perdere tempo ai brasiliani ed impedirgli di segnare un ulteriore gol, che poteva valere la qualificazione, dato che la differenza con la Scozia era minima. Alla fine il turno lo passarono Jugoslavia e Brasile. Lo Zaire tornò a casa senza nessun sussulto.
Ma a distanza di quasi 40 anni, la punizione di Mwepu è ancora una delle più chiare dimostrazioni di ignoranza calcistica. Perché già guardandolo lo vedevi che aveva gli occhi di chi non aveva capito niente. E gli occhi non mentono, si sa.


mercoledì 10 luglio 2013

L'Europa di Pozzo e Meisl

Dal 1930 al 1936, l'Europa calcistica parla due lingue: l'italiano e l'austriaco. Da una parte Vittorio Pozzo, con il suo metodo. Dall'altra Hugo Meisl, che costruì la sua Austria sulla sintesi tra il metodo e il sistema, l'altro modulo che veniva usato all'epoca. Pozzo e Meisl sono amici, tanto da lavorare a stretto contatto l'uno con l'altro. Forse è proprio per questo che sono le loro due squadre a dominare. Infatti i risultati ottenuti da Italia ed Austria in quegli anni sono davvero incredibili. 
Si parte con la Coppa Internazionale (http://calciobybeppe.blogspot.it/2013/03/la-coppa-internazionale_9.html) 1927/30, vinta dall'Italia. Secondi arrivano gli austriaci. L'edizione successiva, quella del 1931/32, viene vinta dagli uomini di Meisl, che sono in un periodo d'oro: quattordici risultati utili consecutivi, frutto di undici vittorie e tre pareggi, tra l'aprile del '31 e l'ottobre del '32. L'Italia però non sta a guardare e guadagna il secondo posto. L'anno dopo parte l'edizione 1933/35, vinta nuovamente dagli uomini di Pozzo, con l'Austria seconda. Insomma, i padroni sono loro.
Nel 1936 a Berlino ci sono le Olimpiadi, dove ovviamente è presente il torneo di calcio. Finale, manco a dirlo, Italia-Austria. Finisce 2-1 per gli Azzurri ed ancora oggi è l'unico titolo olimpico vinto dall'Italia.
In mezzo ci sono i Mondiali italiani del 1934. Italia e Austria si affrontano e vince Pozzo, che vola così in finale, lasciando a Meisl la finalina contro la Germania (http://calciobybeppe.blogspot.it/2013/05/laustria-si-tinge-dazzurro.html). L'Austria però perde e i tedeschi si prendono il terzo posto. Non sarà l'unica cosa che si prenderanno. L'Italia però vince in finale contro la Cecoslovacchia, diventando campione del mondo per la prima nella sua storia.

Già, la storia. Adesso arriva quella vera, quella con la S maiuscola. "Non sarà l'unica cosa che si prenderanno", sapete benissimo cosa intendo, basta una parola: Anschluss. L'Austria viene annessa alla Germania nazista e smette di esistere, proprio alle soglie del Mondiale francese del 1938, in cui sarebbero stati grandi protagonisti. Qui finisce la storia dell'Austria di Meisl, che entra nel mito. E in effetti, una squadra che viene chiamata Wunderteam, non può che essere leggendaria. Dal 1931 al 1934, perdono solo tre partite: contro l'Inghilterra a Stamford Bridge (4-3, interrompendo la serie di quattordici risultati utili), contro la Cecoslovacchia (3-1) e la semifinale contro l'Italia (1-0). Trentuno partite, 101 gol: cifre mostruose! Il calciatore simbolo di quella squadra è Matthias Sindelar, uno di quei giocatori che meriterebbero un articolo tutto loro, a parte, per l'importanza che hanno avuto dentro e fuori dal campo. Però adesso sto parlando di Pozzo e Meisl ed è giusto finire la storia. Perché se la Storia ci ha privato dell'Austria, la storia del Mondiale va comunque avanti. Va avanti anche l'Italia di Pozzo, fino alla finale, trascinata dai gol di Piola e Colaussi e dalla classe di Meazza, che insieme a Sindelar è il miglior giocatore in Europa. Italia-Ungheria 4-2: Azzurri nuovamente sul tetto del mondo e praticamente quarto titolo consecutivo dopo il Mondiale del '34, la Coppa Internazionale del '35 e l'Olimpiade del '36. In mezzo ci sarebbe anche un'altra Coppa Internazionale, quella del 1936/38, che però venne interrotta a causa dell'Anschluss, proprio con l'Ungheria prima e l'Italia seconda.
Poi scoppia la guerra e il calcio è l'ultima cosa a cui si pensa. E dell'Italia di Pozzo e dell'Austria di Meisl rimangono solo i ricordi.


Hugo Meisl lascia la panchina nel 1937, dopo oltre 24 anni. Mentre Pozzo nel 1948, dopo quasi 20 anni. L'Europa del calcio delle Nazionali, nel bene e nel male, è stata loro. Con buona pace degli amici danubiani di Cecoslovacchia e Ungheria. E anche dei cari maestri inglesi e britannici. Pozzo e Meisl hanno rivoluzionato il gioco del calcio, mettendo da parte la cara e vecchia piramide, sviluppando nuovi metodi e sistemi (nel doppio senso), rendendo le loro squadre delle vere e proprie macchine da guerra. L'Austria non vivrà più un periodo d'oro come quello degli anni '30 e l'Italia, pur trovando di nuovo la gloria mondiale per due volte, nemmeno.
Meisl e Pozzo, amici-nemici di un calcio d'altri tempi.


lunedì 8 luglio 2013

Brava Viola!


Forse non l'ho mai detto apertamente, ma quando dico che Reus e Mueller sono i miei due giocatori preferiti al momento, quando impazzisco ad ogni gol di Klose, o quando scrivo i poemi sulle statistiche della Nazionale Tedesca, potreste anche capirlo che ho un debole per la Germania. 
Agli Europei del 2008 tifai la Nazionale di Loew, ai Mondiali del 2010, dopo il 4-1 rifilato agli inglesi,  anziché odiarli, scoppiò l'amore, che raggiunse il culmine ai quarti, quando asfaltarono l'Argentina, che odio dal più profondo del mio cuore, con un netto 4-0.


Ma arriviamo ai giorni nostri. Quando nel 2011 Miro Klose firmò per la Lazio, fui molto contento perché sapevo che sarebbe arrivato un grande attaccante. Del resto è il secondo miglior marcatore di sempre nella storia dei Mondiali, dietro di un solo gol a Ronaldo. E per i Mondiali dell'anno prossimo si giocherà il posto con Mario Gomez. Proprio quel Mario Gomez appena acquistato dalla Fiorentina, sempre dal Bayern Monaco. Sarà un bel duello, anche se alla fine penso che ci andranno tutti e due in Brasile.
Ma Mondiale o non Mondiale, sono contento che ci siano due tedeschi in Italia. Quindi brava Fiorentina per questo grande colpo!



I maestri rimarranno sempre loro

Torniamo indietro nel tempo, fino al 1882. Un bell'anno per il calcio britannico. L'Inghilterra batte 13-0 l'Irlanda (quella unita), si credono, con tutta ragione, i migliori, ma la Scozia non ci sta. Mettono in mezzo anche il Galles e formano l'Home Championship, un torneo per decretare il più forte. Inghilterra, Scozia, Irlanda del Nord e Galles, sempre nello stesso anno, formano l'International Board, organismo che tiene sempre aggiornate le regole del gioco. L'anno dopo, con le regole ufficiali per tutte e quattro le nazioni, prende il via il primo Home Championship.
Ma il 1882 è anche un grande anno per quanto riguarda il boom calcistico di club. Nascono squadre a grappoli. Ma ce n'è una in particolare, che segnerà la storia del periodo a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Sto parlando del Corinthian Football Club, di Londra. Una squadra composta solo da giocatori che frequentano le università e che gioca solo partite amichevoli. Il loro punto di forza è il gioco di squadra, che si oppone al dribbling game di quegli anni. Nel 1884 il Blackburn Rovers vinse la FA Cup, facendo credere agli altri di essere praticamente imbattibile. Il Corinthian sfidò otto volte i campioni, battendoli sempre e umiliandoli anche con un sonoro 8-1. Nel 1889 il Preston North End fa il Double Campionato-Coppa, sfida il Corinthian e perde 5-0. Nel 1900 prendono parte al Sheriff of London Charity Shield, battendo i campioni nazionali dell'Aston Villa. Nel 1903 è il turno del Bury, che fresco vincitore della FA Cup, perde 10-3. L'anno dopo asfaltano 11-3 il Manchester United, infliggendo la sconfitta più grande della storia dei Red Devils.
Nel 1897 vanno a fare una tournée in Sud Africa, per poi andare in Brasile, dove entusiasmano talmente tanto la gente che una delle squadre più famose di San Paolo e di tutto il Brasile ha ereditato il nome proprio dalla squadra inglese. Sto parlando, ovviamente, degli attuali Campioni del Mondo per Club, il Corinthians. Ma la loro fama non si è fermata solo in Sud America. Dovete sapere che le maglie del Corinthian erano bianche e nel 1902 a Madrid è stata fondata una squadra che avrebbe dominato l'Europa e scelse di usare la maglia bianca proprio in onore della squadra inglese.
Dopo la Prima Guerra Mondiale decisero di partecipare a competizioni ufficiali, ma ormai le cose erano cambiate e non andarono bene. Nel 1939 si fusero con i Casual, continuando a giocare sino a giorni nostri con il nome di Corinthian-Casual.
Sono passati più di 100 anni da quando il Corinthian insegnò calcio in giro per l'Inghilterra e per il mondo, ma la sua fama rimarrà eterna. In fondo, i maestri saranno sempre loro.


giovedì 4 luglio 2013

La Saeta Rubia

Su Alfredo Di Stefano scrissi già l'anno scorso, per il suo 86esimo compleanno. Oggi fa 87 anni. Ormai inizia ad essere seriamente vecchiotto il nostro Alfredo, ma non per questo deve essere dimenticato. Ed ovviamente io, che sono un gran nostalgico del calcio di allora, non me ne scordo del caro Alfredo.
Nel suo palmarès figurano le famose cinque Coppe dei Campioni vinte con il Real Madrid. Andò a segno in tutte le finali, siglando sette gol, di cui tre nell'incredibile partita del 18 maggio 1960 all'Hampden Park di Glasgow, quando le Merengues sconfissero l'Eintracht Francoforte 7-3, grazie anche ad una quaterna del leggendario Ferenc Puskas. Un record ancora imbattuto. 
Nella formazione all-time di World Soccer uscita ieri, l'argentino è presente, formando un centrocampo a due con Zinedine Zidane. Un ruolo strano, se si pensa che Di Stefano è stato uno dei migliori cannonieri del secolo scorso. Ma è anche vero che in campo riusciva a ricoprire qualsiasi zona, correndo in ogni direzione, recuperando palloni anche nella sua trequarti, per poi ripartire fino all'altra area, con la solita velocità che lo ha sempre contraddistinto. È stato uno dei calciatori più duttili di sempre, anche quando il fatto di ricoprire più ruoli era un'utopia.
Nella sua prestigiosissima bacheca di trofei, figurano anche due Palloni d'Oro nel 1957 e nel 1959, che ne fanno il primo a riuscire a vincerne due. Nel 1989 ha ricevuto il Super Pallone d'Oro, quale miglior calciatore europeo di tutti i tempi. 
Spesso poco considerato nella lotta a migliore di sempre (in cui ormai siamo abituati a sentire Pelé e Maradona), bisogna dire che invece è sempre stato stimato da tutti i suoi colleghi. Lo stesso Pelé disse che la gente discute di Pelé e Maradona, ma il migliore è stato proprio Di Stefano. 

Con Ferenc Puskas formò una delle coppie d'attacco più forti e prolifiche di tutti i tempi. L'argentino dirà che è stato proprio l'ungherese il migliore di tutti. Ma queste sono cose soggettive e ognuno ha il suo preferito.
Per quanto riguarda me, metto sul gradino più alto Alfredo Di Stefano. Il calciatore più forte di tutti i tempi, in grado di giocate pazzesche già negli anni '50. Un vero peccato che pochi si ricordino di lui, dato che meriterebbe molta più attenzione, in quanto è stato in grado di rivoluzionare il calcio di allora, portandolo ad una nuova dimensione e strabiliando il mondo intero con il suo Real Madrid.
In ogni caso, Alfredo Di Stefano resta uno dei giocatori più importanti della storia del calcio.


mercoledì 3 luglio 2013

Il 23 del Real Madrid

Oggi è stato presentato al Bernabeu l'ultimo colpo di mercato del Real Madrid: Isco. Il numero scelto dall'ex Malaga è il 23, che era stato "fuori uso" nelle ultime due stagioni. L'ultimo ad averlo, nella stagione 2010/2011, fu Mesut Ozil, anch'egli fresco acquisto delle Merengues. Le due stagioni precedenti il 23 era stato sulle spalle di Rafael van der Vaart, il quale lo ricevette da Wesley Sneijder, che prese il 10 del 2008. Proprio come Ozil nel 2011. Mentre dal 2003 al 2007, il 23 del Real Madrid fu affiancato al nome di David Beckham. 
Insomma, negli ultimi anni, solamente grandi nomi hanno scelto di indossare il 23. Quindi l'eredità di Isco sarà di quelle pesanti, quelle che faranno subito capire di che pasta è fatto il ragazzo. Ma per uno che è stato pagato 30 milioni di euro, la pressione di un numero come il 23 non dovrebbe essere niente. Del resto, l'ha detto anche lui: "Non mi preoccupano le responsabilità, se mi hanno voluto qui è perché credono in me."
Buona fortuna Isco!


martedì 2 luglio 2013

Differenze incolmabili


Oggi alle 15.00 si è giocata la partita tra Shirak e Tre Penne, rispettivamente i campioni nazionali di Armenia e San Marino. Il match era valido per l'andata del primo turno preliminare della UEFA Champions League, quello a cui prenderanno parte alle 19.30 anche Lusitanos (Andorra) ed EB/Streymur (Isole Far Oer). Le due vincitrice di questi scontri andranno a completare il tabellone del secondo turno preliminare, per poi arrivare fino alla fine. 
Hanno vinto gli armeni con un secco 3-0 grazie alla tripletta di Ismael Beko Fofana, attaccante classe '88 della Costa d'Avorio. Per la squadra di San Marino le cose si fanno veramente dure, ma poco importa chi riuscirà a passare il turno, dato che incontrerà poi il Partizan Belgrado, squadra nettamente superiore sia allo Shirak che al Tre Penne. Basta semplicemente guardare il ranking UEFA, che dice: Partizan 17.425, Tre Penne 1.383, Shirak 0.850. Gli armeni sono la squadra con il coefficiente più basso per quanto riguarda la Champions League, piazzandosi al 436° posto nella graduatoria totale. 
Per farvi immaginare quanto sia insormontabile lo scoglio che gli armeni dovranno superare, basta che voi pensiate che anche l'Arsenal dovrà fare i preliminari di Champions League. Certo, partirà dall'ultima fase, quella dei play-off, ma gli inglesi sono sesti nel ranking con un punteggio di 113.592. 
Però, c'è una buona notizia per lo Shirak. Anche se riuscissero ad arrivare fino all'ultima fase, non incontrerebbero i Gunners, in quanto gli armeni sono campioni nazionali, mentre la squadra di Wenger no. E le regole dicono che negli ultimi dieci scontri, per determinare chi accederà alla fase a girone, cinque di questi saranno fatti tra i cosiddetti "piazzati", mentre gli altri cinque tra i campioni.

Ma possiamo pure star certi che lo Shirak non arriverà fino in fondo, anzi, già il Partizan lo eliminerà. Ma è sempre bello sognare.


giovedì 27 giugno 2013

Brasile in finale


Lasciamo stare la cabala, perché se no in Brasile ci sarebbe ben poco da festeggiare. Infatti nessuna squadra vincitrice della Confederations Cup, ha poi trionfato nel Mondiale successivo.
Parliamo però di ciò che ha detto Scolari, secondo cui il fatto di giocare in casa, possa trasformarsi in uno svantaggio per la sua squadra. Fino ad adesso non ha avuto molta ragione (per sua fortuna) e anche la storia dice che il Brasile gioca bene in casa.
Campionato Sudamericano di football 1919: nazione ospitante il Brasile, vince il Brasile.

Campionato Sudamericano di football 1922: nazione ospitante il Brasile, vince il Brasile.
Campionato Sudamericano di football 1949: nazione ospitante il Brasile, vince il Brasile.

Copa America 1989: nazione ospitante il Brasile, vince il Brasile.
Ma la storia dice anche che il 16 luglio 1950 al Maracana di Rio de Janeiro, si consumò una delle tragedia più drammatiche della storia del Brasile. Il Brasile perse all'ultima giornata del girone decisivo per l'assegnazione del titolo mondiale, contro l'Uruguay. Da lì, la Celeste è diventata un nemico pubblico per i brasiliani e da quel giorno si pensa che il Brasile in casa non riesca a giocare.
Con i quattro titoli di campione del Sud America sopraccitati, si può dire che non sia tanto vero il fatto che i verdeoro non sappiano gestire la pressione del loro pubblico. Anche perché nel 1989, si giocò al Maracana il 16 luglio l'ultima partita del girone per decidere chi avrebbe vinto quella Copa America. Il Brasile vinse 1-0 grazie a Romario contro l'Uruguay. 39 anni dopo avevano avuto la loro rivincita. 

Ma torniamo ai giorni nostri. Perché in quel maledetto 16 luglio di 63 anni fa, venne condannato il portiere di quel Brasile, tale Barbosa. Ieri, invece, la squadra di Scolari ha vinto anche grazie al loro portiere, quel Julio Cesar che ha parato il calcio di rigore a Forlan. Julio Cesar è bianco, e può sembrare una semplice formalità. Ma non da quelle parti. Perché Barbosa era nero e da quel 16 luglio nella Nazionale verdeoro venne stabilito un "patto" secondo cui nessun portiere di colore avrebbe mai più dovuto difendere la porta dei brasiliani. Non c'è niente di scritto, ma questa regola è stata mantenuta per quasi tutti questi 63 anni, tranne rare eccezioni. E quindi è per questo che Brasile-Uruguay del 26 luglio 2013 assume delle sfumature ancora più strane e affascinanti.
Ma chissà se i brasiliani si ricorderanno più di Julio o di Fred e Paulinho, che in finale ce li hanno portati con i gol. Del resto si sa che in Brasile contano solo i gol. 


mercoledì 26 giugno 2013

La vera batosta

Adesso io non voglio star qui a parlare né dell'Inghilterra, né dell'Ungheria, né tanto meno di quell'Ungheria-Inghilterra. Voglio semplicemente dirvi che non basta "creare" uno sport per essere i migliori. Almeno non per sempre.

L'esordio della Nazionale Inglese è datato 30 novembre 1872. Un anonimo 0-0 contro la Scozia. Quasi dieci anni più tardi, a Belfast, i Three Lions spazzeranno via l'Irlanda (unita) con un roboante 13-0, che rimane tutt'oggi la vittoria più ampia dei maestri del calcio. 
Già, maestri del calcio. Ma pure i maestri del calcio hanno subito delle brutte sconfitte. Soprattutto in ambito internazionale, dopo che si decisero a partecipare ai Mondiali, non andarono bene. Dal 1950 al 1962, non andarono mai oltre i quarti di finale al Mondiale. Poi, nel 1966 riuscirono a vincerlo, in casa, con dei piccoli aiutini però. Fatto sta, che i maestri, non erano più così tanto maestri. Anche perché, nel frattempo, i brasiliani si erano dati da fare ed erano diventati i "nuovi maestri".
Bene, facciamo un piccolo passo indietro. Perché i maestri avevano, ed hanno, una loro casa, un loro fortino, che sembrava inespugnabile. Nessuno era mai uscito vincitore da Wembley. Lì sì, che erano ancora loro i maestri. Poi però, arrivarono gli ungheresi, quelli dell'Aranycsapat. Puskas, Czibor, Kocsis, e tutti gli altri. Una squadra d'oro, appunto. Era il 25 novembre del 1953, 100.000 spettatori avrebbero assistito ad uno degli eventi calcistici più importanti del secolo scorso. Perché a Wembley gli ungheresi scrissero la storia. Tre gol di Hidegkuti, due di Puskas e uno di Bozsik. Inghilterra 3 Ungheria 6. Era finito pure il mito di Wembley.
Ma non è questa la partita più importante. Perché gli inglesi, orgogliosi come sono, vollero una "rivincita" in casa degli ungheresi il 23 maggio successivo. Stavolta la squadra di Sebes ci andò giù pesante. "Come pesante? Vuol dire che quel 6-3 non era niente?", potreste dire voi. Ebbene sì, perché gli inglesi tornarono a casa con un solo gol fatto, ma ben sette subiti. Era terminata 7-1 e se andate a cercare la peggior sconfitta della Nazionale Inglese troverete questo Ungheria-Inghilterra del 23 maggio 1954. 
Era un'amichevole, certo, ma era la dimostrazione che non si può essere per sempre i migliori. Nemmeno nello sport da te stesso "creato" e perfezionato. Fu una vera batosta, di quelle che rimarranno scritte per sempre nella storia del calcio.
Ed io, amante di quella Ungheria, ricorderò queste due partite sempre con grande felicità, perché squadre come quella passano una volta ogni vent'anni.

Billy Wright e Ferenc Puskas prima di Inghilterra-Ungheria a Wembley

martedì 25 giugno 2013

Un anno!


Con questo fanno 136 post in 365 giorni, compresa quella lunga pausa che mi presi da settembre a febbraio. Dato che amo le statistiche, posso dire che ho pubblicato 0,37 post al giorno. Un dato inutile, che non cambia la vita né a me, né tanto meno a voi. Ma anche questo post, del resto, è inutile. Più che altro è una celebrazione, una auto-celebrazione, che mi sono voluto regalare. Perché per me scrivere qui è  uno sfogo. Qui posso scrivere quello che mi passa per la testa. E poi, voi, mi fate pure i complimenti. Cosa voglio di meglio? 
Ah, sì. Il risotto che mi aspetta. Ciao e grazie!