sabato 16 febbraio 2013

Frankie's Magic Football

"Ho avuto l'idea di Frankie e del pallone magico quando leggevo i racconti alle mie bambine. Lo sport e la lettura sono fondamentali a casa nostra, quindi ho deciso di scrivere le mie avventure calcistiche".
Ovviamente il Frankie in questione è Lampard, bandiera del Chelsea, di cui è il secondo cannoniere assoluto.

L'idea, quindi, parte proprio dal leggere storie alle sue bambine. E allora perché non scrivere delle storie sul calcio, per i più piccoli, ispirandosi ad amici e compagni di squadra? Lampard non c'ha pensato su due volte e a giugno pubblicherà il primo libro, dal titolo "Frankie Versus the Pirate Pillagers", cui seguiranno altri due volumi a dicembre e ancora due nel 2014, per un totale di cinque.




Un po' mi rispecchio in quello che sta facendo Lampard, perché anche per me lo sport e lo scrivere (più che il leggere) sono importanti; e scrivere di calcio, come sto facendo adesso, mi rende felice, perché permette di esprimere tutto quello che ho dentro. 
Inoltre i suoi libri saranno dedicati ai bambini dai cinque anni in su, in modo da avvicinare i più piccoli sin da subito al calcio e allo sport in generale; una bella cosa. Un bell'esempio per tutti gli altri calciatori, che magari oltre alle loro autobiografie, potrebbero scrivere storielle per i ragazzi, che di sicuro verranno lette con molto più gusto e passione.
Well done Frankie!


venerdì 15 febbraio 2013

La rovesciata della rivincita


Quando il Bayern prese Mario Mandzukic dal Wolfsburg quest'estate, tutti pensavano che fosse stato un acquisto "così tanto per", giusto per avere un vice-Gomez e compensare la partenza di Ivica Olic (approdato proprio al Wolfsburg). Invece il croato, che già aveva ben figurato negli Europei mettendo a segno 3 gol (capocannoniere a pari merito), si è dimostrato all'altezza di una squadra blasonata come il Bayern ed ha iniziato a fare gol a ripetizione. Il primo è arrivato subito nella Supercoppa di Germania vinta contro il Borussia Dortmund. 
In totale i gol sono 18 in 26 presenze, cifre da grande attaccante. Ben 15 di questi gol sono arrivati in Bundesliga, dove è capocannoniere; altro che vice-Gomez, questo è il dopo-Gomez! Dopo-Gomez, perché l'anno scorso il tedesco andò molto vicino a bissare il titolo di capocannoniere dopo quello del 2011. Quest'anno il re dei bomber potrebbe essere il croato, che sfruttando la scarsa condizione fisica di SuperMario (alle prese con un infortunio), è diventato sempre più l'attaccante titolare della squadra di Heynckes.

Mandzukic e Robben, matchwinners del Bayern contro il Wolfsburg

Nella partita tra la sua ex squadra e il Bayern di ieri sera, ha segnato il primo dei due gol con i quali il Bayern ha battuto i Lupi. Un gol molto bello, in rovesciata, il numero 18 di una stagione che per lui sta diventando quella della rivincita contro chi lo aveva criticato all'inizio. 

I conti si faranno a fine stagione, ma per ora, Mario si sta togliendo delle grandi soddisfazioni. Manca solo il gol in Champions League; l'Arsenal è avvisato!



giovedì 14 febbraio 2013

La "coppia" che non ti aspetti del '78

"Anche il calcio è romantico". Prendiamo Hans Krankl e Kevin Keegan, nati tutti e due il 14 febbraio (1953 e 1951), che nel 1978 formarono una strana coppia in cima ad una classifica. Ma andiamo con ordine.
Sono stati tutti e due attaccanti, uno austriaco e l'altro inglese, che hanno fatto le fortune di due top club dei loro paesi: Rapid Vienna uno e Liverpool l'altro. Ma alla fine di quel 1978, non militavano in queste squadre. Krankl era al Barcellona e Keegan all'Amburgo.

Kevin Keegan

Nell'estate di quell'anno ci furono i Mondiali in Argentina, quelli della dittatura di Videla. L'Inghilterra non partecipò, ma l'Austria sì e il merito della qualificazione fu proprio del nostro amico Hans, che riuscì pure a trascinare la Nazionale fino alla seconda fase, dove capitò in un girone infernale con Olanda, Italia e Germania Ovest. L'ultima giornata prevedeva Olanda-Italia e Germania-Austria. I tedeschi avrebbero dovuto vincere e sperare che l'altra partita finisse in parità, per poter passare il turno. L'Austria non batteva i tedeschi da 47 anni. Quella partita finì 3-2 per gli austriaci e Krankl mise a segno una doppietta, facendo entrare quella partita nella storia come "Miracolo di Cordoba", dal nome della città in cui si giocò. Quel giorno Hans diventò una leggenda in Austria. Per lui quell'anno fu magico: Scarpa d'oro con il Rapid (41 gol), trasferimento al Barcellona, una grandissima figura ai Mondiali e la doppietta nella partita di Cordoba.

Johann "Hans" Krankl
A testimoniare questa sua grande annata, fu il piazzamento nella classifica del Pallone d'Oro 1978; secondo, dietro di soli 7 punti proprio a Kevin Keegan. Eccola la strana coppia del 1978. Primo e secondo.
George Best disse su Kevin Keegan che è stato "un calciatore fortunato, che ha giocato quando in giro non c'erano grandissimi campioni". Keegan vincerà anche il Pallone d'Oro successivo, ma forse, per dare anche ragione a Best, nel 1978 se lo sarebbe meritato Krankl. Uno che è considerato il miglior calciatore austriaco di ogni tempo.







Il migliore è ancora lui

La partita di ieri tra Real Madrid e Manchester United mi ha fatto venire in mente una cosa: sia Mourinho che Ferguson sono due grandissimi allenatori ed entrambi hanno vinto la Champions League per due volte, entrando di fatto nel libro dei più grandi di sempre. Tra l'altro il portoghese, ci è riuscito con due squadre diverse, record condiviso con Happel e Hitzfeld. Ma il record non è di due, bensì di tre. 

Ma passiamo ai calciatori prima. Se le due Coppe bastano agli allenatori per essere lì tra i migliori, per i giocatori il discorso è diverso.
Il record è di Francisco Gento, con ben 6 edizioni in bacheca. Ovviamente tutte vinte con il Real degli anni '50-'60. Distaccandoci da quel Real, dove ci son tanti giocatori vincitori più edizioni, troviamo Paolo Maldini a quota 5. Menzione d'onore per Clarence Seedorf, unico ad aver vinto la Champions League con tre squadre diverse (Ajax, Real, Milan) per un totale di 4 trofei. Ovviamente ci son tanti altri calciatori plurivincitori, famosi e non.
Limitandoci ai soli Gento, Maldini e Seedorf, non si può certo dire che abbiano vinto giocando da riserve, anzi. Ma spesso è capitato che giocatori non proprio forti e relegati in panchina per gran parte della carriera, abbiano più Coppe nel palmares rispetto ad altri che sono stati indubbiamente più bravi. Per gli allenatori non vale questo discorso, perché gli allenatori non hanno riserve e quando vincono lo fanno, quasi sempre, da protagonisti, lasciando la loro impronta. Giocando un bel calcio o magari facendo catenaccio, ma il loro marchio glielo hanno sempre lasciato. Ed è per questo che nella lista dei manager vincitori della Coppa Campioni/Champions League compaiono solo grandi nomi (con delle eccezioni anche qua) e quelli che hanno vinto la Coppa più volte, sono praticamente delle leggende. Basti pensare ai due già citati, a Clough, a Guttmann, a Sacchi e ad altri. Ma fra tutti i 38 allenatori, ne spicca uno in particolare, l'unico che ha vinto la tanto ambita Coppa per tre volte: Bob Paisley, capace di centrare questo traguardo con il Liverpool a cavallo tra gli anni '70 e '80. Un record che dura ancora adesso e che uno tra Ferguson e Mourinho, dovrà smettere di inseguire prematuramente... almeno per quest'anno. Poi tornerà anche Guardiola, il PSG di Ancelotti avrà più consapevolezza dei suoi mezzi e la caccia a Paisley ricomincerà. 

Sotto a chi tocca, Paisley detiene il record dall'ormai lontano 1981 e non potrà mica durare in eterno!


lunedì 11 febbraio 2013

Oltre una finale

In finale di Capital One Cup (la Coppa di Lega Inglese), quest'anno ci sarà il Bradford, che milita in League Two, la quarta serie inglese.
Ma non è di questo che voglio parlarvi, perché ci sono cose più importanti di cui star qui a scrivere.
Nella seminale d'andata, giocata al Valley Parade, il Bradford è riuscito a sconfiggere l'Aston Villa per 3-1 e in tribuna c'era Jake Turton, un bambino di nove anni tifoso del Bradford. Talmente tifoso che ha seguito la sua squadra pure al Villa Park, dove ha subito una sconfitta indolore per 2-1.
Ma chi è Jake? E' un bambino, tifoso appunto del Bradford, a cui è stato diagnosticato un tumore alla spina dorsale 3 anni fa. Una vita rovinata. In mezzo un'operazione, 10 settimane di coma, le sedute di chemio. Aveva pure perso la capacità di camminare e parlare e perciò ha dovuto fare delle lezioni per rimparare.
Nella partita del Villa Park lui non era lì a caso, ma era stato direttamente invitato dai suo idoli, che lo hanno ormai eletto a mascotte della squadra.
Così, quando la partita è finita e il sogno del Bradford è diventato realtà, il capitano Gary Jones, mentre tutti festeggiavano, è andato in tribuna, ha abbracciato e baciato Jake ed ha festeggiato con lui.
Il calcio va oltre i milioni e i calciatori strapagati. Il calcio è anche e soprattutto questo: amore per la maglia e per il gioco.
Chapeau Bradford.



Ryan l'immortale

Alzi la mano chi pensa che Ryan Giggs abbia (quasi) 40 anni. E se l'alzate, non dite "perché è brizzolato". Anche van Persie lo è, quindi.


Bene, bando alle ciance, è impossibile credere che uno che corre come un ragazzino, disegna lanci perfetti, mette cross da appoggiare in rete e segna un gol come quello di ieri, sia sopra i 30 anni. Invece il buon Ryan ne ha fatti 39 a novembre, ma nessuno pare essersene accorto.
Con il gol di ieri ha centrato un altro record, o meglio, continuato: 21 stagioni di Premier League, 21 stagioni in gol. L'unico, nessuno come lui. E le cifre diventano ancora più grandi, considerando le due stagioni di First Division fatte prima della riforma. Anche lì, ovviamente, ha segnato. E allora sono 23 le stagioni consecutive in cui è andato a segno. I gol con lo United sono 168, le presenze 929. Fossi in lui, proverei a raggiungere le 1000. Tanto 40 o 45 anni non fa differenza per Ryan. Ryan l'immortale.


Il sostituito vincente

Di solito si parla dei sostituti, di quelli che entrano dalla panchina. Ma oggi voglio parlarvi di quello che è stato il più famoso sostituito in una finale di Coppa Campioni. Parlo di Jimmy Rimmer, portiere dell'Aston Villa che sconfisse il Bayern Monaco nella finale del 1982.
La sua carriera inizia nel 1965 al Manchester United, appena 17enne, ma il portiere titolare di allora, Alex Stepney, non gli permise di trovare spazio. Rimase a Manchester per ben nove anni (incluso un prestito allo Swansea), collezionando la miseria di 46 presenze, però.
Nel 1974 approda all'Arsenal, dove riesce finalmente a mettersi in mostra. Riesce pure ad essere convocato in Nazionale, per un'unica volta, ma il suo è un esordio disastroso: in un'amichevole contro l'Italia, subisce 2 gol, viene sostituito e l'Inghilterra vinse 3-2 in rimonta. Mica male.
Dopo tre anni nelle file dei Gunners, nel 1977 si trasferisce all'Aston Villa, rimanendoci fino al 1983 e vincendo ben 4 trofei tra il 1981 e il 1982.
Il suo nome viene scritto nella storia dopo il 26 maggio 1982, quando si giocò la finale di Coppa Campioni tra Aston Villa e Bayern Monaco. Dopo neanche 10', Rimmer si infortunia ed è costretto a lasciare il terreno di gioco, venendo sostituito da Nigel Spink. Spink farà delle grandi parate che permisero ai Villans di mantenere la porta inviolata, mentre dall'altra parte Peter Withe segnava l'unico gol della partita, facendo diventare l'Aston Villa la quarta squadra inglese, dopo Manchester United, Liverpool e Nottingham Forest, a vincere la tanto ambita Coppa dei Campioni.
Per Rimmer si trattava di un grande traguardo, dato che divenne il secondo giocatore nella storia a vincere la Coppa con due squadre diverse; il primo fu Malatrasi (con Inter e Milan negli anni '60). Infatti, quando lo United vinse contro il Benfica la finale del 1968, Rimmer era in panchina, pronto a sostituire Stepney in caso questi si fosse s'infortunato (cosa che non accadde). Proprio come successe a lui 14 anni dopo. E così la gloria se la prese il giovane Spink, lasciando a Jimmy il record della due Coppe vinte con squadre diverse, senza aver giocato neanche un tempo.
Chiuderà la sua carriera tra Swansea, Hamrun Spartans e Luton Town.
E' nato il 10 febbraio 1948, ieri ha compiuto 65, ma per tutti rimarrà il portiere che fece diventare famoso Nigel Spink.


domenica 10 febbraio 2013

Il difetto di sua maestà

Agli inglesi piace bere, c'è poco da fare. Quando iniziano non sanno più smettere e non riescono più a controllarsi. Lo fa la gente normale, come lo fanno i calciatori. Rooney, per esempio, è finito sui giornali per aver fatto qualche cazzata da ubriaco. Ma il suo, fortunatamente, non è un problema.
Non vi ho parlato di Rooney a caso, l'ho fatto perché voglio dirvi del suo idolo: Paul Gascoigne.


Dimenticatevi quest'immagine, perché Gazza non è più così. E' ricoverato in una clinica per disintossicarsi, perché per lui l'alcool è stato più di un semplice compagno di avventura. Per lui è stato il nemico numero uno, quello che gli ha impedito di giocare a livelli più alti di quanto non abbia fatto. L'alcool lo ha distrutto e oggi è in fin di vita.
Ecco perché il ricovero. Ma qualcosa è andato storto, non è facile smettere da un giorno all'altro e il suo corpo non ha retto. Il Sun dice che "Ha avuto una reazione terribile all'astinenza da alcol. I suoi organi vitali stanno cedendo. Purtroppo non ha i soldi per permettersi le cure necessarie".
Il suo amico ed ex compagno di Nazionale, Gary Lineker insieme al dj Chris Evans, lo stanno aiutando ad uscirne.



Su internet ho visto immagini di lui messo peggio di così, ma il titolo dice abbastanza.
Allora uniamoci a Rooney che dice "E' terribile. E' il mio eroe sin da quando ero bambino, è triste vederlo così ora. Gli auguro di ripendersi, e sono sicuro che ogni persona in Inghilterra farà lo stesso. In bocca al lupo..."
In bocca al lupo Gazza e speriamo che questo difetto non ti porti via anzi tempo.

Le Aquile tornano a volare


Un'attesa lunga 19 anni. L'ultima volta fu nel 1993 e la Nigeria vinse la Coppa d'Africa svolta in Tunisia per 2-1 contro lo Zambia. L'eroe di allora fu Amuneke con una doppietta, oggi è toccato a Mba portare i suoi sul tetto dell'Africa per la terza volta nella storia. Ma in realtà il vero eroe del torneo è stato Emenike, autore di quattro gol nella competizione e capocannoniere insieme al ghanese Mubarak.
Una grande soddisfazione per il ct della Nigeria Keshi, che militava proprio nella squadra che vinse la Coppa nel 1994.
In finale le Aquile hanno avuto ragione del sorprendente Burkina Faso, che è riuscito ad eliminare niente meno che il Ghana in semifinale.
Con questa vittoria, la Nigeria si è qualificata alla Confederations Cup che si terrà quest'estate in Brasile, dove affronterà Spagna, Tahiti e Uruguay.
L'appuntamento con la Coppa d'Africa è fissato per il 2015, in Marocco. E la Nigeria punterà a riconquistare la Coppa. Ma prima, c'è un Mondiale...


sabato 9 febbraio 2013

Lo stadio maledetto

Sandor Kocsis


Zoltan Czibor
Ci sta perdere, fa parte del gioco. Ma a volte, ci sono partite che non vorresti perdere per nulla al mondo. Magari una finale di Coppa del Mondo o una finale di Coppa Campioni.
Il modo poi, in cui si perde, può fare la differenza, perché ci sono modi che non riesci proprio a mandare giù.
Ad esempio, perdere in rimonta deve essere bruttissimo. Perdere una finale di Coppa del Mondo in rimonta devastante. Perdere una finale di Coppa Campioni in rimonta ti deve far piangere. Perdere una finale Mondiale e di Coppa nello stesso stadio, in rimonta, deve essere un segnale che quello non è propriamente il tuo stadio.
Sto parlando del Wankdorfstadion di Berna, dove si disputò la finale del Mondiale svizzero del 1954 e della Coppa Campioni 1961.
I Mondiali li vinse la Germania per 3-2 contro l'Ungheria, dopo che Puskas e Czibor avevano portato i magiari sullo 0-2. Campione d'Europa nel '61 fu il Benfica, sempre per 3-2, contro il Barcellona, dopo che i catalani erano andati in vantaggio con Kocsis, prima di essere rimontati 3-1, per poi segnare il 3-2 con lo stesso Czibor. Tutti e due avevano disputato la finale Mondiale del 1954 perdendola, in rimonta, e tutti e due avevano perso la finale di Coppa Campioni del 1961. Zoltan Czibor segnò in tutte e due, ma non ne vinse una. E forse per lui e il suo amico Sandor, quello è veramente il loro stadio maledetto.



L'ultima volta dei Devils a Madrid

Per ritrovare un altro Real Madrid-Manchester United, si deve andare indietro fino all'8 aprile 2003, dove le due squadre si incrociarono nei quarti di finale e l'andata fu giocata al Bernabeu.
Nella seconda fase a gironi, lo United vinse il suo gruppo, davanti a Juventus, Basilea e Deportivo la Coruna. Per il Real, arrivato secondo dietro al Milan, lo United era l'unica scelta, dato che Valencia e Barcellona avevano vinto i loro raggruppamenti.
Nelle file delle Merengues militava gente come Ronaldo, Raul, Figo, Zidane, Roberto Carlos. Sir Alex Ferguson poteva contare su van Nistelrooy, Beckham, Giggs, Scholes, Solskjaer.
Insomma, erano due grandi squadre e il Real era pure campione in carica. Lo spettacolo non sarebbe mancato.
Dopo un avvio con qualche tentativo da ambo le parti, al 12' Figo trova l'1-0 e poi ancora al 28' Raul segna il 2-0 che stende lo United.
Nella ripresa Raul sigla la sua doppietta al 49'. Van Nistelrooy prova a riaprila al 52', ma è tutto inutile. Il Real vince 3-1 in casa e mette una seria ipoteca sulle semifinali e sul sogno di vincere la decima Coppa dei Campioni.
Ma di questo, ne parlerò un altro giorno.


venerdì 8 febbraio 2013

Il capitano dei Busby Babes

Roger Byrne non era un giocatore dalla tecnica sopraffina, non faceva dei gran contrasti e la sua abilità di testa era nella media. Faceva il difensore, ma non era un muro insuperabile. Ma non è per questo che è ricordato. Viene ricordato per la sua etica sportiva e per l'intelligenza che metteva in campo, che gli permetteva di stare al posto giusto al momento giusto. Era un difensore centrale, un libero volendo, che lanciava la punta e sperava che facesse gol. Alcune volte si buttava anche in avanti, facendo grandi cavalcate, ricordandosi di esser nato come ala.
Con il Manchester United, sua unica squadra, ha messo insieme 280 presenze e 20 gol, dal 1951 al 1958. Mentre con l'Inghilterra ha il record di aver giocato tutte e 33 le sue partite consecutivamente, non andando mai a segno però.
La sua carriera s'interruppe il 6 febbraio 1958, quando perì a Monaco di Baviera insieme ad altri suoi sette compagni in un incidente aereo.
Se fosse tornato a casa, avrebbe scoperto che sua moglie era incinta. Otto mesi dopo la sua morte nacque il bambino, che prese il nome del padre.
Dalle parti di Manchester è ricordato come uno dei capitani più influenti della squadra, avendola capitanata dal 1954 al 1958, anno della sua morte.
Oggi avrebbe fatto 84 anni, ma la sua vita si è fermata a neanche 29, giusto due giorni prima.




Ruud nella storia; Wayne ci spera

Diamo un po' di statistiche.
L'8 febbraio del 2004, Ruud van Nistelrooy segnava il suo 100esimo gol per il Manchester United. Ci riuscì giocando solo 131 gare ed entrando nei record come il giocatore dei Red Devils ad aver raggiunto più in fretta tale traguardo. Lascerà due anni dopo, con 220 gare giocate e 150 gol all'attivo, per una media di 0,68 gol a partita. La migliore per quello che riguarda la top ten dei migliori marcatori dello United. Molto vicino ci è andato Dennis Violett, superstite del 1958, con 179 gol in 293 partite. La sua media è di 0,61. A 179 gol fatti (alcuni dicono 180) c'è anche George Best, ma la sua media è nettamente inferiore (0,38), anche se gli va dato atto che non era un attaccante come Ruud e Dennis.
Il giocatore con la media più bassa nella top ten è Ryan Giggs, capace di mettere a segno 167 centri in 928 gare disputate.
Il primatista di gol è Sir Bobby Charlton, autore di 249 gol in 758 presenze. Wayne Rooney è sulle sue tracce, a quota 194 (0,5 gol a partita), ma prima deve superare Jack Rowley a 212 e Denis Law a 237.
Adesso tocca a Wayne dimostrare tutto il suo valore e segnare, nel minor tempo possibile, il suo gol numero 250 con questa maglia, per batter Charlton ed entrare nella storia.


mercoledì 6 febbraio 2013

Gone, but never forgotten

"Come già detto, tutto ha una fine. Ma ci sono pure delle rinascite; e una di queste avverrà nel giro di pochi anni, sempre grazie a Busby. Ma questa è un'altra storia, di cui vi racconterò ben presto."
Avevo finito così il mio post di ieri. Dunque oggi vi parlerò di quel dannato 6 febbraio 1958, il giorno in cui tutto finì. Esattamente 55 anni fa.

Il Manchester United doveva tornare a casa come una delle quattro squadre in semifinale di Coppa Campioni, ma buona parte della squadra non ci tornò. Nello scalo a Monaco di Baviera l'aereo dei Red Devils si schiantò. Morirono 23 persone, 8 delle quali erano giocatori del Manchester United. Matt Busby, l'allenatore, rimase gravemente ferito, ma riuscì a sopravvivere. Per lui era la fine di un sogno, un sogno chiamato Europa. Tutti i suoi anni di lavoro, tutto il tempo impiegato nel costruire una squadra competitiva, si erano frantumati. Tutto era finito con quell'incidente. Per il resto della stagione la panchina venne affidata al suo vice, Jimmy Murphy, in attesa che Busby si riprendesse del tutto e ricominciasse ad inseguire quel suo sogno, con altri ragazzi, in memoria di quelli del 1958.
Dalle parti di Manchester, li chiamano i "The Flowers of Manchester", a sottolineare quanto quel gruppo fosse entrato nel cuore delle persone.
Il dramma dello schianto colpì tutta l'Inghilterra, non solo Manchester. L'intero paese era sotto shock, perché in questi casi le rivalità sportivo vengono a mancare e l'unica cosa che conta è il rispetto. Rispetto non solo per gli 8 dello United, ma anche per i giornalisti, i dirigenti, i membri dell'aereo e le altre persone a bordo. Non era solo il Manchester United, non era solo Manchester, non era solo calcio, era molto di più. Era un tragedia. Se cercate "Disastro aereo di Monaco di Baviera" troverete quello di cui vi sto parlando. Appunto, un disastro.
In quella squadra militava Duncan Edwards, uno dei più grandi talenti inglesi dell'epoca. A soli 21 anni era già leader indiscusso del centrocampo dei Red Devils, e ovviamente prese parte alla partita di Belgrado. Lui sopravvisse allo schianto, ma morì circa due settimane dopo in ospedale, lottando fino alla fine, come aveva abituato in campo. Rimarrà celebre la sua frase "A che ora inizia la partita contro i Wolves, Jimmy? Non devo saltare quell'incontro!". Purtroppo di lui non sapremmo mai con certezza quanto forte sarebbe potuto diventare.
Non potremmo neanche sapere come sarebbero andate le carriere di Geoff Bent, Roger Byrne, Eddie Colman, Mark Jones, David Pegg, Tommy Taylor, Liam Whelan. Le loro speranze di gloria, di successi, si infransero quel 6 febbraio.


Matt Busby, dopo quel 6 febbraio ebbe ancora più chiaro che il suo unico obbiettivo era vincere la Coppa Campioni, per i suoi ragazzi, per i suoi Busby Babes. Insieme a Murphy e al gruppo che era rimasto, ricostruì tutto, vinse altri titoli nazionali e soprattutto quello del 1966/67, che qualificò lo United alla Coppa Campioni. Nel 1968 a Wembley, il Benfica non potè far nulla, i nuovi Busby Babes vinsero 4-1 e quando Charlton (superstite del 1958) alzò la Coppa da capitano lo fece anche per i suoi ex compagni.
Tutto ha una fine, ma ci sono cose che rimangono vive nella memoria della gente e che ti spingono a crearne di nuove e risorgere. Proprio come fece Matt Busby. Proprio come fece il Manchester United.
Gone, but never forgotten!




martedì 5 febbraio 2013

The last match

Tutto ha una fine, anche le squadre di calcio.
Il 5 febbraio del 1958, il Manchester United di Matt Busby giocò la sua ultima partita prima dell'incidente aereo di Monaco di Baviera. Gli ultimi avversari furono gli jugoslavi della Stella Rossa di Belgrado, in una partita che terminò 3-3, grazie alla doppietta di Sir Bobby Charlton e al gol di Dennis Viollet. Il risultato, sommato al 2-1 dell'andata, qualificava i Red Devils in semifinale di Coppa dei Campioni per la seconda volta di fila.
Nel 1957 fu il Real Madrid ad eliminare gli inglesi, nel '58 il Milan. Entrambe le edizioni vennero poi vinte dagli spagnoli, ma per molti i Busby Babes avrebbero potuto dargli del filo da torcere negli anni a venire, in cui dominarono il calcio europeo.
Come già detto, tutto ha una fine. Ma ci sono pure delle rinascite; e una di queste avverrà nel giro di pochi anni, sempre grazie a Busby. Ma questa è un'altra storia, di cui vi racconterò ben presto.


lunedì 4 febbraio 2013

Il mio ritorno ungherese: Gyula Grosics

Torno, finalmente. Non scrivevo dal 14 settembre.
Bene, oggi voglio parlarvi di "Fekete Parduc", la pantera nera in ungherese. Chi è costui? Gyula Grosics, il portiere della mitica Ungheria degli anni '50.
Come la maggior parte dei talenti ungheresi di quella generazione, è definitavamente esploso nella Honved, dopo aver giocato per cinque anni in squadre alquanto sconosciute. Nel 1950 si trasferisce, appunto, ai rossoneri di Budapest, dove si afferma come buon portiere, ma anche come portiere-difensore, dato che partecipava all'azione e con i piedi non era malaccio, anzi. Rimarrà alla Honved per sei anni, fino al 1956, contribuendo alla vittoria di quattro titoli ungheresi. Dovette di fatto abbandonare la squadra, perché gli venne imposto di andare a giocare nel Tatabanya, una squadra di provincia, dopo la Rivoluzione Ungherese. A lui andò peggio che ai suoi compagni della Honved, dato che loro riuscirono a scappare nell'altra Europa (quella dell'ovest) e continuarono pure a giocare in squadre di maggior prestigio, ottenendo successi che li hanno consacrati nella storia. Al povero Gyula andò peggio e fu costretto a giocare altri cinque anni in una squadra in cui non aveva neanche scelto di andare. Nel 1962, si ritira, lasciando un gran vuoto in mezzo ai pali dei Magiari.
Nel 1962 disputò anche l'ultimo dei suoi tre Mondiali; il primo è entrato nella storia. Ovviamente parlo del Mondiale svizzero, del 1954. Ovviamente, parlo di Germania-Ungheria 3-2. C'era Gyula in porta e quel Mondiale l'avrebbe sicuramente meritato. A 6' dalla fine concede il gol della vittoria, siglato da Helmut Rahn. Grosics dice che quel gol se lo sogna ancora la notte, come se fosse il suo più grande incubo.
Nel suo palmares può comunque annoverare una Olimpiade, quella del '52, che ai tempi valeva molto più di adesso.
Insomma, un grande portiere, che ha pure lanciato la moda del total black, non a caso "pantera nera", una moda che verrà ripresa da Lev Jasin, il "ragno nero".

Nel 2008, 46 anni dopo il suo "addio" dalla Honved, batte il calcio di inizio di Ferencváros (la sua squadra del cuore) - Sheffield United, rimanendo in porta per qualche secondo.
Forse, si è chiusa definitivamente lì la sua carriera, non nel 1962. Aveva ancora qualche conto in sospeso con il passato e lì lo ha definitivamente chiuso. Peccato non poter dire che è un portiere campione del mondo, ma questi sono dettagli.
Il 4 febbraio del 1926 nasceva a Dorog questo grande giocatore.




venerdì 14 settembre 2012

La prima di Best

Partiamo da una partita. Partiamo da un normalissimo Manchester United-WBA del 14 settembre 1963. Esattamente 49 anni fa.
E' una partita da ricordare, non tanto per il risultato (1a0), ma per un giocatore. Chi? George Best.
Di Best si potrebbe parlare all'infinito. Sia in positivo, che in negativo.
Perché Best? Perché 49 anni fa, il Quinto Beatle, esordiva con la maglia dei Red Devils. Non giocò una bellissima partita, anzi. Venne tradito dalla sua timidezza.
Non venne più convocato fino al Boxing Day di quello stesso anno. Giocò benissimo stavolta e divenne un titolare fisso dei nuovi Busby Babes.
Talmente tanto titolare, che Sir Matt, faceva discorsi di squadra molto semplici: appena possibile, passate la palla a George.
Il resto è storia. Tra alti e bassi. Sempre il migliore di quel Manchester United, che si andava via via perdendo in un vortice che lo avrebbe condotto alla retrocessione.
Ma di questo ho già scritto. Oggi, mi andava solo di parlarvi di George Best. E di celebrare l'esordio di uno dei migliori calciatori di sempre.
Ciao George!


mercoledì 5 settembre 2012

Der Afro

Pelé, Vavà, Zidane. Cosa hanno in comune? Sono tre dei quattro giocatori, che sono riusciti a segnare uno o più gol in due finali mondiali.
Il quarto chi è? Paul Breitner. Uno dei calciatori più amati/odiati del calcio tedesco. Io, personalmente, lo adoro.
Lo hanno soprannominato Der Afro, per la sua capigliatura, segno distintivo in campo.
Ma chi era Breitner? Era un terzino-centrocampista, davvero molto grintoso. Simbolo del Bayern Monaco e della Nazionale Tedesca
Campione del Mondo con la Germania nel Mondiale casalingo del 1974, in cui segnò l'1a1 su rigore contro l'Olanda.
Quello stesso anno vinse la Coppa Campioni con il Bayern, diventando nuovamente campione europeo, ma stavolta con il club. Infatti vinse l'Europeo nel 1972.
La sua più grande dote era il tiro. Una costante nei calciatori tedeschi, qualunque ruolo abbiano.
La sua carriera non è stata lunghissima, è durata solo 13 anni: dal 1970 al 1983.
Anni in cui ha giocato con il Bayern, con il Real, con l'Eintracht Braunschweig, per poi tornare al Bayern Monaco.
In totale ha vinto cinque volte la Bundesliga, due Coppe di Germania, due volte la Liga, una Coppa di Spagna e una Coppa Campioni. Oltre ai già citato titoli con la Germania. Di cui è stato capitano e con cui ha perso la finale del Mondiale del 1982, in cui segnò l'unico gol tedesco.
Questa era la storia di Paul Breitner. Un calciatore intellettuale e ribelle. Dal grande talento, ma spesso dimenticato.
Oggi compie 62 anni, auguri Der Afro!

 .

Calciomercato 2012

Questo calciomercato è stato quello del PSG.
Su tutti, figurano gli acquisti di Lucas, Thiago Silva, Lavezzi e Ibra. Totale: 134 milioni.
Fino a qualche ora fa, figuravano tutti e quattro nella top ten degli acquisti più costosi, ma Ibra ha dovuto cedere il posto a Witsel e Hulk. Pagati tutti e due 40 milioni dallo Zenit, che si candida ad un buon piazzamento in Champions League.
Nella top ten ci entra anche il Manchester United, grazie ai 28 milioni pagati per van Persie. Oltre all'olandese, dalle parti dell'Old Trafford, è arrivato anche il giapponese Kagawa, dal Borussia Dortmund.
Incredibilmente non c'è il City, che era nono con i 25 milioni di Javi Garcia, ma è stato spodestato dai due dello Zenit.
Per un City in meno, due Chelsea in più. Hazard e Oscar. 71 milioni in due. Giovani scommesse.
Proprio come Javi Martinez, strappato dal Bayern Monaco all'Athletic Bilbao, per ben 40 milioni.
In fine, non poteva mancare il Real, con i suoi 36 milioni per Modric.
Oltre al calciomercato del PSG, è stato quello delle storie.
Quella di van Persie, quella di Modric, quella del top player alla Juve, quella di Kakà...
Iniziando dall'ultima, si può dire che tutti i tifosi milanisti speravano nel ritorno del brasiliano dalle parti di Milanello. Ma per questioni economiche, si sono dovuti accontentare di Bojan.
Ma chissà che, prima o poi, Kakà non torni dalle parti di San Siro.
Quella di van Persie è stata la più complicata. Sembrava oramai un giocatore della Juve, poi del City, poi ancora della Juve... alla fine è arrivato lo United e se l'è portato via.
E approposito di Juve, alla fine, il top player non è arrivato. Ma è tornato il "tap player" (Giovinco) ed è arrivato "l'altop player" (Bendtner).
Quella di Modric è stata monotona, lunga ma abbastanza avvincente. Anche se si sapeva già come sarebbe andata a finire.
E poi Berbatov. Il giocatore più indeciso di questa sessione di calciomercato. Dallo United alla Juve, passando dalla Fiorentina, per rimanere in Inghilterra, al Fulham.
Ce ne son state altre di storie. Alcune belle, altre no.
Alla fin dei conti, non è stato un calciomercato noioso, anzi.
Ovviamente, l'Oscar del Mercato va al PSG.
Oscar, il giocatore, al Chelsea. Un vero azzardo con quei 31 milioni. Ma dalle parti di Stamford Bridge di "Hazard", ne hanno fatti anche di 40 milioni...

sabato 1 settembre 2012

1000 volte Sir Alex

Domani si gioca Southampton-Manchester United. "E dunque?"
Ve lo dico io il dunque.
Domani Sir Alex Ferguson, si siederà sulla panchina dello United in una partita di campionato, non per la 500esima, non per la 800esima... ma per la millesima volta.
In questo mondo calcistico, dove cambiare squadra è quasi un hobby, è un traguardo mostruoso. Ma è un incredibile traguardo, in ogni epoca calcistica. Basti pensare che è il secondo allenatore ad esser stato per più tempo sulla panchina di una squadra. Solo Guy Roux ha fatto meglio con i suoi 44 anni all'Auxerre.
Ferguson è una leggenda del calcio mondiale. Ha scovato giovani talenti e li ha fatti diventare tra i giocatori più forti del mondo.
Ha preso il Manchester United nel 1986, quando era bel lontano dai suoi anni migliori. Il titolo mancava da vent'anni. I successi europei erano un ricordo. Ma lui ha saputo prendere il meglio da quello che aveva. E nel 1993, alla prima edizione della Premier League, ha vinto il titolo con il Manchester United. Quello che sarebbe ben presto diventato il suo Manchester United.
Quello con cui ha ottenuto 28 vittorie in Premier in ben quattro edizioni (1999/2000, 2006/2007, 2008/2009, 2011/2012), o quello dei 97 gol segnati nel 1999/2000, o quelli degli altri incredibili record. Tutti in Premier League. Perché per gli altri c'è tempo.
Domani saranno 1000. E di certo, non si fermerà qui.