sabato 12 aprile 2014

Il Real sfida il passato; Ancelotti il suo futuro?

Se il Real Madrid vorrà mettere, finalmente, le mani sulla Decima, dovrà vedersela nuovamente con una tedesca. Infatti, dopo lo Schalke negli ottavi e il Borussia Dortmund nei quarti, l'urna di Nyon ha ancora messo difronte Real Madrid e Bayern Monaco nelle semifinali di Champions League. È già successo ben cinque volte e i precedenti sorridono ai bavaresi. 
Nel 1976 le Merengues arrivarono tra le prime quattro dopo aver avuto ragione, grazie alla regola dei gol in trasferta, del Borussia Moechengladbach, allora campione in carica di Germania e detentore della Coppa UEFA. Se non bastassero gli intrecci, il bomber di quella squadra era Jupp Heynckes, ex allenatore proprio del Bayern Monaco che ha vinto tutto neanche un anno fa, autore del gol della speranza al Bernabeu. Non fu sufficiente la rete di "Osram", però, e il Madrid passò in semifinale, dove incontrò il Bayern Monaco. Le reti subite furono sempre tre, ma i gol segnati solo uno e poi... e poi i bavaresi erano bi-campioni d'Europa in carica e lanciatissimi verso il terzo trionfo consecutivo. Gerd Mueller fu il mattatore dello scontro: un gol all'andata e due al ritorno, consegnarono la finale al Bayern Monaco. Un gol di Roth, poi, fu necessario per stendere il Saint Etienne e vincere la Coppa per la terza volta di fila, eguagliando l'Ajax.

I tedeschi festeggiano dopo il gol di Roth
Si arriva dunque al 1987. Era il secondo anno senza squadre inglesi (a causa della Strage dell'Heysel), indigeste nel 1981 al Real Madrid (finale persa contro il Liverpool) e al Bayern Monaco nel 1982 (finale persa contro l'Aston Villa). I due club, quindi, volevano affermarsi nuovamente come migliore d'Europa, approfittando dell'assenza delle squadre di Sua Maestà. Soprattutto il Real, che, grazie alla nuova generazione soprannominata "Quinta del Buitre", era riuscito ad imporsi nelle due precedenti edizioni della Coppa UEFA. Questa edizione di Coppa dei Campioni, dunque, rappresentava il vero esame di maturità. Dall'altra parte c'era un Bayern, come al solito, ricco di talenti, ma che mancava un alloro europeo proprio dal 1976. La qualificazione si decise, di fatto, già all'andata, con un netto 4-1 dei tedeschi. L'1-0 del ritorno firmato Santillana, un superstite di undici anni prima, servì a rendere meno amara l'eliminazione dai Blancos. In finale, però, la corazzata tedesca venne sorpresa dal Porto, che si laureò campione per la prima volta nella sua storia, riportando il trofeo in Portogallo dopo un quarto di secolo.

I capitani Santillana e Augenthaler prima della semifinale 
Nel 2000 le due squadre hanno un incontro ravvicinato già nella seconda fase a gruppi, ma è un monologo bavarese: 4-2 a Madrid e 4-1 a Monaco. Riescono comunque tutte e due ad accedere ai quarti di finale, dove superano (entrambe con un 3-2 complessivo e tanta fatica) Manchester United (il Real) e Porto (il Bayern). La sorte le mette nuovamente difronte nelle semifinali. A regalare il passaggio del turno agli spagnoli è Nicolas Anelka, autore di due gol nel doppio confronto, che si rivelano decisivi ai fini del risultato. In finale ci sarà il primo derby tra club della stessa nazione: il Valencia, dopo aver eliminato il Barcellona in semifinale, cerca l'impresa contro i sette volte campioni d'Europa. Morientes, McManaman e Raul hanno altri programmi. Finisce 3-0 e il Real Madrid si porta a casa la Coppa per l'ottava volta.

Anelka in azione contro Linke
L'anno successivo è già tempo di rivincita. Le due squadre passano agevolmente il doppio turno di gironi, terminando sempre in testa e arrivando ai quarti di finali pieni di speranze. Superati Manchester United e Galatasaray senza troppe difficoltà, è ancora tempo di semifinali. I bavaresi fanno il colpaccio al Bernabeu, ripetendosi la settimana dopo in casa: Élber ne mette dentro uno all'andata e uno al ritorno, Jeremies inquadra la porta giusta dopo l'autogol dell'anno precendente e i tedeschi volano in finale. Ad attenderli c'è il Valencia, nel miglior momento della sua storia. I rigori di Mendieta ed Effenberg mandano le squadre fino alla serie dagli undici metri. Kahn è più bravo di Canizares e la Coppa, dopo venticinque anni di attesa, torna in Baviera.

Élber esulta
L'ultimo capitolo della sfida infinita tra spagnoli e tedeschi e storia freschissima. Nel 2012 la finale annunciata sembrava essere Real-Barça, ma le cose andarono diversamente. Ribery e Gomez regolano i madrileni all'Allianz Arena, a cui non basta la rete di Ozil. Al ritorno, una doppietta di Ronaldo in 15' pare spianare la strada verso la finale a Mourinho. Robben, però, riporta il risultato del doppio confronto in parità e la partita si trascina fino ai rigori. Sergio Ramos mira al satellite di Giove, mentre Schweinsteiger è freddissimo. In finale ci va il Bayern, mentre il Real piange. Dall'altra parte Di Matteo, grazie ad un meraviglioso Drogba, trova la formula per annullare il Barcellona.

I bavaresi festeggiano il passaggio del turno
I tedeschi, nella finale giocata in casa, sfiorano il trionfo nei tempi regolari e supplementari, ma saranno nuovamente i rigori a decidere il vincitore. E se è vero che sono una lotteria, è anche vero che ciò che danno, poi tolgono. Proprio Schweinsteiger, l'eroe della semifinale, sbaglia il rigore decisivo, permettendo a Drogba di andare dal dischetto con la possibilità di portare la Coppa a Londra per la prima volta. L'ivoriano, ovviamente, non sbaglia e stavolta sono i bavaresi a piangere e a veder sfumare il quinto trionfo continentale. Poco importa, perché l'anno dopo avrebbero vissuto una stagione magica, conclusa con un meraviglioso treble. Qualcosa che potrebbe ripetersi quest'anno, dato che i bavaresi hanno già vinto la Bundesliga e sono in semifinale di Coppa di Germania. Inoltre, nessuna squadra è ancora riuscita a vincere due volte di fila la Champions League da quando ha assunto questa denominazione: un motivo in più per portare a casa il trofeo.
Anche il Real Madrid di Carlo Ancelotti è ancora in corsa per il triplete, essendo in lotta nella Liga ed in finale di Coppa del Re. In Champions League il destino gli ha riservato lo Schalke, il Borussia e il Bayern. Rispettivamente la terza, la seconda e la prima forza del campionato tedesco. Che sia forse un segnale? Ancelotti, infatti, ha vinto in Italia, Inghilterra, Francia e, molto probabilmente, riuscirà a portare a casa un trofeo anche in Spagna. A quel punto, rimarrà solo la Germania da conquistare. Sarà quella la nuova sfida di Carletto? Chissà. Prima, però, c'è il super Bayern di Pep Guardiola da superare, per vincere, finalmente, la tanta sognata Decima.

sabato 8 marzo 2014

Cedric Mabwati e la sua particolare clausola di rescissione

Se dico Kinshasa, la cosa che viene alla mente è una: The Rumble in the Jungle, George Foreman vs Muhammad Ali, incontro valevole per il titolo dei pesi massimi di boxe. Per una notte la capitale dell'allora Zaire, sarebbe stata il centro del mondo. Era il 30 ottobre 1974 e Ali sfoderò una delle sue migliori prestazioni, rivincendo il titolo per la seconda volta. Diciotto anni dopo, nella stessa Kinshasa, nacque Cedric Mabwati, giocatore del Betis Siviglia. In questa stagione la giovane ala congolese si è messa in mostra, nonostante la sua squadra sia ultimissima e lontana dalla salvezza. Ma oltre alle discrete abilità tecniche, Cedric ha attirato l'attenzione per il suo passaggio dal Numancia al Betis: prezzo di trasferimento € 1,20. Sì e no, un caffè. Questo è stato possibile grazie alla sua particolare clausola di rescissione: se una squadra si fosse interessata a lui prima del 15 giugno (2013), il suo valore sarebbe stato € 1,20, altrimenti la cifra sarebbe lievitata fino a 5.000.000. Il Betis si è affrettato ed ha concluso un bell'affare. Il calcio offre sempre belle storie e se da una parte abbiamo "il giocatore costato un caffè", a Madrid, sponda Real, troviamo Cristiano Ronaldo e Bale, quasi 200 milioni di giocatori. Ora immaginatevi Betis-Real e Mabwati contro il portoghese e il gallese. All'andata, quando ancora Bale doveva arrivare a Madrid, il Betis e Cedric spaventarono il Bernabeu e la squadra di Ancelotti, che fu salvata in extremis da Isco. Poi arrivò Bale e Isco perse il posto da titolare. Il ritorno fu una pratica chiusa senza patemi da parte del Real, con Ronaldo e Bale ad aprire le marcature del 5-0 finale. Mabwati quella partita del 18 gennaio non la giocò. Tutto normale, insomma: il grande Real degli acquisti esorbitanti, strapazza il piccolo Betis degli acquisti misurati. Le solite storie. Però, ogni volta che berrete un caffè e lo pagherete più di € 1,20, ricordatevi di Cedric e dalla sua strana clausola, almeno potrete dire "Questo caffè mi è costato più di un calciatore". Strano, no?


venerdì 7 marzo 2014

Il più grande calciatore che non avete mai visto

Di solito, nell'immaginario collettivo, i più grandi calciatori della storia del calcio sono due: Edson Arantes do Nascimento, meglio noto come Pelé, e Diego Armando Maradona. Due tra i più influenti numeri 10 del XX secolo, che hanno scritto pagine importanti di Brasile e Argentina. A questi, si potrebbero affiancare, anzi si dovrebbero affiancare, altri grandi nomi: Johan Cruijff, Michel Platini, Alfredo Di Stéfano, Marco Van Basten e altri ancora. Uscendo da quell'immaginario collettivo di cui vi parlavo e mettendomi in prima linea, escluderei a priori Maradona. E non sarei l'unico. Le preferenze sono preferenze, sia chiaro, ma c'è un altro giocatore che dal 1963 al 1970 è stato "il migliore al mondo", usando le parole dello stesso Pelé: George Best. Se ne andrà dal Manchester United nel 1974 e proprio in quegli anni, quelli del declino, si affacciava nelle serie minori inglesi "l'altro George Best". Ora qui la storia cambia: da Di Stéfano a Van Basten, sono passati tanti grandi campioni e, in un modo o nell'altro, abbiamo avuto la possibilità di ammirare le loro gesta. All'inizio degli anni '70, invece, iniziava la carriera di un calciatore che sarebbe ben presto andato nel dimenticatoio. Un giocatore dal grande talento, è vero, ma inglese. E voi sapete che i sudditi della Regina hanno un difetto: l'alcool, a cui si aggiungono tante altre cose. Quando hai talento e riesci ad abbinarlo alla ragione e alla buona volontà, arrivi in prima divisione e tutti si accorgono di te. Quando hai talento, ma lo sprechi rovinandoti la vita, la prima divisione la vedi con il binocolo e il tuo provino per una squadra dilettante si chiama riformatorio. Ma se andate dai tifosi del Reading e chiedete il nome del loro calciatore del millennio, vi risponderanno in coro: Robin Friday. 


La sua storia parte da Acton, un quartiere difficile di Londra, nel 1952. Sin da piccolo mostra un incredibile potenziale calcistico, ma Crystal Palace, QPR e Chelsea gli sbattono la porta in faccia: un carattere troppo sopra le righe gli preclude qualsiasi chance di giocare con i grandi. Decide quindi di lasciare la scuola e di iniziare il lavoro di muratore a 15 anni. L'anno dopo finisce in riformatorio, dove gioca per la squadra della prigione: è diverse spanne sopra gli altri ed ottiene il permesso per allenarsi con le giovanili del Reading, che ovviamente poi lo rispediscono indietro. A 19 anni trova posto nella squadra di dilettanti del Walthamstow Avenue. Ci rimane pochissimo, giusto il tempo di essere notato dall'Hayes, dove mette in mostra tutto il suo repertorio: sia dentro che fuori dal campo. Alcolizzato, drogato e donnaiolo: Friday non se ne fa mancare una. Resta qui tre anni, ma prima di andarsene, affronta il Reading in FA Cup: il manager Charlie Hurley viene colpito dall'estro di Friday e decide di portarselo con sé. 



È il 1973, Robin ha solo 21 anni e finalmente è arrivata la prima grande chiamata. Il suo esordio è tardivo, a causa della sua troppa foga agonistica durante gli allenamenti, che ne comporta un allontanamento dalla squadra. A quel punto, però, la situazione del Reading è critica e Hurley decide di buttarlo nella mischia e Friday non delude le aspettative: incredibilmente forte in campo, "stupefacente" fuori. Nella stagione 1975/76 si rivela fuoriclasse assoluto della quarta divisione inglese, mettendo a segno 21 gol in 44 partite e trascinando da solo il Reading alla promozione. A metà della stagione dopo, però, viene cacciato e trova posto nel Cardiff City in seconda divisione. Qui ritrova il Chelsea, che lo aveva scartato circa dieci anni prima, che riuscirà ad arrivare secondo ed essere promosso, insieme al Wolverhampton primo e al Nottingham Forest di Brian Clough terzo. In mezzo a quelle 22 squadre c'era anche il Fulham di Bobby Moore, il leggendario capitano dell'Inghilterra campione del mondo. L'esordio avviene proprio contro i Cottagers: Friday segna due reti e ridicolizza Moore, che si becca pure una celebre strizzatina di testicoli. Il resto è il solito copione: alcool, droga e donne. L'ultimo highlight della sua breve carriera arriva il 16 aprile 1977: dopo vari scontri, colpisce il portiere del Luton con una scarpata in faccia. In un momento di ragione, decide di scusarsi e porgere la mano, ma il suo avversario lo ignora e passa subito la palla ad un difensore. A quel punto Friday corre come un dannato, recupera palla, arriva in area, mette a sedere il portiere, segna ed esulta con le dita a V, che nei paesi anglosassoni sta ad indicare una parola che inizia appunto per v e finisce affanculo. 


La stagione dopo la inizia, ma non la finisce. Dopo sole due partite, decide di ritirarsi il 20 dicembre del 1977, a soli 25 anni e con alle spalle una carriera mai totalmente iniziata e rimasta incompiuta. Il Brentford e il Reading proveranno a rimetterlo in squadra, ma sarà tempo sprecato. Leggendario il rifiuto alla sua ex squadra: quando l'allenatore gli chiede di mettere la testa a posto, per poter arrivare anche in Nazionale, Friday gli chiede l'età e risponde "Ho la metà dei tuoi anni e ho già vissuto il doppio di te". Si ritira quindi ad Acton, dove viene trovato morto il 22 dicembre del 1990 a causa di un overdose, a soli 38 anni. 
La sua carriera è durata solo quattro anni, dal 1973 al 1977, ma in questa breve parentesi è riuscito ad imporre il suo gioco e ad entrare nel cuore di tutti quelli che sono riusciti a vederlo, che difficilmente riusciranno a dimenticare un giocatore così. Sfrenato e fuori le righe, ma con un grande talento che, in un modo o nell'altro, ha sempre messo in campo. A lui non importava giocare, a lui importava prendere la palla, scartare tutti e segnare. A lui importava semplicemente essere Robin Friday, il più grande calciatore che non avete mai visto.

giovedì 6 marzo 2014

Inter ti presento Vidic


"Nemanja, oh oh oh, Nemanja, oh oh oh, he comes from Serbia, he'll fucking murder ya!". Basterebbe un semplice coro, cantato sulle note di "Nel blu dipinto di blu", per descrivere Nemanja Vidic. Non c'è bisogno di traduzione, il messaggio arriva comunque forte e chiaro: Vidic non ha paura di nulla e lo ha sempre dimostrato sul campo. Del resto, come dice lui stesso, "Sono cresciuto in mezzo alle bombe, perché mai dovrei avere paura di un contrasto aereo contro il portiere?". Ed è qui che sta la forza del centrale serbo: il coraggio. Pochi giocatori oggigiorno possiedono la stessa carica agonistica di Vidic e proprio questo lo ha reso uno dei migliori difensori degli ultimi anni. Ma il giocatore nato a Uzice non è solo cattiveria e impegno, perché a queste qualità è riuscito ad abbinare anche molto abilità tecniche, che lo hanno reso un pericolo pure per i portieri avversari, oltre che per gli attaccanti. 
Con il Manchester United, Vidic ha vinto tutto quello che c'era da vincere, formando insieme a Rio Ferdinand una delle coppie centrali più solide degli anni 2000. Sin da quando è arrivato nel gennaio del 2006, il serbo ha imposto la sua leadership, imponendosi dapprima in Premier League e poi in tutta Europa. Nei suoi otto anni all'Old Trafford, si è guadagnato la stima, il rispetto e l'affetto di tutti, diventando uno dei giocatori più amati ed ereditando ufficialmente la fascia di capitano nel 2011, dopo l'addio di Gary Neville. 
Dopo otto anni, dunque, Vidic lascia il Manchester United per provare una nuova esperienza nel campionato italiano con la maglia dell'Inter. La squadra nerazzurra ha sicuramente fatto un grande acquisto sotto il punto di vista dell'esperienza, ma se la politica di Thorir è "tutti sotto i 26 anni", la strada è ancora lontana: il difensore serbo è sulla via dei 33 anni, non di certo un giovincello. Ma a volte l'esperienza è più importante dell'età e Vidic arriverà in Italia per dimostrarlo. A dispetto di tutti i suoi detrattori, che lo danno ormai per pensionato.

Saluti, capitano.


sabato 1 marzo 2014

Il Superman rumeno dice no al Barcellona

Era il 1986. Il Barcellona era lontano anni luce dai momenti di gloria di questi tempi. In quella stagione, però, riuscì a battere sia i campioni d'Europa in carica della Juventus, che i futuri vincitori dell'edizione successiva, il Porto. Ma, come già detto, era il 1986, non il 1987. Il Barcellona in finale di Coppa Campioni ci arrivò, ma sulla sua strada incontrò un avversario che, da semplice outsider, divenne imbattibile. 

Era il 1986, il primo anno senza squadre inglesi nelle competizioni europee. Dal 1975 al 1985 (ad eccezione del 1976 e del 1983), i club di Sua Maestà avevano sempre centrato la finale di Coppa Campioni, vincendola nel 1977, 1978, 1979, 1980, 1981, 1982 e 1984 con Liverpool, Nottingham Forest e Aston Villa. Il dominio venne spezzato dalla furia dei tifosi del Liverpool che, nella finale del 1985 contro la Juventus, ne combinarono di ogni, facendo entrare quel 29 maggio di diritto della storia del calcio. Con contorni negativi, purtroppo. La punizione della UEFA fu esemplare: ogni squadra sarebbe rimasta esclusa da qualsiasi competizione europea per un tempo indeterminato. Solo nel 1990 - un anno dopo un'altra tragedia del football inglese, quella di Hillsborough - i club inglesi furono riammessi, ma gli anni d'oro erano ormai passati. Troppe cose erano cambiate nel frattempo. Una cosa rimase uguale: il Barcellona, uno dei club più gloriosi di Spagna, aveva ancora zero Coppe Campioni in bacheca. Nel 1961 fu il mitico Benfica a negargli la gioia europea. Nel 1986 fu un simpatico portiere rumeno dai folti baffi: Helmuth Duckadam.

Era il 1986, il 7 maggio per la precisione. Si giocava una partita. No, qualcosa in più di un semplice incontro: era la finale della Coppa Campioni, che si sarebbe disputata in uno degli stadi più infuocati di Spagna, il Sanchez-Pizjuan di Siviglia. Solo quattro anni prima, era stato il teatro della stupenda semifinale del Mondiale tra Germania e Francia. Quella sera le cose andarono diversamente, perché se tra tedeschi e francesi le cose dovevano essere, e furono, incerte, quel 7 maggio il popolo gridava già un vincitore predestinato: il Barcellona. I catalani, infatti, avevano difronte i rumeni della Steaua Bucarest. Chi mai avrebbe pensato che quegli undici uomini arrivati da un paese semi-sconosciuto al resto del mondo, potessero battere i campioni spagnoli? Senza dimenticare che i catalani erano 60000 nello stadio. Quello che la squadra di Terry Venables avrebbe dovuto fare, era semplicemente segnare un gol, per poi godersi gli attimi di felicità al fischio finale. Una missione semplicissima. Forse troppo...

Era il 1986. La squadra più forte della Romania era la Steaua Bucarest, undici rumeni che nessuno conosceva allenati da Emerich Jenei. Un mix di esperienza e gioventù, ma anche molta fortuna. Nel primo turno incontrano i danesi del Vejle: 5-2 totale senza troppe storie. Negli ottavi regolano con un 4-1 interno le macerie della Honved. Nei quarti riescono a pescare la squadra più scarsa in mezzo a squadroni: i finlandesi del Kuusysi Lahti. Incredibilmente, sono la formazione che gli dà più noie, ma riescono comunque ad accedere alle semifinali, dove incontrano l'Anderlecht, che ha eliminato il Bayern Monaco nel turno precedente. L'ennesima prova di forza casalinga, spinge i rumeni verso un'insperata finale. Dall'altra parte del tabellone, il Barcellona suda sette camicie per eliminare Sparta Praga e Porto grazie alla regola dei gol in trasferta, la Juventus ai quarti (1-0 e 1-1), mentre in semifinale rimonta il 3-0 dell'andata al Goteborg, vincendo ai rigori. In finale ci arrivano loro, con una sola certezza: il trofeo avrà un nuovo vincitore, per il secondo anno consecutivo. 

Quel 7 maggio del 1986 successe qualcosa di incredibile a Siviglia. Il Barcellona attacca, domina, tira, ma trova sempre un avversario insuperabile: Helmuth Duckadam. Il simpatico baffone è in giornata di grazia ed inventa un nuovo metodo per vincere: giocare con un portiere che non può subire gol. I catalani tirano, lui para. I catalani ritirano, lui ripara. Dopo 90' è ancora 0-0. Nei supplementari il copione non cambia. Dopo 120' il Barcellona non è ancora riuscito a segnare. Ma adesso ci sono i rigori, arriveranno i gol. O, almeno, tutti si aspettano, finalmente, dei gol. Batte Majearu: sbaglia. Tocca ad Alexanko: Duckadam para. Va Boloni: Urruti ci arriva. Pedraza batte a sinistra come Alexanko: Duckadam si oppone nuovamente. 120', quattro rigori e zero gol. Quel 7 maggio era già entrato nella storia. Ora toccava al baffo scrivere la sua. Lacatus riesce a segnare. Il Pichi Alonso non cambia lato, tira a sinistra: Duckadam ci arriva ancora. Balint segna. Marcos Alonso tira a destra, forse è la mossa giusta. Invece no, perché Duckadam nega il gol anche a lui. La Steaua vince 2-0 ai rigori la Coppa dei Campioni. L'eroe si chiama Helmuth Duckadam, un portiere che non può subire gol. Facile vincere così, vero? Quel giorno Superman si rivelò a noi umani e parve spiccare il volo verso una carriera ricca di successi. Invece... 


Quel 7 maggio del 1986 fu l'ultima partita di Helmuth Duckadam. In mezzo al suo ritiro, tante voci, forse troppe, perché il 7 maggio del 1986 la Steaua Bucarest giocò e vinse la finale della Coppa Campioni con in porta un grande portiere. Quello che successe dopo, è un'altra storia. A me piace ricordare la parte più bella, la copertina di una storia fatta di tanti bassi e pochi alti, ma con un acuto che fa intimidire anche un portierone come Gigi Buffon.






venerdì 21 febbraio 2014

Triplette inglesi

Se dico "Inghilterra" la prima cosa che scatta alla mente è "Londra". D'accordo, è la capitale e il ragionamento fila liscio. Poi ci sono due strade percorribili: una porta al tè, l'altra al calcio. Ovviamente avete già capito quale tipo di via io preferisca prendere e, se siete qui, penso sia quella che scegliereste anche voi. L'Inghilterra, proprio per un principio storico, è legata indissolubilmente al calcio. Londra, con tutta la marea di squadre che hanno sede nella City, pure. Non solo con tutti i club, ma anche con tutti i calciatori nati nella stessa Londra. Basti pensare a David Beckham che a cavallo tra la fine degli anni '90 e l'inizio dei 2000 è diventato, probabilmente, il calciatore più conosciuto e famoso del mondo, anche e soprattutto per le sue vicende extra-calcistiche: leggasi "persona che avrebbe potuto tranquillamente fare il modello" e "matrimonio con una Spice Girl". Quindi, possiamo affermare, che Londra non solo è il richiamo internazionale al Regno Unito, ma lo è anche per quanto riguardo il football britannico. O almeno in grossa parte.
Ashton-under-Lyne potrebbe suonare nuovo ai più. Sarebbe, circa, come sapere il capoluogo di regione del Molise. Non è necessario saperlo, ma conoscere Campobasso non fa mai male. Ashton invece è leggermente più a nord del Molise, precisamente nella Greater Manchester, una contea nel nord-ovest dell'Inghilterra. Non ci vuole un genio per capire che siamo vicini a Manchester, la città che ospita lo United e il City. Capire cosa c'entri Ashton con il calcio è un po' più dura. Lì ci sono nate due persone che hanno due cose in comune, oltre al luogo di nascita: la professione e il massimo traguardo raggiunto. Uno è Simone Perrotta, calciatore campione del mondo nel 2006 con l'Italia. L'altro invece si ricollega a Londra, perché quando vinse il Mondiale, il suo capitano era proprio delle zone della capitale. Il capitano era Bobby Moore, una leggenda della Nazionale Inglese e del West Ham. Geoff Hurst era un suo compagno di club e di nazionale. Professione: calciatore; massimo traguardo: Mondiale del 1966; luogo di nascita: Ashton-under-Lyne. Il cerchio, dunque, si è chiuso? E invece no, perché manca l'ultimo tassello, quello che ci riporta definitivamente a Londra. Risponde al nome di Jimmy Greaves, ex attaccante di quell'Inghilterra campione nel '66, nato proprio a Londra. Però la finale la giocò Hurst. Perché?

Geoff Hurst con la maglia del West Ham United
Jimmy Greaves è un classe 1940, Geoff Hurst 1941. Il primo a 18 anni non compiuti è già titolare nel Chelsea, con cui firma 22 gol in 35 partite di First Division come biglietto da visita. Non male! Il secondo ci mette qualche anno in più a maturare ed è "solo" intorno ai 20 anni che riesce a strappare un posto da titolare nel West Ham United. Già i due si incrociano, sono rivali, rivali cittadini. Peccato che il primo bruci le tappe, e mentre il secondo guadagna la maglia a 20 anni, Greaves qualche mese prima ne abbia già messi dentro 100 in First Division con la maglia dei Blues. È il più giovane in assoluto ad aver centrato tale traguardo. È il 1961: Greaves ha 21 anni e Hurst 20. Il primo è a 124 gol. Il secondo a zero. D'accordo che hai un anno e due stagioni in più, ma la prima sfida l'hai vinta tu, non ci sono alibi che tengano. Troppe poche 9 presenze, contro le 169 di Jimmy. A questo punto Jimmy decide di migrare per provare nuove esperienze. Lo accoglie il Milan, che pensa di aver preso un cannoniere di razza. Infatti è così: 10 partite, 9 gol. Litiga con l'allenatore però e torna a casa in pochissimo tempo. Londra gli mancava troppo e arriva al Tottenham Hotspur, che lo paga 99.999£: guai a caricarlo del peso delle 100.000£. Ed è così, mentre Greaves torna a casa, che Hurst si guadagna la sua prima stagione da titolare: 24 presenze, 1 gol. Lontani da quello che ci aspetterebbe da un attaccante.
Le stagioni intanto vanno avanti e si arriva al 1965. Geoff Hurst si è ormai affermato: segna con una buona continuità, gioca e sono tutti contenti. Sì, ma non ha fatto i conti con Greaves. Non soddisfatto dei titoli del 1959 e 1961 vinti con la maglia del Chelsea, inanella una serie di tre vittorie consecutive nella classifica dei marcatori dal 1963 al 1965. La sua tripletta l'ha servita così, alla sua maniera: tanti gol e tante triplette vere, sul campo, ovviamente.

La stagione decisiva è quella successiva, quella dell'anno dei Mondiali. L'anno magico lo vive Willie Irvine, attaccante del Burnley, che si laurea capocannoniere con 29 gol, 6 in più di Hurst, addirittura 14 più di Greaves. Irvine, però, non viene selezionato da Sir Alf Ramsey per i Mondiali casalinghi, Greaves e Hurst sì. L'attaccante titolare, ovviamente, è lui The Goal Machine: Jimmy Greaves. E chi se no? Anche se arrivava dalla sua stagione peggiore, il migliore rimaneva sempre lui.

Jimmy Greaves con la maglia del Tottenham
È il 20 luglio 1966, si affrontano i padroni di casa inglesi e la Francia nell'ultima partita del Gruppo A, che vede l'Uruguay primo a 4, poi i Three Lions a 3, il Messico a 2 e i Galletti a 1. Partita da dentro o fuori, di conseguenza. La decide il compagno di reparto di Greaves, Roger Hunt, leggendario attaccante del Liverpool, che mette a segno una doppietta e sale a quota tre gol nel torneo. Tre dei quattro gol della Nazionale di Sir Alf Ramsey sono stati segnati da Hunt, l'altro da Bobby Charlton. Il grande Jimmy Greaves è ancora a secco, Hurst mugugna in panchina. Il 20 luglio però, durante la partita con la Francia, Greaves si infortuna e lascia il posto ad Hurst. Sarà la più grande fortuna della storia dell'Inghilterra. Tre giorni dopo, i quarti contro l'Argentina li decide proprio l'attaccante del West Ham, che manda la sua Nazionale per la prima volta tra le migliori quattro del mondo. La semifinale contro il Portogallo del temibile Eusébio si preannuncia una partita tanto bella quanto incerta. La spuntano gli inglesi, grazie a una doppietta di Bobby Charlton, che rende inutile il tentativo di rimonta finale firmato Eusébio. Hurst si mette ancora in luce e si guadagna di diritto un posto nella finalissima contro la Germania Ovest. Questa volta è Greaves che mugugna: nonostante i problemi fisici siano passati, la maglia da titolare non è più sua. 
Era un sabato. 30 luglio 1966, ore 15, Wembley, Londra. La City torna per chiudere il cerchio di tutta la storia. Non è stata una finale, è stata molto di più. Troppo semplice etichettare come partita di calcio quello che successe quel giorno. I quasi 100.000 di Wembley assistettero ad un evento unico, mai più replicato da nessuno. La finale è bellissima, le due squadre giocano a viso aperto ed offrono un grande spettacolo. Dopo 12' Haller porta in vantaggio i tedeschi. Al 18', però, sale in cattedra Geoff Hurst, che servito da un'intelligente punizione di capitan Moore non ha difficoltà a pareggiare i conti. Al 78' è da un tiro sporcato della punta inglese che nasce l'azione del vantaggio inglese: Hurst tira, Hoetgges scivola, il pallone si impenna, Peters arriva come una furia e butta dentro quello che sembra essere il colpo del KO. Ma non sarà così. Primo perché i tedeschi non mollano mai, secondo perché la partita deve entrare nella leggenda. Quando mancano una manciata di secondi alla fine è Weber a siglare il 2-2, dopo un'astuta punizione di Emmerich. Saranno dunque i tempi supplementari a decretare il vincitore di questo Mondiale. Non dei semplici tempi supplementari, ma quei tempi supplementari. Quelli  di Inghilterra-Germania Ovest. Quelli del gol-non gol di Geoff Hurst. È il 101' quando la punta inglese lascia partire un bolide dal limite dell'area piccola: la palla si stampa sulla traversa, rimbalza fuori dalla porta ma Hunt, appostato a un metro da lì, alza le braccia al cielo e fa esplodere Wembley. I tedeschi si lamentano, protestano, non hanno visto quella palla entrare. A questo punto la decisione passa al guardalinee, il sovietico Bakhramov. Basta un cenno con la testa per far entrare nella leggenda quella partita. Il suo sì fa definitivamente urlare gli inglesi, che tornano in vantaggio grazie alla doppietta di Hurst. Il secondo tempo è un assedio tedesco, che però si trovano inevitabilmente scoperti. Moore lancia Hurst a pochi secondi dalla fine e l'attaccante non sbaglia. 4-2 Inghilterra, tripletta personale per Geoff Hurst. Primo ed unico a riuscirci in una finale Mondiale. I tedeschi protestano, pensano che il guardalinee sovietico abbia favorito gli inglesi solo per vendicare l'eliminazione in semifinale dell'URSS. Ai padroni di casa queste cose non interessano e ringraziano sentitamente. Dopo anni di sberle, sono nuovamente loro i maestri del calcio. La sua tripletta Hurst l'ha messa a segno nel momento più importante, rubando la maglia a Greaves. Un vero smacco! 

Il tiro del gol-non gol di Geoff Hurst


Tornati a darsi battaglia nella First Division, i due continuano a segnare a raffica. Jimmy Greaves vince un altro titolo di capocannoniere nel 1969, l'ultimo della sua carriera: in totale sono sei, un record. Nel 1970 si ritroveranno compagni di squadra per una stagione e mezza, fino a quando nel 1971 Jimmy Greaves non dirà addio al calcio (anche se tornerà in serie minori dal 1975 al 1980). Hurst andrà allo Stoke City, prima di chiudere la sua carriera tra Sud Africa e Stati Uniti, dove troverà nei Seattle Sounders il suo ultimo club, nel 1976. 
Con la Nazionale il rapporto di Greaves sarà controverso, non verrà infatti più convocato dopo il 1967, saltando dunque il Mondiale di Messico '70, nonostante continuasse a segnare. Mentre per Hurst la sorte riserverà un carriera internazionale fino al 1972.
Le statistiche dicono che Geoff Hurst abbia segnato 299 gol in 674 partite di club. Jimmy Greaves 422 in 602 presenze. Con l'Inghilterra Hurst ha siglato 24 gol in 49 caps. Greaves la bellezza di 44 in sole 57 partite, un record superato unicamente da Bobby Charlton e Gary Lineker, che la sua media gol se la scordano. 

Jimmy Greaves con la medaglia del Mondiale


La tripletta più importante è sicuramente quella di Geoff Hurst, tre gol che hanno consegnato l'unico titolo Mondiale all'Inghilterra. Ma è una tripletta sporca, a causa di quel secondo gol che non è mai entrato. Jimmy Greaves, dal canto suo, è l'ultimo giocatore ad aver segnato 40 gol in First Division (41 nel 1961 con il Chelsea) ed è il primatista di gol nella massima serie inglese. Forse tutti si ricordano Hurst per quella prestazione, ma dimenticare la carriera di Jimmy non è comunque giusto nei confronti di un attaccante leggendario. The Goal Machine resterà sempre lui: James Peter Greaves, uno che in carriera ha segnato quasi il doppio di Hurst. A volte, però, è importante segnare i gol al momento giusto e il vecchio Geoff, in questo, è stato un maestro. Nei libri di storia troverete sicuramente il suo nome, per quello di Jimmy servirà un po' più di ricerca, ma ne varrebbe sicuramente la pena. 
Due triplette totalmente diverse, due storie che si intrecciano. Da Ashton-under-Lyne a Londra uno; da Londra a Milano andata e ritorno l'altro. È proprio vero che la City è il centro di tutto.

sabato 15 febbraio 2014

Tre giorni tristi

Gli anni passano, d'accordo, ma quando muore qualcuno d'importante nel mondo del calcio fa sempre un certo effetto. Le persone legate al pallone sembrano immortali, quasi circondate da un'aurea di immortalità. Invece, ovviamente, non è così. Sono esseri umani come tutti noi e, prima o poi, arriva il momento anche per loro di andarsene. E da un anno che è iniziato con la morte di Eusébio, uno dei più grandi delle storia, si spera solo che la striscia non continui. Purtroppo, negli ultimi tre giorni, sono venuti a mancare tre personaggi che, a modo loro, hanno contribuito alla storia del football: Corrado Viciani, Richard Møller Nielsen e Sir Tom Finney, scomparsi il 12, il 13 e il 14 febbraio. Va bene, uno classe 1929, l'altro 1937 e il terzo 1922, ma dispiace comunque. Dispiace soprattutto pensando all'apporto che hanno saputo dare al calcio. Viciani ha portato la Ternana in Serie A, reinventando il modo di giocare in Italia. Richard M. Nielsen è riuscito a portare la Nazionale Danese sul tetto d'Europa nel 1992. Un Europeo a cui non doveva nemmeno partecipare, ma che è riuscita addirittura a vincere grazie all'esclusione della Jugoslavia per cause belliche. Sir Tom Finney ha passato tutta la sua carriera al Preston North End, segnando 210 gol in 473 partite. In Inghilterra è una leggenda, avendo segnato 30 gol in 76 caps con i Three Lions, con cui ha partecipato ai primi Mondiali degli inglesi nel 1950. 
Insomma, se ne sono andate tre grandi figure della storia del calcio.




venerdì 14 febbraio 2014

D'amore e Falchetti

Ammettiamolo, non la consideriamo molto l'Umbria. Anzi, sappiamo a malapena dove sia. Siamo così noi italiani, abbastanza superficiali da non conoscere nemmeno il nostro territorio, quello per cui abbiamo lottato duramente oltre 150 anni fa. Occhio, però, appena ci toccano gli USA, Londra, Parigi. Ah, Parigi, la città dell'amore. Sì, va bene, ma anche in Italia c'è una città legata all'amore. E no, non mi riferisco a Verona con Romeo e Giulietta, ma a Perugia, dove c'è la Perugina. Ovviamente la connessione con l'amore sono i Baci, i cioccolatini, che proprio oggi dovrebbero registrare il loro picco di vendita. O almeno penso, non sono molto pratico di queste cose. E poi, stavolta lo ammetto io, il paragone Parigi-Perugia va un po' a scemare. Certo che poi son gusti: esisterà qualcuno che preferisce il caro e vecchio capoluogo umbro alla dolce capitale francese. Ecco, Perugia è in Umbria, quella regione un po' denigrata. Già, forse un po' troppo a dire la verità, perché io ho sempre reputato l'Umbria come il cuore dell'Italia: è nel centro esatto e, volendo, ricorda leggermente il cuore umano. Ah, ecco, ma allora torna l'amore? Forse sì, forse no... non son qui a scrivere storie d'amore. Ci ha già pensato quel William con Romeo e Giulietta. Non sono nemmeno qui a scrivere di geografia italiana: tanto l'Umbria se non l'avete assimilata alle elementari, è inutile che ve la rispieghi adesso. Però questa regione un po' mi ha colpito, quindi qualcosa ho voglia di raccontarvela.
Un giorno un mio amico su Facebook mi scrisse che avrei potuto buttare giù due righe sulla Ternana degli anni '70. «Bene, finalmente scopro qualcosa di nuovo», pensai. Pensiero esatto. Ci sono entrato dentro in quella storia e, magari con un pizzico di presunzione, posso affermare di aver fatto davvero un bel lavoro. Quello stesso mio amico pensa che scrivere qualcosa sul Foligno possa essere nuovamente una bella idea. Ma, allora, l'Umbria ormai si è innamorata di me, vuole farsi conoscere attraverso il calcio? Io ne son ben lieto, perché penso che questa regione meriti più importanza. Certo, il calcio, un diciassettenne, non potranno aiutare molto, ma è già qualcosa. Si fa quel che si può, in piccolo, ma lo si fa. Oh, poi se le squadre sono il Perugia, la Ternana e il Foligno non è che il calcio sia proprio lo strumento più adatto, però, le piccole squadre regalano spesso grandi storie. Poi, è ovvio che tocchi allo scrittore renderle coinvolgenti: ripeto, si fa quel che si può.
Stavolta la storia è di quelle proprio da calcio di provincia, senza i grandi palcoscenici e i grandi calciatori. È anche relativamente breve, però è importante. È importante perché è una rivincita, un motivo d'orgoglio, un modo per dire "ci siamo anche noi". Perché dovete sapere che in Umbria, ci sono essenzialmente solo due squadre: il Perugia e la Ternana, che sono le squadre dei due capoluoghi di provincia. C'è anche un'altra compagine però, il Foligno. Qua andiamo veramente nel calcio dilettantistico. Fondata nel 1928, questa squadra non ha praticamente mai conosciuto il professionismo ed ha sempre subito un complesso di inferiorità verso le due big del calcio umbro. Le storie, la storia, a volte cambia ed è questo il bello; perché se dopo quasi 80 anni in cui non hai combinato nulla, sfiori la promozione in Serie B, la storia cambia, eccome.

Nella stagione 2006/2007 il Foligno vince il Girone B della Serie C2 e viene dunque promosso in C1, dove avrebbe avuto la compagnia sia del Perugia che della Ternana. Solo le Fere, però, sono nello stesso girone dei Falchetti. Finiscono quarti, accedendo ai play-off che avrebbero decretato la promozione in Serie B, dove il Foligno non era mai arrivato. Nelle semifinali l'avversario è il Cittadella. La partita d'andata giocata in casa all'Enzo Blasone finisce 1-0 e i tifosi del Foligno cominciamo a sognare una prima, storica ed insperata qualificazione in Serie B, nonostante ci sarebbe dovuta essere ancora la finale. I sogni di gloria si infrangono al ritorno: al Tombolato il Cittadella ribalta tutto e vince 2-0. Batterà anche la Cremonese in finale ed andrà in Serie B. Ma non è questo l'importante. La storia bella l'aveva scritta il Foligno, riuscendo a raggiungere una semifinale play-off per andare in B, quando fino a tre anni prima militava ancora in Serie D. Finalmente i Falchetti avevano preso lo scettro del calcio umbro. La Ternana aveva concluso il campionato con un deludente 13° posto, mentre anche il Perugia aveva raggiunto le semifinali play-off nell'altro girone. Ma da una squadra con un buon passato in Serie A è il minimo che si ci aspetta. Per il Foligno il discorso è diverso, perché grazie a quel risultato pareva potersi lanciare verso il calcio dei grandi. Invece non tutte le favole finiscono bene e se quell'anno terminò con le semifinali perse, quelli successivi regalarono solo dispiaceri. Ma nella stagione 2010/2011 arriva l'ultima gioia: nei play-out per non retrocedere in Lega Pro Seconda Divisione, l'avversario è la Ternana. I Falchetti riescono a domare le Fere e batterle con un 2-1 complessivo, costringendo i Rossoverdi alla retrocessione. Nelle due stagioni seguenti, però, arrivano due reclusioni di fila, che portano la squadra addirittura in Serie D. L'obiettivo è quello di tornare subito in Lega Pro 2, per poi provare ad acciuffare nuovamente la Lega Pro 1 e riprovarci ancora con la Serie B e poter finalmente entrare di diritto nella corsa a miglior squadra umbra. Dopo anni in cui la Ternana e il Perugia l'hanno fatta da padrone, un nuovo nome potrebbe insidiare la loro supremazia; sarebbe stupido fermarsi proprio quando il traguardo sembrava raggiunto. Con calma, pazienza e dedizione tutto è possibile. Poi, in una regione verde come l'Umbria, perdere la calma mi sembra proprio impossibile. 
Ah, ma allora è bella l'Umbria...



martedì 11 febbraio 2014

Capocannonieri della Coppa Campioni (1970-1974)


Mick Jones: 8 gol nel 1969/70 con la maglia del Leeds United. Nel primo turno sigla una tripletta al Lyn, segnando un gol anche al ritorno. Negli ottavi rifila due doppiette al Ferencvaros. Superati i quarti, si arrende al Celtic in semifinale.






Antonis Antoniadis: 10 gol nel 1970/71 con la maglia del Panathinaikos. Nel primo turno regola il Jeunesse con un gol all'andata e una quaterna al ritorno. Negli ottavi segna una volta all'andata e una al ritorno contro lo Slovan Bratislava. Nei quarti segna in casa dell'Everton un gol decisivo. In semifinale rifila un'altra doppietta alla Stella Rossa. In finale si arrende all'Ajax 2-0.
Antal Dunai: 5 gol nel 1971/72 con la maglia dell'Újpesti Dózsa. Nel primo turno segna un gol al Malmoe. Agli ottavi segna una volta in casa del Valencia e due volte nel ritorno. Nei quarti segna in casa del Celtic, non riuscendo ad evitare l'eliminazione.







Lou Macari: 5 gol nel 1971/72 con la maglia del Celtic. Nel primo turno segna in casa del Boldklubben. Negli ottavi mette a segno una doppietta contro lo Sliema Wanderers. Nei quarti segna sia all'andata che al ritorno un gol contro l'Ujpest. In semifinale viene eliminato ai rigori dall'Inter.
Sylvester Takac: 5 gol nel 1971/72 con la maglia dello Standard Liegi. Segna due volte al Linfield nel primo turno. Mette a segno una doppietta contro il CSKA Mosca negli ottavi. Segna un gol all'Inter nei quarti, ma viene eliminato.
Gerd Mueller: 12 gol nel 1972/73 con la maglia del Bayern Monaco. Nel primo turno segna un gol all'andata e due al ritorno al Galatasaray. Negli ottavi mette a segno cinque gol contro l'Omonia, siglando due reti anche nel ritorno. Segna una doppietta all'Ajax nei quarti, ma viene eliminato.

8 gol nel 1973/74 con il Bayern Monaco. Nel primo turno ne mette due al Åtvidaberg. Negli ottavi segna due gol alla Dynamo Dresden. Ai quarti un altro al CKSA Sofia. In semifinale segna un gol all'Ujpest. Nella ripetizione della finale contro l'Atletico Madrid sigla una doppietta, facendo vincere la prima Coppa al Bayern.


Riassunto delle edizioni: Dopo i sussulti nordici di Celtic (1967) e Manchester United (1968), il calcio abbandona il Mediterraneo e l'ago della bilancia si sposta in Olanda. Dal 1970 al 1973 è un monologo Oranje, con l'Ajax che inanella tre successi consecutivi, preceduti dal trionfo del Feyenoord. È l'esaltazione del calcio totale olandese, che ha in Johan Cruijff il miglior artefice. Nel 1974 arriva la prima affermazione tedesca, grazie al Bayern Monaco.

Squadra simbolo: Ajax; da molti considerata la squadra più forte di sempre, gli olandesi riescono a raccogliere i frutti del lavoro iniziato a metà anni sessanta da Rinus Michels. Dall'1-4 subito dal Milan nel 1969 al 2-0 del 1972 contro l'Inter il passo è, incredibilmente breve. Tre affermazioni consecutive e una rosa piena di talenti hanno issato quell'Ajax tra le più grandi della storia.

Giocatore simbolo: Johan Cruijff; simbolo, sì, ma di cosa? Perché ridurre questo giocatore a simbolo di quattro anni è davvero un insulto; lui è stato simbolo di un'intera rivoluzione calcistica, è stato ed è uno dei più grandi simboli del calcio. In quegli anni nessuno pare potersi avvicinare al Profeta, che sembrava letteralmente sceso da chissà dove per insegnare il football a noi tutti. Nei tre successi dell'Ajax Cruijff è il migliore, il trascinatore di tutte le partite. In quegli anni arrivano anche tre Palloni d'oro, poi la scelta di migrare a Barcellona per seguire il mentore Michels. Poco male, continuerà a strabiliare il mondo anche in Spagna. Chapeau!

Albo d'oro:
1969/70: Feyenoord-Celtic 2-1 (Israel 31', Kindvall 117'; Gemmell 29'); 6 maggio 1970 San Siro, Milano;

1970/71: Ajax-Panathinaikos 2-0 (van Dijk 5', Haan 87'); 2 giugno 1971 Wembley, Londra;

1971/72: Ajax-Inter 2-0 (Cruijff 47', 78'); 31 maggio 1972 Feyenoord Stadion, Rotterdam;

1972/73: Ajax-Juventus 1-0 (Rep 4'); 30 maggio 1973 Stadio Stella Rossa, Belgrado;

1973/74: Bayern Monaco-Atletico Madrid 1-1 (Schwarzenbeck 120'; Aragones 114'); 15 maggio 1974 Heysel, Brussels
Ripetizione: Bayern Monaco-Atletico Madrid 4-0 (Hoeness 28', 83', Mueller 58', 71'); 17 maggio 1974 Heysel, Brussels 

lunedì 27 gennaio 2014

Dallo Special One al Chosen One: il viaggio di Mata Juan

Londra-Manchester solo andata, grazie. Un viaggio verso nord, il nord dell'Inghilterra. Secondo me questo ragazzo è alla ricerca del nord sin da bambino. Il suo nord si chiama Manchester United, ma ha dovuto girovagare un po' per cercarlo, trovarlo, avvicinarsi e prenderlo. Ha deciso di raggiungere la sua meta nel momento più delicato, più difficile per lo United. Settimi in Premier League, fuori dalle coppe nazionali e con un 3-1 incassato nell'ultimo turno di campionato proprio contro il Chelsea, la ex squadra di Mata. Forse, si è sentito vicino alla squadra proprio per questo: anche per Juan le cose non stavano girando bene questa stagione, relegato sempre in panchina da José Mourinho, che gli ha preferito i vari Oscar e Willian. È anche per questo che un giocatore capace di segnare 18 gol nelle sue prime due stagioni di Premier League, sia ancora a secco in quella corrente. È anche per questo che il miglior giocatore delle ultime due annate del Chelsea abbia deciso di lasciare una squadra in cui era re fino a maggio. Con l'arrivo dello Special One, le cose sono diventate tristi per Mata. Ha capito di non essere più lui il fulcro del gioco del Chelsea, ha capito che cambiando aria avrebbe fatto la cosa migliore. La cosa strana, però, è il fatto di lasciare una squadra lanciatissima per il titolo, per una che naviga in zone meno nobili, costretta a non sbagliare più nulla per non perdere il treno dell'Europa. Ed è qui che il calcio torna un po' più umano, perché se è vero che è diventato il giocatore più caro del Manchester United ed è vero che guadagnerà fior di milioni, è anche vero che quando cerchi il tuo nord, se capisci che puoi arrivarci, non ti lasci sfuggire l'occasione; anche se ciò vuol dire rivoluzionare i piani della tua stagione e iniziare a combattere per altri obiettivi. Sono certo che oltre a questo, Mata abbia lasciato il Chelsea in vista del Mondiale. Essere abbandonato in panchina non è un'ottima pubblicità. Allo United, invece, potrà ritagliarsi tutto lo spazio che vorrà. La squadra di Manchester gli servirà come trampolino di (ri)lancio per conquistare un posto da titolare con la Spagna. Mata, dal canto suo, servirà alla squadra di David Moyes come ancora di salvezza per risollevare una stagione non proprio positiva. Certo, un giocatore non può cambiare una squadra (soprattutto in quella zona del campo, che era già la meglio assortita all'Old Trafford), ma dal punto di vista psicologico potrà influire molto. E con Rooney già proiettato verso un super rinnovo, questo mese di gennaio potrebbe regalare ancora sorprese ai tifosi dei Red Devils.
Il viaggio di Mata è anche, e soprattutto, un addio a José Mourinho, lo Special One. Un addio fatto per abbracciare David Moyes, il Chosen One. Due soprannomi importanti, ma con una grande differenza: il primo se lo è auto attribuito, mentre il secondo ha ricevuto la benedizione di Sir Alex Ferguson. Una benedizione importante. Anche per questo Mata è diventato Special Juan, in attesa che le cose speciali le faccia vedere in campo. Con la maglia rossa dei Red Devils, ovviamente.



sabato 25 gennaio 2014

Pianista belga



Reputo la bandiera del Belgio come una delle più belle al mondo: tre strisce verticali con un notevole impatto visivo. Del resto, nero, giallo e rosso non sono tre colori che passano inosservati. Passa inosservata, invece, la Nazionale di calcio belga, di certo non una delle migliori al mondo. Ultimamente, però, sono spuntati fuori degli ottimi elementi (Hazard, Kompany, Lukaku per dirne alcuni) che stanno seriamente facendo sognare i tifosi dei Rode Duivels. Rode Duivels è il soprannome del Belgio e vuol dire Diavoli Rossi. Ah sì? Ma i Diavoli Rossi (Red Devils) sono anche quelli del Manchester United, giusto? Esatto. E, tornando agli ottimi elementi che stanno venendo dal Belgio, se ne trova uno proprio nella rosa della squadra allenata da David Moyes. Il giocatore risponde al nome di Adnan Januzaj ed è un centrocampista nato in Belgio, ma di origini albanesi, che a soli 18 anni è già diventato quasi titolare in uno dei più grandi club al mondo.
Bill Shankly, leggendario allenatore del Liverpool, disse che «Il calcio è come un pianoforte: otto persone lo caricano in spalla e tre sanno suonare quel dannato strumento». Il giovane Adnan invece ha deciso di fare tutto solo: con le pesanti assenze di Wayne Rooney e Robin van Persie, è stato il belga a caricarsi la squadra sulle spalle, cercando di fare il meglio possibile. Già, il meglio possibile, perché quest'anno allo United le cose non vanno benissimo. Settimi in campionato e già fuori dalla FA Cup, con una semifinale di Capital One Cup persa in maniera beffarda. Januzaj ha giocato quella partita, sbagliando anche uno dei quattro rigori non messi a segno dai suoi. Una sola realizzazione su cinque dagli undici metri basterebbe da sola a far capire quanto questa stagione sia nera per i Red Devils. Ovviamente il povero Adnan, nonostante ce la metta tutta, non può fare miracoli, ma rimane, comunque, una delle poche note positive in questa annata negativa del Manchester United.
Nero, giallo e rosso. Tre colori a cui Januzaj sembra essere davvero legato: rosso come lo United, nero come questa brutta stagione. Ma il giallo? Il giallo è l'oro, i trofei. I tanti trofei che Adnan spera di riuscire a vincere con questa squadra. Magari anche con la Nazionale. Certo, prima bisogna sceglierla. Belgio e Albania aspettano, ma con la possibilità di giocare per i Three Lions tra qualche anno, la tentazione di aspettare c'è, eccome. Intanto il ragazzo di Bruxelles deve solo pensare a giocare come sa e confermare le belle cose espresse in questi primi mesi di professionismo. Il resto arriverà dopo, sperando solo che il peso del pianoforte lo lasci ad altri, perché lui ha tutte le carte in regola per poterlo suonare. E anche molto, molto bene.


martedì 14 gennaio 2014

Quel pallone sempre meno d'oro

Nel 1956 venne ideato un premio dalla rivista France Football per indicare il giocatore che più si era distinto nell'anno solare. Così è stato (più o meno) fino al 2009, quando le grandi menti della FIFA hanno deciso di unire il Pallone d'oro con il FIFA World Player, creando il Pallone d'oro FIFA. Risultato: una sudditanza verso Lionel Messi. Le differenze: prima votavano solo i giornalisti, ora anche i calciatori. Dati alla mano, ci ritroviamo con Cesare Prandelli e Gianluigi Buffon che hanno nominato Andrea Pirlo miglior giocatore del 2013. Ovvio, sono scelte personali, sia chiaro, ma un po' di parte sembrano.
"Per 50 anni questo premio ha tenuto conto di quello che è stato vinto sul campo. Ora invece si basa sulle prestazioni complessive dei giocatori ed è un problema, anche se Ronaldo è un grande Pallone d'Oro. Qualcosa è cambiato da quando il premio è sotto l'egida della FIFA". Queste sono le parole di Michel Platini, presidente UEFA, in merito al "nuovo" formato per l'assegnazione del Pallone d'oro. Io non voglio stare qui a polemizzare, perché avrei troppo da dire, ma lascio parlare i dati. 

Votazione giornalisti: 
Frank Ribery 523 voti
Cristiano Ronaldo 399 voti
Lionel Messi 365 voti

Votazione giornalisti + allenatori e capitani:
Cristiano Ronaldo 1365
Lionel Messi 1205
Frank Ribery 1127

Per carità, Cristiano Ronaldo è stato devastante l'anno scorso, ma cosa ha vinto? Il titolo di capocannoniere della Champions League, e basta. Messi ha saltato tante partite per infortunio nell'ultima parte dell'anno, risultando tra l'altro neanche troppo incisivo nella prima parte. E Ribery? E Ribery se lo meritava, senza se e senza ma, perché è stato un assoluto protagonista nell'anno d'oro del Bayern Monaco. 
Quindi, ora, io dico: cari allenatori e capitani, tornate ad allenare e a giocare, che alle votazioni per eleggere i migliori ci pensano i giornalisti, che forse ne capiscono un po' più di voi. 
In ogni caso, complimenti a Cristiano Ronaldo. Ma Messi secondo non lo digerisco proprio. Sembra quasi un insulto. E lo sapete perché? Perché se Ronaldo non avesse fatto quella tripletta contro la Svezia, molto probabilmente l'argentino avrebbe vinto il premio per la quarta volta consecutiva, aggiungendolo al Pallone d'oro del 2009, per un totale di cinque affermazioni di fila. Dunque, vedete voi se è giusta una cosa del genere.
Per la cronaca, Cristiano Ronaldo diventa il primo portoghese a vincere due volte il premio, staccando Eusébio e Figo. Ancora complimenti al numero 7 del Real Madrid, senza dubbio un grandissimo giocatore che ha dimostrato tutto il suo valore e la sua concretezza nel 2013, ma un anno così Ribery non lo farà mai più. Semplicemente perché è stato quasi perfetto. Unica consolazione per il francese, il fatto di aver vinto il UEFA Best Player in Europe Award, un premio che incarna i veri principi del Pallone d'oro, contando però la stagione e non l'anno.
Ci vediamo l'anno prossimo, sperando di non vedere più queste brutte sorprese, come Messi secondo.


lunedì 13 gennaio 2014

Stand up



Ieri sera stavo ascoltando l'album "Stand Up" dei Jethro Tull. Come tutti saprete, "stand up" vuole dire alzarsi, ma c'è anche un altro significato: "stand-up comedy" è un termine che viene usato per indicare i cabarettisti. Ecco, ora abbiamo due strade: alzarsi ed essere presi in giro. Stavo ascoltando quell'album e posso assicurarvi che era la più perfetta sintesi di Sassuolo-Milan. Da una parte una squadra che si è alzata, dall'altra una che è stata letteralmente presa in giro.
New Day Yesterday: è la traccia numero uno dell'album. Ieri è stato un nuovo giorno, per certi versi. O forse no, perché se è vero che il Sassuolo ha vinto con una grande rimonta, è anche vero che non stupisce più di tanto aver visto il Milan perdere in questo modo e contro i Neroverdi. Quindi no, non è stato un nuovo giorno ieri. E, anzi, mi permetto di cambiare le parole del testo: "It was a new day yesterday, but it's an old day now", lo facciamo diventare "It was an old day yesterday, but it's a new day now". Ovviamente oggi è un giorno nuovo, perché è stato esonerato Massimiliano Allegri. Ovvio, non una sorpresa, c'era solo da capire il quando, cioè oggi. "It's a new day now".
Back to Family: quarto brano dell'album. E' la sfida del Milan: Clarence Seedorf. L'olandese potrebbe tornare ai Rossoneri, ma da allenatore. "I think I enjoyed all my problems, where I did not get nothing for free.Oh, I'm going back to the family". Appunto, tornare alla famiglia. Sarà una scommessa: sia per il Milan che per lo stesso Seedorf. Siamo sicuri che un ritorno in famiglia, adesso, possa far bene?
Nothing is Easy: sesto brano. Il titolo dice già, di per sé, tutto. "Just try hard and see why they're not worrying me" questa invece è la frase che più rappresenta Allegri: lui ci ha provato, non importandosene troppo degli altri ed è per questo che se ne va a testa alta. A Seedorf, o a chiunque arrivi, lascio il titolo: nulla è facile, figuriamoci allenare questo Milan.
Passiamo alla partita ora. La riassumo in due parole: Domenico Berardi. Quattro gol al Milan per dimostrare di non essere un semplice predestinato e per centrare i gol numero 8, 9, 10, 11 in sole 14 presenze di Serie A. Per il resto è il solito Milan. Robinho e Balotelli avevano illuso tutti, ma poi l'uragano Berardi si è abbattuto sulla squadra di Allegri, mandandolo alla deriva. 
Il Sassuolo si è alzato, il Milan è stato ridicolizzato. Ancora una volta.



martedì 7 gennaio 2014

Morte e rinascita del Submarino Amarillo


La storia la fa chi vince. O almeno così è nella maggior parte dei casi. Ad esempio, nel 1974 l'Olanda ha perso il Mondiale, ma ha sicuramente scritto una delle pagine più belle e significative della storia del calcio. Gli olandesi si sono arresi all'atto conclusivo anche quattro anni dopo, nel 1978 contro l'Argentina. Era il 25 giugno, si giocava al mitico Monumental di Buenos Aires e la partita finì 3-1: una doppietta di Mario Kempes decise l'incontro. Il giorno prima, il 24 giugno, era nato a San Fernando, una città nella provincia di Buenos Aires, Juan Roman Riquelme. Forte, per carità; di certo non uno di quei giocatori che hanno cambiato il calcio, ma forte. Palmarès un po' povero a dir la verità, però una semifinale di Champions League la ha giocata anche lui. Era il 2006 e toccava a lui adesso scrivere la storia. La partita è Villareal-Arsenal del 25 aprile, semifinale di ritorno di Champions. All'andata era finita 1-0 per i Gunners. Il Villareal, però, era praticamente un miracolo sportivo: Villareal è una città della comunità valenciana e la cosa bella è che ha solo 50000 abitanti. Non bastano nemmeno per riempire i maggiori stadi di Europa, ma erano riusciti a spingere una squadra sino alla semifinale della coppa per club più importante al mondo.
Ora torniamo indietro. È il 1967, il Villareal milita nella Divisione Regionale ed è una delle tante squadre delle tante serie del calcio spagnolo. Una squadra di provincia, insomma. Quell'anno arriva la promozione nella Terza Divisione spagnola e viene festeggiata con Yellow Submarine, la famosissima canzone dei Beatles, cantata però dai Los Mustang un gruppo spagnolo sempre degli anni '60. Da allora la squadra viene chiamata Sottomarino Giallo, Submarino Amarillo in spagnolo. Dal '67 sino alle fine del millennio, il Villareal però stenta e non riesce ad ingranare la marcia e continua ad oscillare tra la Seconda e la Terza Divisione. Nel 1998/99 disputa la prima stagione tra i grandi, ma viene subito rispedito al mittente. Non si perdono d'animo ed ottengono subito la seconda promozione nel 2000, restando nella Liga fino al 2012, anno della drammatica retrocessione. Dalla Champions alla Seconda Divisione il passo è breve. Già, la Champions, ve la ricordate?
Andiamo avanti con la storia. Con la storia di quella semifinale, ovviamente. La partita di ritorno stava per concludersi 0-0, qualificando così l'Arsenal alla loro prima, storica finale. Dall'altra parte, però, il Sottomarino non si arrende e a pochi minuti dalla fine si guadagna un calcio di rigore. Sul dischetto va Riquelme. Il Madrigal può contenere circa 34000 posti, meno dei cittadini di Villareal, ma sono sicuro che in quel momento tutti gli abitanti erano con la mente dentro lo stadio. L'argentino parte, prende la rincorsa: il tiro non è un granché, apre il piattone senza la necessaria sicurezza, quasi come se quello che stesse battendo fosse una preghiera, più che un calcio di rigore. La palla va verso destra, Lehmann, il portiere dell'Arsenal, verso la sua sinistra: detto in parole povere, azzecca l'angolo giusto. Para il tiro e lì finisce, di fatto, la partita. 0-0 che manda i Gunners avanti e lascia la squadra di Pellegrini con l'amaro in bocca. Me le sono immaginate quelle 50000 persone: certo che saranno tristi, ma penso anche molto orgogliose, perché ripeto, Londra ha più di 8 milioni di abitanti, Villareal no. C'è eccome una differenza! Ed è per questo che il Villareal è stato simpatico a tutti, perché è sempre bello vedere Davide contro Golia.
Già, Davide contro Golia. Quando si parla di calcio spagnolo ci sono sempre due Golia: Real Madrid e Barcellona. Tutti si sono sempre sottomessi allo straordinaria supremazia delle due big, ma il Villareal no, anzi è pure riuscita a mettersi in mezzo. Nella stagione 2007/2008 il Sottomarino Giallo è arrivato secondo alle spalle del Real, otto lunghezze avanti, ma staccando di ben dieci punti i catalani, terzi. Una grande prova di forza e maturità, che ha fatto sperare nella nascita di una degna rivale ai due squadroni. Poi è arrivato Guardiola e la musica è cambiata. 


Nel 2011 arriva un'altra qualificazione alla Champions. Il gruppo è di quelli tosti: Bayern Monaco, Manchester City e Napoli. La fine è indegna: sei sconfitte, due gol fatti e quattordici subiti. È l'inizio di una stagione che segnerà la fine di uno dei veri miracoli calcistici degli ultimi tempi. La squadra si gioca la salvezza fino all'ultimo, ma alla fine deve arrendersi e arriva diciottesima. Con la retrocessione se ne vanno via alcuni dei giocatori più importanti, facendo temere un tracollo che avrebbe portato il Submarino ad una completa disfatta. Invece no. Pronti via e si parte male, certo, ma poi inizia tutto a girare bene e la Seconda Divisione si termina in seconda posizione. Un solo anno di purgatorio, poi subito verso la rinascita. La classifica della Liga ora dice: Barcellona 49, Atletico Madrid 49, Real Madrid 44, Athletic Bilbao 33, Real Sociedad 32, Villareal 31. Ora ci sono i cugini del Real a dar fastidio ai due mostri, ma il Villareal è lì, a soli due punti dalla Champions League. Non male per una neopromossa. Ma dopo oltre un decennio nella Liga e notti come quella del 25 aprile 2006, la Champions League non deve più essere un miraggio, anzi, deve essere l'obiettivo primario. Sperando che la prossima volta, al posto di Riquelme, ci sia qualcun altro. 
E per chiudere il discorso, alla fine il Villareal non ha vinto nulla, ma ha scritto una entusiasmante pagina del calcio spagnolo ed europeo.
We all live in a yellow submarine!


domenica 5 gennaio 2014

La Perla nera del Mozambico

José Carlos Bauer è stato un giocatore brasiliano di chiare origini svizzere. Ha raccolto 29 presenze con la Nazionale Brasiliana, ma è al San Paolo che ha legato la sua carriera: undici anni dal 1945 al 1956 e oltre 400 partite. Poco dopo il suo addio al Tricolor, sulla panchina della gloriosa squadra brasiliana arriva Béla Guttmann, allenatore ungherese con una carriera calcistica di quarantanni alle spalle. Probabilmente è qui che i due si conoscono: infatti Guttmann, prima di sedersi ufficialmente sulla panchina del San Paolo, l'anno prima aveva fatto una tournée in Brasile con la mitica Honvéd, anticipando la sua esportazione del 4-2-4. I brasiliani nel 1958 ne fecero buon uso; Pelé, Garrincha, Didi e Vavà fecero il resto: era il quadrato magico del Brasile campione del mondo del 1958 e tutto si doveva al grande Béla. Torniamo però al nostro amico José e alla sua conoscenza con Guttmann. I due erano entrambi degli ex centromediani metodisti, un ruolo che ormai non esiste più, ma che a quei tempi era parte integrante del gioco del pallone. Forse Béla ha provato anche a dare qualche consiglio a Bauer, fatto sta che ormai gli anni erano 33 e il brasiliano decise di appendere gli scarpini al chiodo e di iniziare la carriera di allenatore. 

Nulla, non succede nulla. La sua carriera è ben distante da quella dell'amico ungherese. I due comunque rimangono in contatto e nel 1960 Bauer va a fare una tournée in Mozambico con il Ferroviaria. Qui mette gli occhi su quello che sarebbe stato il dominatore del calcio portoghese per i successivi quindici anni. Lo segnala a Béla, che intanto era passato al Benfica, e l'affare si conclude. Eusébio da Silva Ferreira diventa un calciatore di Béla Guttmann ed è qui che nasce la leggenda. È qui che inizia la storia.
Eusébio nasce il 25 gennaio 1942 a Lourenço Marques, la capitale del Mozambico, che allora era ancora una colonia portoghese. Dopo l'indipendenza la città cambiò nome e diventò Maputo, com'è conosciuta tutt'oggi. Inizia a giocare già a 15 anni nella squadra della sua città: si vedeva già che era destinato ad andarsene da lì, era troppo forte per gli altri. I numeri parlano per lui: 42 partite, 77 gol. Non c'era storia, doveva provare il calcio europeo. A 18 anni arriva il calcio europeo grazie al Benfica, grazie a Bauer che l'ha scoperto, grazie a Guttmann che ha creduto in lui. Nel 1961 un autentico uragano si abbatte sul Vecchio Continente e non risparmia nessuno. In quell'anno il Benfica è campione in carica del Portogallo e ha quindi diritto a partecipare alla Coppa Campioni. Le energie vengono concentrate tutte lì e forse è per questo che gli uomini di Guttmann arrivano solo terzi in campionato. Poco importa. Vincono la Taça de Portugal e arrivano in finale di Coppa Campioni dopo aver fatto fuori Austria Vienna, Norimberga e Tottenham. Dall'altra parte c'era il Real Madrid, a cui proprio i lusitani avevano rubato lo scettro di regina d'Europa l'anno prima, interrompendo l'egemonia lunga cinque anni degli spagnoli. Quindi non era una semplice finale, era campioni contro campioni. Gli unici fino ad allora ad aver scritto il loro nome nell'albo d'oro della manifestazione. 
È il 2 maggio 1962, si gioca allo Stadio Olimpico di Amsterdam e si gioca un derby tutto iberico: undici portoghesi per il Benfica, otto spagnoli più tre naturalizzati per il Real, che ha anche l'allenatore spagnolo. I lusitani invece no, perché loro hanno Guttmann, che è ungherese, nato a Budapest. Proprio come uno dei tre naturalizzati nelle file del grande Real. Parlo, ovviamente, di Ferenc Puskas, che forse viene esaltato dal fatto di giocare contro un allenatore del suo stesso paese, della sua stessa città, e ne mette dentro tre in 21', quasi a voler dire al vecchio Béla che i migliori sono in Ungheria, senza bisogno di andarsene in giro per il mondo. Il primo tempo finisce 3-2 per gli uomini di Munoz e gli spagnoli già festeggiano. Non avevano fatti i conti con Eusébio però. Ci mette anche lui una ventina di minuti: al 51' pareggia Coluna, poi dal 65' al 68' sale in cattedra la Perla nera. Uno-due micidiale che spezza le gambe al Real e porta il Benfica sul 5-3. Inutile dire che la partita finisce lì, perché quel Benfica era davvero di un'altra categoria. Il Grande Real delle cinque Coppe era finito, i giocatori erano vecchi ormai. Ok, è vero, però avrebbero messo in cassaforte altre quattro vittorie in Europa. Il Benfica invece? Loro no e la colpa è proprio di chi li ha resi grandi, quel Béla Guttmann che lanciò la maledizione secondo cui il Benfica non avrebbe più vinto la Coppa Campioni e nessuna squadra portoghese avrebbe vinto due volte Coppa. Il Porto ha vinto due volte, anche se non consecutive, ma il povero Benfica ha fatto in tempo a perdere cinque volte in finale. L'ultima volta nel 1990: il grande Eusébio prima della finale contro il Milan prega sulla tomba del suo grande mentore Guttmann. Non c'è niente da fare però. Quel Milan era anche più forte del Benfica che umiliò il Grande Real: 1-0 Rijkaard, senza storie.

Eusébio, Guttmann e Coluna

La storia di Eusébio, però, va avanti, non si ferma a quel 2 maggio 1962. L'anno dopo, infatti, il Benfica è ancora in finale di Coppa Campioni. Davanti c'è il Milan di Nereo Rocco e sulla panchina dei portoghesi non c'è più Guttmann. Eusébio però non si fa intimorire da nessuno e fa quello che gli riesce meglio: segnare. Poi però sale in cattedra José Altafini che con una doppietta manda il Diavolo in Paradiso e inizia a far capire che la maledizione di Guttmann è qualcosa di concreto.
Due anni dopo tutti iniziano a capire che qualcosa di maledetto deve esserci. A San Siro è l'Inter a bissare il successo dell'anno prima e ad aggiudicarsi la Coppa Campioni del 1965.
La beffa più grande, però, rimane quella del 1968. Ancora a Wembley, dove avevano perso con il Milan. Sulla strada verso la terza Coppa c'è il temibile Manchester United di George Best e Bobby Charlton. È proprio il campione del mondo inglese a siglare l'1-0. Graça pareggia a 10' dalla fine e poi... e poi succede l'impensabile. A poco dalla fine Eusébio si trova in area contro il portiere Stepney marcato da due difensori, spara una cannonata delle sue da posizione ravvicinata, ma la palla non entra, rimane salda tra le braccia del portiere inglese. Il portoghese reagisce in maniera più che sportiva, applaudendo alla parata di Stepney, che intanto aveva mandato via il pallone in avanti. Eusébio, invece, aveva mandato via la possibilità di rivincere la Coppa. Ai tempi supplementari gioca solo lo United, che in 3' ne mette dentro tre, con le firme di Best, Kidd e ancora Charlton. Sarebbe stata l'ultima occasione di Eusébio per vincere la Coppa Campioni.
Torniamo indietro di due anni adesso. La location è sempre la stessa, ma stavolta si giocano i Mondiali di calcio. Eusébio è semplicemente magnifico, superbo durante quei venti giorni. Ne mette dentro due al Brasile campione nella fase a gironi, vince da solo ai quarti contro la Corea del Nord che si era incredibilmente trovata avanti 3-0: quattro gol e un assist ed è 5-3 Portogallo. In semifinale trova l'Inghilterra e Bobby Charlton. Il futuro Pallone d'oro di quell'anno sigla una doppietta anche in quell'occasione, ma il portoghese non sta a guardare e segna il primo gol alla difesa inglese dopo quattro partite al mondiale. Finisce 2-1 per l'Inghilterra che va in finale. La finalina contro l'URSS la gioca, la vince e segna ancora: sono 9 gol, è il titolo di capocannoniere. Però arriva terzo e un vincente come lui non se ne fa niente del terzo posto. Piange, come forse è anche giusto che sia. La sua nazione non arriverà mai più a un traguardo così alto, neanche negli anni recenti con Figo prima e Cristiano Ronaldo poi.

Eusébio dopo la semifinale del 1966

Lui non si perde d'animo però e continua a vincere campionati e coppe in Portogallo. Alla fine saranno 11 titoli portoghesi e 5 Coppe di Portogallo. Nel 1975 decide di migrare in America, tra nord e sud. Vincerà anche qui un campionato, poi nel 1979 si ritira. A 37 anni e dopo oltre 20 anni di carriera. I numeri non bastano per rendere il degno omaggio a questo campione, ma io ve li dico lo stesso: con i club sono 585 gol in 571 partite, solo con il Benfica 473 reti in 440 apparizioni, con la Nazionale 41 centri in 64 presenze. Ovviamente, con tutti questi gol, sono arrivati anche tanti titoli di capocannoniere: oltre a quello del Mondiale del 1966, anche sette volte quello del campionato portoghese e tre volte quello della Coppa Campioni. I 42 gol nel 1967/68 e i 40 nel 1972/73 gli sono valsi due Scarpe d'oro. Nel 1970 e nel 1973 è stato eletto calciatore portoghese dell'anno, mentre nel 1965 è stata tutta l'Europa a rendergli omaggio, consegnandogli il Pallone d'oro. Pelé lo ha incluso nel FIFA 100, la IFFHS lo colloca al 9° posto tra tutti i più grandi del XX secolo. Al decimo posto c'è il suo amico/nemico Bobby Charlton, all'ottavo Garrincha, ve lo ricordate? Uno dei componenti del quadrato magico importato da Béla Guttmann, il grande mentore della Perla nera. 
Eusébio è stato semplicemente il più grande calciatore portoghese della storia. Si è messo sulle spalle il Benfica e il Portogallo e li ha resi grandi a suon di gol, tanti gol. Eusébio per me significa molto, era uno dei più grandi della storia del football. Mi dispiace dire che se ne sia andato, ma prima o poi tocca a tutti. 
Ciao Eusébio, non sarai mai dimenticato!



sabato 14 dicembre 2013

Fate correre quella maledetta palla!



"Fate correre quella palla! Fate correre quella maledetta palla!", diceva Arpad Weisz, straordinario allenatore ungherese degli anni '30. 
Oggi, comunque, non voglio parlare della triste vita di questo grande manager, voglio semplicemente soffermarmi su quelle cinque parole, quelle cinque pesantissime parole. No, non c'entra niente neanche la tattica. Il mio punto è un altro: siamo sicuri che questa palla, questa maledetta palla, venga fatta ancora correre su un campo? Siamo sicuri che non la si faccia correre su altri binari?
Sapete, ultimamente il calcio mi sta annoiando, e lo dico seriamente. Penso che stia diventando un qualcosa di invivibile, almeno per me che vivo di calcio. Martedì sera, durante la partita tra Galatasaray e Juventus, ho visto uno sport ridotto allo stremo, comandato tramite dei fili da burattinai che dovrebbero stare fuori da queste faccende. Martedì sera, quando la Turk Telekom Arena di Istambul veniva ricoperta di neve, quando si iniziava a parlare di un possibile rinvio, ho seriamente capito che ormai il binario che quella palla seguiva non era un più un campo da calcio, ma era un binario fatto di diritti televisivi, sponsor e altre storie inventate da uomini in giacca e cravatta. La realtà è che il calcio non è questo. Il calcio non è una partita rinviata per un po' di neve. Quella partita sarebbe dovuta continuare, non doveva essere sospesa. Quella partita non doveva essere giocata il giorno dopo ad un orario improponibile. Quella partita, e tutto quello che ne è seguito sui media e sui social network, mi ha fatto capire che questo calcio non mi appartiene. Questo non è calcio, questo è solo uno sporco business contornato da gente ignorante. Ahimè, ho a che fare con la gente ignorante ogni giorno. E giorno dopo giorno, inizio davvero a pensare se qualcuno è ancora in grado di parlare di calcio.
Quello che ho scritto sono cose ripetitive, lo so. Le avrò già dette, lo so. Ma io sono davvero rimasto senza parole quando ho visto quella partita rinviata. In fondo, io, voglio semplicemente veder correre quella maledetta palla. Non importa che sia su un campo perfetto o in un campo dell'Africa centrale; a me interessa vedere una partita di calcio, con 22 giocatori in campo che danno il massimo per la loro squadra e che si ritengono fortunati ad aver realizzato il loro sogno.
L'immagine sopra è di una partita tra Arsenal e Manchester United del 1926, finita 3-2, che è stata giocata comunque nonostante la neve. Era il 1926 e il caro Arpad terminava la sua carriera da calciatore, per iniziare quella da allenatore e sono sicuro che una delle prime cose disse fu: fate correre quella palla! La sua Inter e il suo Bologna fecero correre quella palla; il resto è storia. Perché dobbiamo rovinare tutto?